giovedì 27 ottobre 2011

Alessandro Genovesi

-La peggior settimana della mia vita (2011) - 2/5


Genovesi, autore teatrale italiano, è noto nel cinema per aver curato l'adattamento del suo Happy Family per il grande schermo. "La peggior settimana della mia vita" è il suo esordio registico.


-La peggior settimana della mia vita
Italia 2011 - commedia - 93min.

La settimana precedente il matrimonio fra Paolo (Fabio De Luigi), impiegato milanese con una spasimante in ufficio e un grande amico napoletano, e Margherita (Cristiana Capotondi), rampolla di una ricca famiglia residente sul lago di Como: una settimana di equivoci, fraintendimenti, uccisioni involontarie e confronti fra le controparti.

Il film è l'esordio alla regia cinematografica di Alessandro Genovesi, autore teatrale di Happy Family, di cui ha curato l'adattamento cinematografico diretto da Gabriele Salvatores (che ha coadiuvato come aiuto regista). Per questo film si è ispirato ad una serie tv inglese trasmessa dalla BBC nel 2004,The Worst Week Of My Life.
Lo spunto di base è carino anche se non brilla di originalità. La commedia ha più che altro la particolarità di svolgersi come una sequenza di gag più o meno sviluppate, più o meno verosimili, più o meno divertenti, che hanno luogo nei sette giorni (in cui è scandita la narrazione) che precedono il matrimonio tanto atteso dai due sposini.
Come tutte le commedie, regia e tecnica sono subordinate agli interpreti, tutti nella parte e mediamente spiritosi, il cui pregio principale sta nella naturalezza della recitazione: le situazioni che si vengono a creare sono per buona parte verosimili, e ciò contribuisce a creare una certa continuità fra attori e spettatori. A volte si scivola nel grottesco e nell'inverosimile, e questi sono i momenti peggiori. Tuttavia la mancanza di volgarità e l'appeal leggero del film rendono la visione accettabile. Gradevole la colonna sonora, con una performance in scena della cantante Arisa.
Nota negativa invece proprio per la sceneggiatura, cosa che da un autore teatrale non ci sarebbe aspettati: molto spesso la situazione va a terminare con uno fade sul primo piano urlante di De Luigi, palesando una natura da sketch televisivo più che cinematografico: non per niente la produzione è Colorado Film, dal che si comprende (ma certo non si giustifica) un'impostazione adatta alla trasmissione su piccolo schermo.
Purtroppo questo sta diventando la norma in Italia, paese con pochi produttori, in cui quelli che ci sono si occupano sia di tv che di cinema, intendendo il secondo come medium necessario ad aumentare gli ascolti sulla prima. That's entertainment, pardon: that's business.

Voto: 2/5

venerdì 21 ottobre 2011

Massimo Martelli

Per non dimenticare (1992) (medio)
Pole Pole (1995)
Muzungu (2001)
Bar Sport (2011) - 1/5

Martelli (1957), italiano, è autore teatrale e regista televisivo e cinematografico. In quest'ultimo ambito non ha doti di merito.

-Bar Sport
Italia 2011 - commedia - 93min.

La vita di un bar della provincia bolognese e dei suoi strampalati avventori: il tecnico (Claudio Bisio), il gestore ciccione (Giuseppe Battiston), la cassiera avvenente (Aura Rolenzetti), due vecchiette malefiche (Angela Finocchiaro e Lunetta Savino), l'elettricista incapace, (Antonio Cornacchione) il finto playboy (Teo Teocoli) gli odiati gestori del bar di fronte.

Ogni tanto in Italia qualcuno sente il bisogno di fare una commedia corale riunendo qualche comico tv, confezionando una sequela di situazioni più o meno comiche senza una vera e propria trama, con l'illusione di mostrare il particolare per arrivare all'universale o qualcosa di simile. Stavolta ci ha provato il regista Massimo Martelli, attivo principalmente in televisione, adattando il famoso racconto di Stefano Benni, pubblicato per la prima volta nel 1976; il risultato è il solito piattume indegno del grande schermo, stileTutti al mare, Benvenuti al Sud et similia: pellicole che accumulano personaggi stereotipati con la pretesa di fornire ritratti a tutto tondo della società italiana, o almeno di un particolare microcosmo (in questo caso la vita di provincia). Situazioni già viste e riviste, battute che non fanno ridere, attori poco o mal sfruttati, sceneggiatura ellittica: possibile che non si tenti mai niente di nuovo, che non si faccia il minimo sforzo per essere originali? Per la verità in questo film ci sono inserti che per il livello penoso delle commedie italiane moderne pare quasi sperimentale (ironizzo, ovviamente): sequenze animate, computer grafica (giusto un accenno, meglio non esagerare!) ed un incipit preistorico, con cui gli autori forse pensano di stupire: patetico. Solo la colonna sonora si salva, e non certo per meriti di un qualche compositore illuminato: le musiche sono praticamente tutte non originali, e fra i Pooh edIggy Pop almeno non ci si annoia dal punto di vista auditivo; questo aspetto e la recitazione pacata ma incisiva di Battiston sono gli unici due pregi del film. Troppo finto per poter vantare pretese di descrizione realistica della realtà , troppo ancorato al macchiettismo (non) comico della commedia italiana per risultare di qualche interesse, Bar Sport è l'ennesima reiterazione di stilemi usati ed abusati dal nostro cinema che sta diventando sempre più televisione. Che tristezza.

