domenica 2 ottobre 2011

Paolo Sorrentino

L'uomo in più (2001) - 2,5/5
Le conseguenze dell'amore (2004) - 3,5/5
L'amico di famiglia (2006) - 3/5
Il divo (2008) - 3,5/5
This Must Be the Place (2011) - 3/5
La grande bellezza (2013) - 2,5/5

Sorrentino (1970) è uno dei più interessanti registi italiani contemporanei, uno dei pochi che fa veramente il regista, nel senso di dirigere il film nella direzione che lui vuole. Famosa la sua predilezione per i complessi movimenti di macchina, che penetrano la scena seguendo i personaggi principali. Il suo stile molto personale l'ha reso poco italiano e molto internazionale: i suoi film sono più facilmente esportabili di molti altri del nostro paese, e ciò spiega il successo ai festival di molti suoi film: luoghi e personaggi dei suoi primi lavori sono tipicamente nostrani, ma i temi di cui Sorrentino sono spesso universali.

-L'uomo in più
Italia 2001 - drammatico - 100min.

1980: Antonio Pisapia (Andrea Renzi) è un calciatore affermato con velleità da allenatore; si infortuna in allenamento e non può più giocare. Tony Pisapia (Toni Servillo) è un cantautore affermato, che vive sulla cresta dell'onda; viene sorpreso a fare sesso con una minorenne, e finisce in carcere.
1984: I due Pisapia sono uomini falliti che tentano invano di recuperare il tempo perduto.

Un uomo sdoppiato, o due uomini che sono lo stesso uomo: Sorrentino gioca con il tema del doppio nel suo lungometraggio d'esordio, che sorprende per la forte marca autoriale che il regista è in grado di infondere nella pellicola: una storia classica di ascesa e caduta sdoppiata in due personaggi complementari viene raccontata con un tipico procedimento di montaggio alternato. La bravura di Sorrentino è quella di bilanciare i due racconti dal punto di vista narrativo, e di raccontare le due storie con tecniche diverse: più distaccato, più fermo con la macchina da presa nella storia dell'allenatore, più nervoso e "mobile" in quella del cantante in rovina e cocainomane. In quest'ultimo caso ricorre a complessi piani-sequenza e a primi piani estremamente ravvicinati, facendo risaltare l'espressività dell'ottimo Toni Servillo. Solo nella conclusione il film sembra arrancare un po', con un finale poco convincente e verosimile, e concludendo in flashback con una scena che è anche un auto-augurio di successo per la pellicola.
La recitazione di alcuni attori non è proprio il massimo, e forse in alcuni momenti il plot è fin troppo convenzionale. Positive invece sia la colonna sonora che la fotografia (che diverrà sempre più elaborata nei successivi film del regista).
Un discreto esordio.

Voto: 2,5/5

-Le conseguenze dell'amore
Italia 2004 - drammatico - 100min.

Titta (Toni Servillo), commercialista in esilio da quasi un decennio in un albergo svizzero perché ha perso dei miliardi della mafia in sbagliati giochi borsistici, mafia per conto della quale deposita una volta alla settimana in banca una valigia gonfia di contanti, ha lasciato la famiglia e la voglia di vivere. Intrappolato in una sorta di limbo, è come uno zombi, un morto che cammina. Una giovane ed avvenente barista dell'albergo in cui risiede riaccende in lui la voglia di vivere e di amare, ma le conseguenze dell'amore saranno imprevedibili.

Sorrentino perfeziona le sue doti registiche, supportato dall'ottima fotografia del milanese Luca Bigazzi, costruendo con esse una storia stilizzata che poggia ancora una volta sull'interpretazione di Toni Servillo, mummificato in un'espressione glaciale (come capiterà ne Il divo). Se la costruzione del "mistero" che circonda la figura del protagonista è ben reso da una struttura narrativa che predilige i silenzi ai dialoghi, lo stesso non si può dire per il finale, ancora punto debole del regista napoletano, raffazzonato e poco soddisfacente. C'è anche da evidenziare l'incompetenza attoriale di alcuni protagonisti, cosa che forse era più lecito aspettarsi nel film d'esordio: insomma meno male che il film è quasi totalmente incentrato su Servillo, perché diversi attori fanno pena. Il concept invece è vincente, mischiando il drammatico al noir al film gangsteristico. Le scenografie sono pure importanti: l'eleganza dell'albergo, ove si svolge la maggior parte del film, è il contraltare della bassezza e del lerciume dei personaggi mafiosi, cui nemmeno Titta è immune nella sua indifferente rassegnazione. Forse anche per questo il suo cambiamento repentino da metà film in poi lascia interdetti, sembrando poco verosimile.
Le conseguenze dell'amore conferma le grandi doti registiche di Sorrentino che al solito muove molto la telecamera in spazi ristretti, attratto magneticamente dal volto del suo attore-feticcio.

