giovedì 31 maggio 2012

Hayao Miyazaki

Lupin III - Il castello di Cagliostro (ルパン三世カリオストロの城, Rupan sansei - Kariosutoro no shiro) (1979)
Nausicaä della Valle del Vento (風の谷のナウシカ Kaze no tani no Naushika) (1984) - 3/5
Il castello nel cielo (天空の城ラピュタ Tenkū no shiro Rapyuta) (1986) - 3,5/5
Il mio vicino Totoro (となりのトトロ Tonari no Totoro) (1988)
Kiki consegne a domicilio (魔女の宅急便 Majo no takkyūbin) (1989) - 3/5
Porco Rosso (紅の豚, Kurenai no buta) (1992)
Principessa Mononoke (もののけ姫 Mononoke-hime) (1997)
La città incantata (千と千尋の神隠し Sen to Chihiro no kamikakushi) (2001)
Il castello errante di Howl (ハウルの動く城 Hauru no ugoku shiro) (2004)
Ponyo sulla scogliera (崖の上のポニョ Gake no ue no Ponyo) (2008) - 3,5/5

NB: Per le recensioni dei film di Miyazaki all'interno dello Studio Ghibli, consulta la scheda apposita.

Miyazaki (1941), giapponese, è uno dei più noti registi di animazione di tutto il mondo, co-fondatore dello Studio Ghibli assieme a Isao Takahata.
Miyazaki si laureò in Scienze politiche ed Economia nel 1963, e trovò lavoro presso la Toei Animation (colosso dell'animazione giapponese fondato nel 1956, che ha realizzato alcune delle serie animate più note, come L'Uomo Tigre, Mazinga Z, Kiss Me Licia, I Cavalieri dello Zodiaco e moltissime altre) come disegnatore. Nel 1968 lavorò al primo lungometraggio animato di Isao Takahata, La grande avventura del piccolo principe Valiant (aka: Il segreto della spada del Sole); nacque così tra i due una collaborazione che si sarebbe protratta negli anni. Nel '71 i due lasciano la Toei e, assieme ai disegnatori Yōichi Kotabe e Yasuo Ōtsuka, si spostarono alla A Productions (divenuta Shin-Ei Animation nel '76), dove lavorò alla serie Lupin III. Nel 1979 dirige il suo primo lungometraggio, Lupin III - Il castello di Cagliostro.
Nel frattempo aveva già iniziato la sua carriera di fumettista: nel 1982 iniziò la pubblicazione del manga Nausicaä della Valle del Vento, da parte della rivista Animage (la serie cessò nel 1994). Il successo dell'operazione spinse la società a premere affinchè Miyazaki ne realizzasse un lungometraggio.

-Nausicaä della Valle del Vento
Giappone 1984 - animazione/fantastico/fantascienza - 116min.

In un futuro post-apocalittico, l'umanità è stata quasi annientata da una guerra nucleare mondiale che ha reso invivibile la quasi totalità del pianeta, ricoperta da piante tossiche ed insettoni giganti. In una valle isolata e non colpita dalle aberrazioni, Nausicaa è una giovane principessa di un regno in pace, curiosa e rispettosa verso la natura che vuole studiare senza paure o preconcetti. Ma un'arma antica riportata alla luce da un regno belligerante inaccerà ancora una volta il precario equilibrio in cui l'umanità si trova a vivere, sconvollgendo le tranquille esistenze della Valle del Vento.

Grande narrazione in cui si intrecciano ecologia (grande tradizione del cinema giapponese dai tempi del lucertolone gigante più famoso del mondo), fantasy avventuroso, gusto per i velivoli (il padre del regista aveva una fabbrica di componenti per aerei) e per il racconto fiabesco e fantascientifico alla Jules Verne, è un pamhplet antimilitarista che invita al rispetto dell'ambiente e delle persone, privo di antagonisti veri e propri e pieno di  quella curiostà giocosa dei bambini nel mostrare animali fanttastici, luoghi misteriosi dal sapore magico, con un dsegno semplice nel tratto ma in grado di regalare scorci straordinari (come l'inquietante carica de vermi giganti nel finale), il film sembra l'opera di un autore esperto che sa fare dell'animazione uno strumento per parlare a spettatori di ogni età. Inizia con questo film la collaborazione, tuttora in corso, con il musicista Joe Hisaishi, autore di un piacevolissimo commento musicale.
a volte il rischio è di mettere troppa carne al fuoco (tantissimi personaggi, ellissi temporali che lasciano qualche perplessità sull osvolgersi degli eventi) a causa del tanto materiale di base disponibile (il manga omonimo, la cui pubblicazione durò ben 12 anni).