Voto: 1/5

giovedì 20 ottobre 2011

Shinji Aoyama

1996 Helpless
1996 Chinpira: Two Punks
1997 Wild Life
1999 Shady Grove
1999 EM Embalming
2000 Eureka
2001 Desert Moon
2001 Roji e: Nakagami Kenji no nokoshita firumu
2002 Mike Yokohama: A Forest with No Name
2003 Ajima no uta: Uehara Tomoko, tenjo no utagoe
2004 Lakeside Murder Case
2005 My God, My God, Why Hast Thou Forsaken Me?
2006 Crickets
2007 Sad Vacation
2011 Tokyo kōen - 4/5

Aoyama (1964), giapponese, dopo una lunga serie di film yakuza, ha suscitato l'attenzione della critica con Eureka. Ospite di vari festival internazionali, è anche un quotato scrittore.

-Tokyo Koen
Giappone 2011 - commedia - 119min.

Koji (Haruma Miura), studente universitario con ambizioni di fotografo, si diletta nel fotografare famiglie nei vari parchi di Tokyo. Ha una sorrellastra cui è molto legato, un'amica che stava con suo fratello, scomparso da poco tempo, una matrigna malata di cui si occupa il padre. Un giorno, mentre è impegnato nelle sue fotografie, viene avvicinato da un ricco uomo d'affari che lo paga per fotografare di nascosto la moglie, che gira diversi parchi della città , forse per incontrarsi con un amante segreto. Titubante, Koji accetta: questa scelta lo porterà a porsi domande (e trovare anche qualche risposta) sui rapporti uomo-donna, la socialità ed i sentimenti umani.

Simbolico e poetico, ma anche più concreto di quel che appare, Tokyo Koen è una specie di preghiera shintoista del nuovo millennio, officiata dal regista Shinji Aoyama, che invoca una pace ed un'armonia esistenziale che coinvolga tutte le persone. Il regista, attraverso la maturazione del suo protagonista, invita lo spettatore ad aprirsi al prossimo, ad esternare le proprie emozioni condividendole con l'Umanità , che viene immaginata come una rete collegata dal pulsare delle esistenze. Come un parco, la collettività umana è un ecosistema che si autoalimenta e che circonda le singole individualità come un sublime involucro, il cui contenuto è riempito da ciascuno di noi. Ovviamente possiamo riempirlo di sentimenti positivi, contribuendo a migliorarlo, oppure galleggiare nelle piccole liti, nei piccoli screzi quotidiani, che accumulandosi giorno dopo giorno annebbiano la nostra vita ingrigendo la nostra gioia, la nostra capacità di goderci la vita e di influenzare positivamente gli altri, auto-condannandoci all'insoddisfazione. Al suo quinto lungometraggio, il regista giapponese usa il medium del cinema per raccontarci la storia di un ragazzo fissato con il medium della fotografia, e attraverso di essa penetra (e ci fa penetrare) con lo sguardo all'interno delle persone, nella loro anima; si mischiano così realtà e sogno, vivi e morti, realismo e poesia. La materialità filtrata dall'obbiettivo: l'occhio artificiale della macchina fotografica di Koji (e per estensione, quello della telecamera del regista) è ciò che ci permette di scorgere questa bellezza nascosta; Aoyama dirige così un film meta-filmico, che ci parla dell'importanza e della potenza della settima arte. Il tutto nei toni di una solare commedia, con momenti più cupi ed altri più allegri, ma senza mai cadere nel dramma, rimanendo luminosa e lieta per tutta la sua durata. La bellissima fotografia esalta i colori caldi che risplendono sullo schermo dilettando la vista. La simpatia dei personaggi, incarnati da ottimi attori, rende piacevole l'elemento narrativo ed apprezzabile quello psicologico. La telecamera, spesso non troppo distante dai corpi umani, si lascia andare a splendidi scorci naturalistici nelle scene ambientate nei parchi, dove il regista pare deliziato nel contemplare le bellezze della natura. Infine, una gradevole e non invadente colonna sonora (pezzi lounge alternati da melodie più tipicamente orientali) fa da sottofondo a diverse sequenze dialogiche con un effetto piacevolmente rilassante. Mantra cosmico (la cosa più simile cui si può pensare è il recente The Tree of Life di Terrence Malick), Tokyo Koen è un poema audiovisivo sull'amore (in tutte le sue sfumature ed accezioni) che lega gli esseri umani e sulla necessità da parte di questi ultimi di rendersi conto di un legame che li unisce in un'unica entità universale, che tutti possono (e devono) contribuire ad arricchire.
Il miglior film presente a Locarno 2011.

Voto: 4/5

domenica 16 ottobre 2011

Rob Marshall

Chicago (2002)
Memorie di una geisha (Memoirs of a Geisha) (2005)
Nine (2009)
Pirati dei Caraibi - Oltre i confini del mare (Pirates of the Caribbean: On Stranger Tides) (2011) - 2/5

Marshall (1960), americano, è un mediocre regista noto per i suoi musical (nasce come coreografo) e per il quarto episodio della saga Pirati dei Caraibi, episodio di cui non si sentiva alcun bisogno.

-Pirati dei Caraibi - Oltre i confini del mare
USA 2011 - avventura/fantastico - 141min.

Jack Sparrow va alla ricerca della fonte della giovinezza. Ci vanno anche Barbossa, Barbanera, gli inglesi e gli spagnoli.