Voto: 3,5/5

-L'amico di famiglia
Italia 2005 (distribuito nel 2006) - drammatico - 110min.

Ritratto di Geremia De Geremei, usuraio: vive con la madre che mantiene, organizza la sua attività dietro copertura di una sartoria, è socio con un attempato sognatore del west americano, fa piccoli prestiti ma è inflessibile quando si tratta di riscuotere gli interessi. Quando si prende un'infatuazione per la figlia di un suo cliente (cui servono soldi per organizzare il matrimoni o della ragazza), le cose precipitano.

La regia è sempre più raffinata, il ritmo, le inquadrature, la fotografia alla Antonioni di Luca Bigazzi, la costruzione del personaggio principale, antiteticamente ben definito rispetto al precedente Titta, di cui si sapeva poco o nulla: tutto il film è incentrato sulla persona di Geremia, sulla sua malvagità, la sua bruttezza fisica e distorsione etica (è convinto di far del bene). Peccato che il film sia praticamente una riproposizione pedissequa del canovaccio de Le conseguenze dell'amore: un uomo dalla vita controllatissima va alla deriva per colpa di una donna molto più giovane di cui si innamora improvvisamente. Il tema portante insomma è sempre l'ingovernabilità dei propri sentimenti. Il racconto è reso un po' faticoso dall'inserimento di parentesi oniriche che paiono superflue: qualche sforbiciata in più avrebbe conferito più ritmo, ma quella di Sorrentino è sempre una prassi contemplativa dell'estetica dell'immagine: i suoi tipici movimenti di macchina non mancano.
Bel film, ma niente di veramente nuovo rispetto al precedente.

Voto: 3/5

-Il divo
Italia 2008 - biografico/grottesco - 110min.

Ritratto di Giulio Andreotti dal suo settimo governo (1992) al processo per associazione mafiosa a Palermo, da cui uscirà assolto.

Sorrentino filtra la storia secondo la sua consueta visione nichilista, dipingendo la politica come la più marcia delle attività umane. Andreotti e la sua cricca muovono i fili di macchinazioni che portano a numerosi omicidi, tutto senza lasciare traccia. Sorrentino infatti propende per la colpevolezza del protagonista, di cui sono suggerite le implicazioni (a volte anche come mandante) in numerosi omicidi di mafia degli anni '70 e successivi. Il suo stile registico si mantiene intatto anche in questa pellicola, dall'andamento lento come le precedenti ed incentrato su Toni Servillo, che fa sempre un ottimo lavoro. Bene anche trucco e fotografia del solito Luca Bigazzi. La colonna sonora invece può risultare un po' disorientante con i suoi influssi dub e dance, anche se una delle scene più significative è incentrata su un brano musicale (pur trattandosi in questo caso de "i migliori anni della nostra vita" di Renato Zero); altra "scena madre" è quella dell'intervista-interrogatorio condotta da Eugenio Scalfari, in cui Andreotti viene (ben poco) velatamente accusato di una sequela lunghissima di crimini.
Forse Sorrentino esagera un po' nella volontà di creare scene a tutti i costi memorabili, per esempio facendo parlare il suo divo solo per mezzo di battute folgoranti o aforismi pungenti, mai come una persona normale. Ma forse non si tratta di persone normali. Viene in mente la frase di Kafka usata da Petri in chiusura del suo "Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto" :"Qualunque impressione faccia su di noi, egli è un servo della legge, quindi appartiene alla legge e sfugge al giudizio umano." Sostituite la parola "legge" con "politica" e la massima potrà essere applicata a questo film.

Voto: 3,5/5

-This Must Be the Place
Italia/Francia/Irlanda 2011 - commedia - 118min.

Cheyenne (Sean Penn) è un'ex rockstar mai uscita dal personaggio, che passa le sue sbiadite giornate con la moglie nella sua tenuta irlandese, lontano da tutto e tutti, a parte pochi intimi. Un giorno riceve una chiamata dagli States: suo padre sta morendo. Arrivato troppo tardi, si ripromette quantomeno di esaudirne l'ultima volontà, rintracciare il nazista che l'aveva umiliato ad Auschwitz.