Perché proseguire una saga già conclusa, o che comunque aveva prevedibilmente molto poco ancora da dire? Per fare cassa, ovviamente. E Marshall, subentrato alla regia al posto del padre della serie Gore Verbinski, è riuscito nell'intento, dato questo quarto episodio è stato il più redditizio al botteghino dopo il primo film. Entusiasmo delle folle che non si sono volute perdere un'altra avventura del capitan Sparrow, dopo tre episodi divertenti e spettacolari. Questo quarto film è ridimensionato rispetto al precedente: effetti speciali più contenuti, mancanza di scene grandiose, personaggi totalmente nuovi a parte Sparrow e Barbossa. Purtroppo né la sceneggiatura né la regia sono in grado di competere con le pellicole precedenti: storia sfilacciata ed approssimativa, scarso senso dello spettacolo nelle scene d'azione, povera caratterizzazione dei nuovi personaggi che impediscono sia di affezionarsi ad essi di mettere in risalto le doti dialogiche di Depp, che attraverso il suo personaggio aveva imbevuto i film precedenti di battute fulminanti e spassose, mentre ora è impossibilitato ad esprimere tutto il potenziale del suo personaggio, ridotto ad una specie di Indiana Jones malfatto alla ricerca del reperto introvabile. L'unico momento suggestivo è la pesca delle sirene, per il resto il film è lento, privo di ritmo, noioso, specie nella seconda metà. L'avvio umoristico infatti faceva ben sperare, ma da metà film in poi le idee finiscono per lasciare posto a cose già viste e ad una narrazione poco interessante.
Peccato.

Voto: 2/5

sabato 15 ottobre 2011

Gore Verbinski

The Ritual (1996) - cortometraggio
Un topolino sotto sfratto (Mouse Hunt 1997)
The Mexican (2001)
The Ring (2002)
La maledizione della prima luna (Pirates of the Caribbean: The Curse of the Black Pearl 2003) - 3,5/5
The Weather Man - L'uomo delle previsioni (The Weather Man, 2005)
Pirati dei Caraibi - La maledizione del forziere fantasma (Pirates of the Caribbean: Dead Man's Chest 2006) - 3/5
Pirati dei Caraibi - Ai confini del mondo (Pirates of the Caribbean: At World's End 2007) - 3/5
Rango (2011)

Verbinski (1964), polacco, si è trasferito con la famiglia negli States quando aveva solo tre anni. Si è laureato alla UCLA Film School nel 1987. I suoi lavori più noti sono i tre episodi della saga piratesca Pirates of the Caribbean, record di incassi e gloria personale di Johnny Depp, superiore a ogni elogio.

-La maledizione della prima luna
USA 2003 - avventura/fantastico - 133min.

Port Royal: ELizabeth Swan, figlia del governatore; Will Turner, ripescato naufrago da bambino e ora apprendista di un fabbro; Jack Sparrow, capitano pirata dedito a scorribande di ogni genere; Hector Barbossa, pirata maledetto capitano della Perla Nera, con al seguito una ciurma di dannati intenzionati a spezzare il maleficio. Tutti questi personaggi (più diversi altri) sono destinati ad incontrarsi e scontrarsi, ognuno con il proprio obiettivo da raggiungere.

Ispirato ad un'attrazione di Disneyland, questo divertentissimo film ha avuto un successo planetario sicuramente inaspettato; molti i buoni motivi per vederlo: l'affascinante ecletticità del plot narrativo, che trafuga elementi presi dalle fonti più disparate (in primis la saga videoludica di Monkey Island della Lucas Arts); la recitazione memorabile di Depp, che nuovamente si conferma uno dei migliori attori americani di sempre, affiancato da un cast notevole fra cui spicca l'istrionico Goffrey Rush nel perfetto ruolo del malvagio Barbossa; le scenografie evocative, grandiose ed altamente spettacolari, sempre sopra le righe ma mai del tutto inverosimili; la fotografia, specie nelle scene in notturna; la regia spettacolare eppure attenta a far risaltare i singoli personaggi. Uno degli esempi migliori di blockbuster americano.

Voto: 3,5/5

-Pirati dei Caraibi - La maledizione del forziere fantasma
USA 2006 - avventura/fantastico - 150min.

Spunta il nuovo cattivo, Davy Jones, pirata maledetto capitano dell'Olandese Volante e padrone del Kraken, mostruosa creatura degli abissi, che da la caccia, tanto per cambiare, a Jack Sparrow; ma anche Will vuole sconfiggere Jones, dato che suo padre è prigioniero della nave maledetta. ed anche la marina inglese, che però non vuole uccidere Jones, bensì ridurlo alla propria mercè. Come? recuperando il forziere fantasma in cui è custodito il cuore del pirata.

Per il secondo episodio della saga la parola d'ordine è "aumentare": più lungo, più spettacolare, più intricato, più folle del precedente, è una lunga sfilza di sequenze d'azione comica realizzate in modo superlativo. Si perde invece quell'immediatezza propria del primo episodio in favore di una costruzione più grandiosa ma forse nel complesso meno divertente. L'inventiva degli sceneggiatori invece è encomiabile.
Inutile spendere parole per il perfetto apparato tecnico. Sempre ottima la recitazione e particolarmente apprezzabile il design del nuovo viscido malvagio.

Voto: 3/5

-Pirati dei Caraibi - Ai confini del mondo
USA 2007 - avventura/fantastico - 168min.

Alla soglia delle tre ore di kolossal ipercinetico ed iperspettacolare ci si può chiedere dove sia finita l'immediatezza del capostipite. La mania di grandezza hollywoodiana spinge Verbinski ed i produttori a realizzare il film più costoso della storia (300 milioni di dollari di budget) per uno dei film più spettacolari di sempre, specie nella battaglia navale finale sull'orlo di un gigantesco mulinello. I personaggi risultano sacrificati, la storia pure (in parte, almeno), tutto è subordinato alla spettacolarità visiva che è davvero stupefacente. Ma la durata è francamente eccessiva anche per il più eccezionali dei capolavori tecnici, e i personaggi perdono un po' di simpatia rispetto gal episodi precedenti.

Voto: 3/5

lunedì 10 ottobre 2011

Sonthar Gyal

The Sun Beaten Path (TAIYANG ZONG ZAI ZUOBIAN-Ulam kyi Nima) (2011) - 2,5/5

Gyal, tibetano, dopo aver lavorato come insegnante e cineoperatore, ha esordito alla regia con The Sun Beaten Path.

-The Sun Beaten Path
Cina 2011 - drammatico - 86min.



Nima (Yeshe Lhadruk), contadino tibetano novello sposo, provoca la morte della madre, trascinandola accidentalmente sotto il nuovo trattore. In preda al rimorso, Nima abbandona la famiglia e vagabonda per gli altopiani tibetani: vasti ambienti desertici con un'unica striscia d'asfalto percorsa da qualche raro camionista. Sulla via del ritorno da Lhasa, incontra un vecchio con cui condividerà parte del proprio tragitto.

The Sun Beaten Path (titolo originale: Tai yang zong zai zuo bian), esordio del regista tibetano Sonthar Gyal, è un film sull'elaborazione del lutto, sull'espiazione del peccato, sullo smaltimento del senso di colpa, affrontati con un viaggio purificatore. Road movie che si svolge a piedi, al margine della strada asfaltata, in bilico fra l'habitat umano e la vastità della natura incontaminata: una precarietà topica metaforica di una precarietà esistenziale di un uomo che, attanagliato da un senso di colpa pesante come un macigno, si interroga sul senso della sua esistenza e su come convivere con un tale rimorso.
Ci pensa un vecchio saggio a sostenerlo nel corpo e nell'anima, a convincerlo della necessità di tornare a casa da sua moglie e dai suoi famigliari, a riprendere la sua vita riconciliandosi con la propria coscienza. Film-rito, lento e meditativo, scarsamente parlato, contemplativo degli spazi, non del tutto risolto nella sua rarefazione nè particolarmente originale nel suo prevedibile sviluppo da favola morale (o da parabola zen, se preferite).
Musiche minimali, recitazione pressochè ingiudicabile, sviluppo narrativo quasi assente non lo rendono memorabile a livello tecnico nè di scrittura; qualche bella trovata in campo registico invece c'è, come il risveglio in una terra completamente bianca dopo un'inaspettata nevicata notturna, ed una buona fotografia, aiutata dal suggestivo paesaggio. Il montaggio invece spesso manca di ritmo, il che conferisce a molte sequenza un'eccessiva lentezza. Film sicuramente accessorio, tuttavia sincero e gradevole nella sua semplicità, The Sun Beaten Path è un esordio discreto che può essere visto o evitato senza perdere nè guadagnare molto in entrambi i casi.
Voto: 2,5/5

mercoledì 5 ottobre 2011

Gianluca De Serio

Il giorno del santo (2002) (cortometraggio)
Maria Jesus (2003) (cortometraggio)
Mio fratello Yang (2004) (cortometraggio)
Zakaria (2005) (cortometraggio)
L'esame di Xhodi (2007)
Bakroman (2010)
Sette opere di misericordia (2011) - 2/5

Gianluca De Serio (1978) lavora sempre in coppia col fratello gemello sceneggiatore Massimiliano (1978). Prima di esordire nel lungometraggio di finzione hanno realizzato diversi corti e dei documentari.

-Sette opere di misericordia
Italia 2011 - drammatico - 100min.

Torino. Luminita (Olimpia Melinte), clandestina, si arrangia come può. Un giorno penetra nella casa del vecchio Antonio (Roberto Herlitzka), lo sequestra rinchiudendolo in un ripostiglio, e si trasferisce nel suo appartamento assieme ad un neonato. Fra Antonio e Luminita nasce a poco a poco una forma di reciproca solidarietà che li porta ad aiutarsi vicendevolmente. Luminita sembra stare elaborando un piano che le permetta di fuggire dai suoi padroni/aguzzini.

Cosa vuol dire questo film? Questa è la domanda che è legittimo porsi. Incontro/scontro tra due solitudini, verrebbe da dire. Nient'altro? Sette opere di misericordia non è un film malfatto, anzi: lentezza, silenzi, cupa atmosfera e violenza (più psicologica che fisica) sono i caratteri che denotano un'opera tetra ma sincera nella sua sensibilità. Il problema del film è che dice poco, o comunque che non dice nulla che non sia già stato detto. Di film sull'incontro tra emarginati ne esiste una caterva, più o meno diversi da questo (uno su tutti: Quando sei nato non puoi più nasconderti, di Marco Tullio Giordana, migliore di questo sotto tutti i punti di vista).