Sembra strano parlare di racconto di formazione quando il protagonista è un cinquantenne, ma tant'è: il quinto film di Sorrentino è la storia di un uomo ancora bambino che intraprende un viaggio a metà della sua vita per rinascere, più adulto e più consapevole, ad una nuova. Diviso in due parti, la prima descrittiva del personaggio mirabilmente interpretato da Penn, concepito per un'interpretazione da Oscar: lo si vede perso nel suo mondo, stanco, annoiato, immaturo. La seconda è un road movie attraverso gli USA (il modello dichiarato è Una storia vera di David Lynch, anche se non ha nulla da spartire con questo a parte la presenza di H.D. Stanton) alla ricerca di una riappacificazione con il genitore ed il superamento di quella stasi in cui era rimasto bloccato per vent'anni. La struttura episodica tipica del film di viaggio (ma anche della quest medievale) rende il gioco facile alla sceneggiatura nell'inventarsi situazioni surreali e divertenti, di un divertimento lievemente malinconico.


Se il film funziona bene, lo si deve più a Penn che a Sorrentino, troppo compiaciuto nei reiterati movimenti di macchina, forse intento a sviare l'attenzione da qualche forzatura nel racconto (troppo repentino è il cambiamento che invade l'animo tormentato del protagonista, all'improvviso desideroso di recuperare il rapporto paterno); dove il regista riesce è invece nell'insieme, nel cucire la commedia col dramma, mantenendo tutto su un tono a metà, senza mai scivolare troppo in una o nell'altra nemmeno nei momenti clou del film.
La fotografia di Bigazzi è invece sempre di ottima fattura, così come il reparto make-up, indispensabile alla resa del protagonista, su cui tutto il film si regge, nel bene e nel male. Molti gli spunti di riflessione, tali da rendere i film adattissimo per i cineforum. Divertente - pur se superflua - comparsata con annessa performance di David Byrne che canta la sua This Must Be The Place, leitmotiv del film. A tal proposito è da segnalare l'accattivante colonna sonora, con pezzi rock famosi alternati a musica originale, sempre composta da Byrne.
Un film italiano di cui essere soddisfatti.


Voto: 3/5

-La grande bellezza
Italia 2013 - commedia - 142min.

Jep Gambardella (Toni Servillo) giornalista sessantenne che vive a Roma da quando aveva 26 anni, è tesimone attivo e passivo del contrasto tra bellezza e bruttezza di Roma e della sua umantà.

Si respira in questo film un afflato epico, la volontà di affresco storico, il piacere quasi letterario del racconto sineddotico, e sono tutti pregi, elementi mancanti nel cinema italiano contemporaneo che è un piacere vedere riuniti in un'operazione ambiziosa; quel che manca è la razionalizzazione di questi impulsi, il senso della misura; l'oscillazione indecisa tra narrazione antinarrazione lascia sul campo clamorosi buchi di sceneggiatura (il passato di Jep: come è diventato ciò che è? Il Jep passato non sembra collegabile a quello attuale, il momento topico della notte al faro non sembra affatto plausibile come momento che segna la sua vita per sempre) e fa dipendere la tenuta del film dall'interpretazione di Servillo, che per fortuna è bravissimo. Sorrentino si fa spesso sfuggire le fila del racconto; per esporre il tema del film basta il suo lungo incipit (personalmente il momento migliore): la lunga notte di volgarità danzante contrapposta alla passeggiata aurorale sul lungo Tevere, grande bellezza e grande miseria contrapposte, un contrasto che verrà riproposto in tutto il film in vari episodi, alcuni riusciti (la parentesi con la Ferilli) altri noiosi (l'incontro con il marito della donna amata) altri inguardabili (l'ultima mezz'ora, terribile per retorica, ridicolaggine involontaria, prolissità, effettistica scadente). La scrittura, efficace in alcuni momenti (il personaggio di Carlo Verdone, il dialogo/duello in terrazza con la radical chic) è incredibilmente povera in altri (il dialogo della suora sulle radici, alcuni enfatici monologhi interiori di Jep). Il grande merito di non aver parlato di politica nel film, concentrandosi invece su quella che dovrebbe essere la classe dirigente del paese (l'alta borghesia e il mondo dello showbiz) che si dimostra invece il peggio del peggio, è azzoppata dal demerito di una scarsa originalità nel tratteggiare questo tipo di umanità: il modello principale è ovviamente Fellini, ma non mancano cardinali mondani come quello de I nuovi mostri, signore bene norditaliche di Wertmuller-iana memoria ed un protagonista che rimanda ai protagonisti dei precedenti film di Sorrentino stesso: indolente, consapevole ma impotente, cinico e disilluso, Jep è Cheyenne ed è anche Titta ed è anche Tony ed è anche Geremia, e forse è anche un po' il divo nel non vedere (o non voler ammettere) l'identità del suo vicino di casa.
Fotografia e musiche perfette.

Voto: 2,5/5

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