Tolti gli aspetti tecnici, in particolare la cura fotografica con cui si dipinge un mondo notturno e quasi incolore nella sua freddezza, non rimane niente di particolarmente significativo. L'interpretazione di Roberto Herlitzka, tutta rantoli e mugolii, è encomiabile (meno quelle degli altri protagonisti): si può dire che tutta la pellicola si regga sul suo personaggio (ciò è più un male che un bene, nel senso che senza di lui il film sarebbe trascurabile). La colonna sonora, peraltro poco presente e relegata a ruolo di sottofondo, è invece del tutto superflua. Ma il maggior difetto è l'impostazione del film, cui rimanda il titolo, ovvero la scansione a episodi, ognuno recante come titolo una delle sette opere suddette: slegate dalla storia, non si capisce cosa centrino con la narrazione, tanto più che sono talvolta presentate ossimoricamente (ad esempio il segmento riguardante l'alloggiare i pellegrini coincide nel film con l'irruzione di Luminita in casa di Antonio), talaltra difficilmente (o artificiosamente) riconducili a ciò che accade nel film.

La pellicola vuol forse mostrare la necessità di una misericordia laica (nessun riferimento religioso, nessuna connotazione cristiana accompagna le sette opere mostrate nella vicenda) nei confronti del prossimo, di qualunque etnia e condizione. Ma il discorso è farraginoso, poco approfondito (molti dei 100 minuti si perdono in inquadrature estetizzanti, in lunghi piani-sequenza di cui non si sente il bisogno), non originale. Sono apprezzabili l'evidente impegno e la competenza tecnica dei due registi/sceneggiatori, già autori di numerosi cortometraggi, ma le incertezze di questa loro opera dimostra ancora poca dimestichezza col lungometraggio.

Voto: 2/5

martedì 4 ottobre 2011

Rabah Ameur-Zaimeche

Wesh wesh, qu'est-ce qui se passe? (2001)
Bled Number One (2006)
Dernier Maquis (2008)
Les Chants de Mandrin (2011) - 4/5

Ameur-Zaimeche (1966) francese algerino, ha diretto quattro film, l'ultimo dei quali è stato uno dei migliori proiettati al 64esimo festival del film di Locarno.

-Les Chants de Mandrin
Francia 2011 - storico/drammatico - 97min.

Francia, 1755. Dopo l'esecuzione del noto contrabbandiere Louis Mandrin, i membri della sua banda ne continuano l'attività, allestendo mercati illegali nei villaggi vendendo merci alla popolazione locale. Inoltre stanno architettando, con l'aiuto di un tipografo, di stampare "Les chants de Mandrin", una raccolta di poesie scritte da loro stessi con cui far conoscere le gesta del loro leader al popolo, in modo da ispirare loro l'anelito alla libertà.

Narrazione rarefatta, montaggio lineare, andamento lento e contemplativo: una composizione ieratica per un film che cerca tutto tranne che la verosimiglianza storica, ed in generale il realismo, per puntare alla poesia, all'estasi, al sublime. Les chants de mandrin è un film pienamente artistico, nel senso che ricerca la bellezza dell'arte in ogni inquadratura, musica, dialogo (e canzone), tralascia la crudezza di un combattimento in favore di un'armonia visiva di corpi che cadono e di fumo che esce dalle bocche dei fucili.

Lo spettatore che valuta negativamente il fatto che le vesti dei briganti siano sempre impeccabili, o che un assedio ad un villaggio o la liberazione di un ostaggio si risolvano in poche, incredibili battute, lo spettatore che si soffermi insomma su "errori" di attendibilità del racconto sbaglia evidentemente l'ottica con cui è necessario approcciarsi alla visione di questo film, poema visivo e sonoro che ha al suo centro il desiderio di libertà, osannato ed incarnato dalla figura di Mandrin, mai mostrato eppure continuamente ricordato (mitizzato insomma), che diventa emblema e rappresentazione della resistenza all'ordine oppressivo della monarchia (e in generale di qualunque regime repressivo della libertà personale).

Rabah Ameur-Zaimeche, algerino, dirige ed interpreta (mirabilmente) un film che ha il suo pregio più evidente nella fotografia pittorica di Irina Lubtchansky, che dà vita ad immagini di forte suggestione (fra tutte, i cavalieri in controluce ed il canto finale del marchese) facendo del contrasto fra luci ed ombre la sua marca stilistica. Ma le immagini non avrebbero lo stesso magico impatto senza la colonna sonora evocativa di Clastrier Valentin, specialista della ghironda, strumento musicale a corde di epoca medievale, con cui dà vita a toccanti sinfonie che si amalgamano con le immagini in un crescendo emozionale che ha pochi rivali. La lentezza del film può risultare indigesta a chi non gradisce un cinema di contemplazione, ma se ci abbandona a questo spettacolo cinematografico di gran classe non si potrà rimanere indifferenti.

Voto: 4/5

lunedì 3 ottobre 2011

10.La Nouvelle Vague francese

Negli anni ’50, con la ripresa economica, l’esportazione del mito americano (e del suo cinema), le rivoluzioni socio-culturali, il consumismo e l’avanzamento tecnologico, la volontà di fare del cinema uno strumento non solo di svago, ma anche di comunicazione piùù seria, spinge i giovani europei a studiarne nuove concezioni, anche grazie al fatto che le apparecchiature tecniche diventano più leggere ed economiche. Nascono perciò nuove correnti, la più importante delle quali in Francia da un gruppo di critici militanti che osteggiano il cinema tradizionale che li precedeva. Il luogo simbolo di questa congrega è la Cinématéque Française, fondata nel 1934. Molti di questi critici scrivono sui celebri Cahiers du Cinéma (rivista inaugurata il 1/4/1951), elogiando i cosiddetti film “maledetti”, pellicole di autori americani e/o europei del dopoguerra, incompresi e sottovalutati dalla critica (fra cui Renoir, Rossellini, Becker, Hawks, Hitchcock). 
10.1 poetica 
La nouvelle vague si fonda su due idee: la “politica degli autori”, che riconosce il primato del regista come mero artefice della pellicola, e di conseguenza la “camera-stylo”, (espressione coniata dal regista Alexandre Astuc), ovvero l’idea che il regista debba usare la cinepresa come lo scrittore usa la penna: cioè deve conferire il proprio personale stile alla pellicola. Elementi comuni ai nuovi cineasti sono:
-Piano-sequenza
-troupe leggere
-location
-possibilmente ricorso alle luci naturali
-basso budget
-improvvisazione attoriale/ricorso ad attori amatoriali.
Come primo film della nuova corrente si può indicare Le Beau Serge (1958) di Chabrol, seguito da I quattorcento colpi e I cugini (1959) e Fino all’ultimo respiro (1960) di Godard, considerato manifesto della corrente, pieno di innovazioni (jump-cut, piani-sequenza, carrelli, voci-over, camera look, “errori/infrazioni” della grammatica canonica filmica).
10.2 il cambiamento della narrazione
Al primato dell’azione subentra il primato dell’osservazione: il racconto si sfrangia in digressioni e deviazioni. La drammaturgia si complica: è difficile distinguere bene e male, buoni e cattivi, gli estremi tendono a sparire. L’inquadratura è meno leggibile a causa della profondità di campo; spesso anzi il primo piano è più inutile dello sfondo. La narrazione viene stravolta dagli autori in diversi modi:
-Godard: gli interessa mostrare la potenza suggestiva del cinema più che raccontare una storia; più che mostrare delle azioni, mostra ciò che sta fra esse (attese, tensioni, non-fatto e non-detto)
-Truffaut: recupera l’elemento dell’imbonitore facendo recitare a voci off intere pagine di libri da cui trae i suoi film; più importante del racconto è l’atto di raccontare, quindi usa sbalzi temporali, freeze frame, oppure mostra azioni contrarie a quanto narrato.
-Rohmer: fa film in cui non c’è quasi azione, film di attese, pause, pensieri, idee.
10.3 conclusione: accanto alla nuovelle vague
Alcuni autori francesi dell’epoca non rientrano nella corrente suddetta.
-Jean Eustache e Garrel portano all’estremo l’uso del piano-sequenza con l’idea utopica di filmare il fluire della vita, coi rispettivi film “La maman et la putain” (1973) e “J’entends plus la guitare” (1991)
-Jean-Pierre Melville è padre del polar, film girati come documentari, sulla vita solitaria dei criminali.
-Jean Rouch, fautore di un tipo nuovo di documentario antropologico, in cui il regista è profondamente coinvolto nel tema che tratta, fino a comparire egli stesso nel film. 

domenica 2 ottobre 2011

Paolo Sorrentino

L'uomo in più (2001) - 2,5/5
Le conseguenze dell'amore (2004) - 3,5/5
L'amico di famiglia (2006) - 3/5
Il divo (2008) - 3,5/5
This Must Be the Place (2011) - 3/5
La grande bellezza (2013) - 2,5/5

Sorrentino (1970) è uno dei più interessanti registi italiani contemporanei, uno dei pochi che fa veramente il regista, nel senso di dirigere il film nella direzione che lui vuole. Famosa la sua predilezione per i complessi movimenti di macchina, che penetrano la scena seguendo i personaggi principali. Il suo stile molto personale l'ha reso poco italiano e molto internazionale: i suoi film sono più facilmente esportabili di molti altri del nostro paese, e ciò spiega il successo ai festival di molti suoi film: luoghi e personaggi dei suoi primi lavori sono tipicamente nostrani, ma i temi di cui Sorrentino sono spesso universali.

-L'uomo in più
Italia 2001 - drammatico - 100min.

1980: Antonio Pisapia (Andrea Renzi) è un calciatore affermato con velleità da allenatore; si infortuna in allenamento e non può più giocare. Tony Pisapia (Toni Servillo) è un cantautore affermato, che vive sulla cresta dell'onda; viene sorpreso a fare sesso con una minorenne, e finisce in carcere.
1984: I due Pisapia sono uomini falliti che tentano invano di recuperare il tempo perduto.

Un uomo sdoppiato, o due uomini che sono lo stesso uomo: Sorrentino gioca con il tema del doppio nel suo lungometraggio d'esordio, che sorprende per la forte marca autoriale che il regista è in grado di infondere nella pellicola: una storia classica di ascesa e caduta sdoppiata in due personaggi complementari viene raccontata con un tipico procedimento di montaggio alternato. La bravura di Sorrentino è quella di bilanciare i due racconti dal punto di vista narrativo, e di raccontare le due storie con tecniche diverse: più distaccato, più fermo con la macchina da presa nella storia dell'allenatore, più nervoso e "mobile" in quella del cantante in rovina e cocainomane. In quest'ultimo caso ricorre a complessi piani-sequenza e a primi piani estremamente ravvicinati, facendo risaltare l'espressività dell'ottimo Toni Servillo. Solo nella conclusione il film sembra arrancare un po', con un finale poco convincente e verosimile, e concludendo in flashback con una scena che è anche un auto-augurio di successo per la pellicola.
La recitazione di alcuni attori non è proprio il massimo, e forse in alcuni momenti il plot è fin troppo convenzionale. Positive invece sia la colonna sonora che la fotografia (che diverrà sempre più elaborata nei successivi film del regista).
Un discreto esordio.

Voto: 2,5/5

-Le conseguenze dell'amore
Italia 2004 - drammatico - 100min.

Titta (Toni Servillo), commercialista in esilio da quasi un decennio in un albergo svizzero perché ha perso dei miliardi della mafia in sbagliati giochi borsistici, mafia per conto della quale deposita una volta alla settimana in banca una valigia gonfia di contanti, ha lasciato la famiglia e la voglia di vivere. Intrappolato in una sorta di limbo, è come uno zombi, un morto che cammina. Una giovane ed avvenente barista dell'albergo in cui risiede riaccende in lui la voglia di vivere e di amare, ma le conseguenze dell'amore saranno imprevedibili.

Sorrentino perfeziona le sue doti registiche, supportato dall'ottima fotografia del milanese Luca Bigazzi, costruendo con esse una storia stilizzata che poggia ancora una volta sull'interpretazione di Toni Servillo, mummificato in un'espressione glaciale (come capiterà ne Il divo). Se la costruzione del "mistero" che circonda la figura del protagonista è ben reso da una struttura narrativa che predilige i silenzi ai dialoghi, lo stesso non si può dire per il finale, ancora punto debole del regista napoletano, raffazzonato e poco soddisfacente. C'è anche da evidenziare l'incompetenza attoriale di alcuni protagonisti, cosa che forse era più lecito aspettarsi nel film d'esordio: insomma meno male che il film è quasi totalmente incentrato su Servillo, perché diversi attori fanno pena. Il concept invece è vincente, mischiando il drammatico al noir al film gangsteristico. Le scenografie sono pure importanti: l'eleganza dell'albergo, ove si svolge la maggior parte del film, è il contraltare della bassezza e del lerciume dei personaggi mafiosi, cui nemmeno Titta è immune nella sua indifferente rassegnazione. Forse anche per questo il suo cambiamento repentino da metà film in poi lascia interdetti, sembrando poco verosimile.
Le conseguenze dell'amore conferma le grandi doti registiche di Sorrentino che al solito muove molto la telecamera in spazi ristretti, attratto magneticamente dal volto del suo attore-feticcio.

Voto: 3,5/5

-L'amico di famiglia
Italia 2005 (distribuito nel 2006) - drammatico - 110min.

Ritratto di Geremia De Geremei, usuraio: vive con la madre che mantiene, organizza la sua attività dietro copertura di una sartoria, è socio con un attempato sognatore del west americano, fa piccoli prestiti ma è inflessibile quando si tratta di riscuotere gli interessi. Quando si prende un'infatuazione per la figlia di un suo cliente (cui servono soldi per organizzare il matrimoni o della ragazza), le cose precipitano.

La regia è sempre più raffinata, il ritmo, le inquadrature, la fotografia alla Antonioni di Luca Bigazzi, la costruzione del personaggio principale, antiteticamente ben definito rispetto al precedente Titta, di cui si sapeva poco o nulla: tutto il film è incentrato sulla persona di Geremia, sulla sua malvagità, la sua bruttezza fisica e distorsione etica (è convinto di far del bene). Peccato che il film sia praticamente una riproposizione pedissequa del canovaccio de Le conseguenze dell'amore: un uomo dalla vita controllatissima va alla deriva per colpa di una donna molto più giovane di cui si innamora improvvisamente. Il tema portante insomma è sempre l'ingovernabilità dei propri sentimenti. Il racconto è reso un po' faticoso dall'inserimento di parentesi oniriche che paiono superflue: qualche sforbiciata in più avrebbe conferito più ritmo, ma quella di Sorrentino è sempre una prassi contemplativa dell'estetica dell'immagine: i suoi tipici movimenti di macchina non mancano.
Bel film, ma niente di veramente nuovo rispetto al precedente.

Voto: 3/5

-Il divo
Italia 2008 - biografico/grottesco - 110min.

Ritratto di Giulio Andreotti dal suo settimo governo (1992) al processo per associazione mafiosa a Palermo, da cui uscirà assolto.

Sorrentino filtra la storia secondo la sua consueta visione nichilista, dipingendo la politica come la più marcia delle attività umane. Andreotti e la sua cricca muovono i fili di macchinazioni che portano a numerosi omicidi, tutto senza lasciare traccia. Sorrentino infatti propende per la colpevolezza del protagonista, di cui sono suggerite le implicazioni (a volte anche come mandante) in numerosi omicidi di mafia degli anni '70 e successivi. Il suo stile registico si mantiene intatto anche in questa pellicola, dall'andamento lento come le precedenti ed incentrato su Toni Servillo, che fa sempre un ottimo lavoro. Bene anche trucco e fotografia del solito Luca Bigazzi. La colonna sonora invece può risultare un po' disorientante con i suoi influssi dub e dance, anche se una delle scene più significative è incentrata su un brano musicale (pur trattandosi in questo caso de "i migliori anni della nostra vita" di Renato Zero); altra "scena madre" è quella dell'intervista-interrogatorio condotta da Eugenio Scalfari, in cui Andreotti viene (ben poco) velatamente accusato di una sequela lunghissima di crimini.
Forse Sorrentino esagera un po' nella volontà di creare scene a tutti i costi memorabili, per esempio facendo parlare il suo divo solo per mezzo di battute folgoranti o aforismi pungenti, mai come una persona normale. Ma forse non si tratta di persone normali. Viene in mente la frase di Kafka usata da Petri in chiusura del suo "Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto" :"Qualunque impressione faccia su di noi, egli è un servo della legge, quindi appartiene alla legge e sfugge al giudizio umano." Sostituite la parola "legge" con "politica" e la massima potrà essere applicata a questo film.

Voto: 3,5/5

-This Must Be the Place
Italia/Francia/Irlanda 2011 - commedia - 118min.

Cheyenne (Sean Penn) è un'ex rockstar mai uscita dal personaggio, che passa le sue sbiadite giornate con la moglie nella sua tenuta irlandese, lontano da tutto e tutti, a parte pochi intimi. Un giorno riceve una chiamata dagli States: suo padre sta morendo. Arrivato troppo tardi, si ripromette quantomeno di esaudirne l'ultima volontà, rintracciare il nazista che l'aveva umiliato ad Auschwitz.


Sembra strano parlare di racconto di formazione quando il protagonista è un cinquantenne, ma tant'è: il quinto film di Sorrentino è la storia di un uomo ancora bambino che intraprende un viaggio a metà della sua vita per rinascere, più adulto e più consapevole, ad una nuova. Diviso in due parti, la prima descrittiva del personaggio mirabilmente interpretato da Penn, concepito per un'interpretazione da Oscar: lo si vede perso nel suo mondo, stanco, annoiato, immaturo. La seconda è un road movie attraverso gli USA (il modello dichiarato è Una storia vera di David Lynch, anche se non ha nulla da spartire con questo a parte la presenza di H.D. Stanton) alla ricerca di una riappacificazione con il genitore ed il superamento di quella stasi in cui era rimasto bloccato per vent'anni. La struttura episodica tipica del film di viaggio (ma anche della quest medievale) rende il gioco facile alla sceneggiatura nell'inventarsi situazioni surreali e divertenti, di un divertimento lievemente malinconico.


Se il film funziona bene, lo si deve più a Penn che a Sorrentino, troppo compiaciuto nei reiterati movimenti di macchina, forse intento a sviare l'attenzione da qualche forzatura nel racconto (troppo repentino è il cambiamento che invade l'animo tormentato del protagonista, all'improvviso desideroso di recuperare il rapporto paterno); dove il regista riesce è invece nell'insieme, nel cucire la commedia col dramma, mantenendo tutto su un tono a metà, senza mai scivolare troppo in una o nell'altra nemmeno nei momenti clou del film.
La fotografia di Bigazzi è invece sempre di ottima fattura, così come il reparto make-up, indispensabile alla resa del protagonista, su cui tutto il film si regge, nel bene e nel male. Molti gli spunti di riflessione, tali da rendere i film adattissimo per i cineforum. Divertente - pur se superflua - comparsata con annessa performance di David Byrne che canta la sua This Must Be The Place, leitmotiv del film. A tal proposito è da segnalare l'accattivante colonna sonora, con pezzi rock famosi alternati a musica originale, sempre composta da Byrne.
Un film italiano di cui essere soddisfatti.


Voto: 3/5

-La grande bellezza
Italia 2013 - commedia - 142min.

Jep Gambardella (Toni Servillo) giornalista sessantenne che vive a Roma da quando aveva 26 anni, è tesimone attivo e passivo del contrasto tra bellezza e bruttezza di Roma e della sua umantà.

Si respira in questo film un afflato epico, la volontà di affresco storico, il piacere quasi letterario del racconto sineddotico, e sono tutti pregi, elementi mancanti nel cinema italiano contemporaneo che è un piacere vedere riuniti in un'operazione ambiziosa; quel che manca è la razionalizzazione di questi impulsi, il senso della misura; l'oscillazione indecisa tra narrazione antinarrazione lascia sul campo clamorosi buchi di sceneggiatura (il passato di Jep: come è diventato ciò che è? Il Jep passato non sembra collegabile a quello attuale, il momento topico della notte al faro non sembra affatto plausibile come momento che segna la sua vita per sempre) e fa dipendere la tenuta del film dall'interpretazione di Servillo, che per fortuna è bravissimo. Sorrentino si fa spesso sfuggire le fila del racconto; per esporre il tema del film basta il suo lungo incipit (personalmente il momento migliore): la lunga notte di volgarità danzante contrapposta alla passeggiata aurorale sul lungo Tevere, grande bellezza e grande miseria contrapposte, un contrasto che verrà riproposto in tutto il film in vari episodi, alcuni riusciti (la parentesi con la Ferilli) altri noiosi (l'incontro con il marito della donna amata) altri inguardabili (l'ultima mezz'ora, terribile per retorica, ridicolaggine involontaria, prolissità, effettistica scadente). La scrittura, efficace in alcuni momenti (il personaggio di Carlo Verdone, il dialogo/duello in terrazza con la radical chic) è incredibilmente povera in altri (il dialogo della suora sulle radici, alcuni enfatici monologhi interiori di Jep). Il grande merito di non aver parlato di politica nel film, concentrandosi invece su quella che dovrebbe essere la classe dirigente del paese (l'alta borghesia e il mondo dello showbiz) che si dimostra invece il peggio del peggio, è azzoppata dal demerito di una scarsa originalità nel tratteggiare questo tipo di umanità: il modello principale è ovviamente Fellini, ma non mancano cardinali mondani come quello de I nuovi mostri, signore bene norditaliche di Wertmuller-iana memoria ed un protagonista che rimanda ai protagonisti dei precedenti film di Sorrentino stesso: indolente, consapevole ma impotente, cinico e disilluso, Jep è Cheyenne ed è anche Titta ed è anche Tony ed è anche Geremia, e forse è anche un po' il divo nel non vedere (o non voler ammettere) l'identità del suo vicino di casa.
Fotografia e musiche perfette.

Voto: 2,5/5

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