Voto: 3/5

Il successo del film precedente permette a Miyazaki di fondare il suo studio. Assieme a Isao Takahata, l'anno seguente, 1985, dà vita allo Studio Ghibli. Il primo film prodotto dallo studio è Laputa, diretto da Miyazaki.
La sua opera successiva, Il mio vicino Totoro, sarà un successo strepitoso. Totoro diventerà un'icona nazionale, nonchè il logo dello Studio Ghibli.

lunedì 28 maggio 2012

Sean Durkin

-Mary Last Seen (2010) (corto)
-La fuga di Martha (Martha Marcy May Marlene (2011) - 3,5/5

Durkin (1981), canadese cresciuto in Inghilterra e a N.Y. (dove si è trasferito con la famiglia all'età di 12 anni), ha studiato alla Film School della stessa città per poi dedicarsi all'attività registica. Il suo corto d'esordio ha vinto a Cannes nel 2010, ed il suo primo lungometraggio, sullo stesso tema, ha vinto al Sundance 2011.

-La fuga di Martha
USA 2011 - drammatico - 102min.

Martha (Elizabeth Olsen) chiama la sorella che non vede nè sente da due anni, pregandola di venirla a prendere: è fuggita da una comunità autarchica agricola localizzata in una campagna imprecisata dello stato di New York, nella quale ha vissuto troncando ogni contatto col mondo esterno. Cosa l'ha spinta alla fuga? Che esperienze ha vissuto? Che traumi ha subito? Per la sorella Lucy (Sarah Paulson), che se ne fa carico col marito Ted (Hugh Dancy) nella sua ampia casa sul lago nel Connecticut, l'impresa di dipanare il mistero e di prendersi cura di lei sarà tutt'altro che semplice.

La fuga di Martha si inserisce in un filone tutto americano (e rigorosamente indie) di cinema avente per oggetto lo studio dei culti e delle sette utopico-anarchico-fanatiche a tema laico o religioso che si sviluppano con facilità negli Stati Uniti, raccogliendo ragazzi sbandati, tardi Hippie e profeti del nulla in "famiglie" dai dubbi connotati ideologici. In un percorso che unisce idealmente film molto diversi nello stile ma simili nelle tematiche, dal Thriller/horror Red State di Kevin Smith alla docu-fiction Jesus Camp di Heidi Ewing e Rachel Grady, passando per L'ultimo esorcismo di Daniel Stamm, La fuga di Martha ricorre ad uno stile scarno e naturalistico per illustrare questa strana realtà, dividendo il film in due nuclei spazio-temporali cui si passa conmontaggio alternato per tutta la durata della pellicola.

Le parti riguardanti la convivenza fra le sorelle sono caratterizzate da unafotografia più luminosa e da spazi più ampi, anche nel senso di inquadrature meno ravvicinate. Le sezioni riguardanti l'esperienza di Martha nella comunità (che la ribattezza Marcy May/Marlene) sono più cupe e connotate fotograficamente da primissimi piani e dettagli. La costruzione è ossimorica se si pensa che la vita in comunità è caratterizzata da spazi aperti e quella conLucy da interni abitativi, il che conferisce al film una paurosa dote destabilizzante. I perni su cui poggia sono due: recitazione e fotografia. La prima è spontanea e convincente da parte dell'intero cast, con figure di spicco fra i comprimari (il capo-comunità Patrick, interpretato da John Hawkes, il quale ha un che di Vincent Gallo sia nell'aspetto sia nello sguardo lucidamente folle) ed una mimetica partecipazione del cast principale.

La fotografia di Jody Lee Lipes fa un uso sapiente delle ombre, saturando spesso l'inquadratura di oscurità piuttosto che di nitore, e virando i colori dei paesaggi campestri così da renderli nient'affatto idilliaci e rassicuranti, bensì sporchi, autunnali, mortiferi. Un gran lavoro è stato fatto anche sul sound design: gli ambienti silenziati che fanno rimbombare gemiti e grida si alternano ad altri più cacofonici (utensili stridenti, natura dissonante, spari raggelanti), mentre la colonna sonora si compone di tracce minimaliste dielettronica mista a folk acustico, con un risultato finale inquietante al punto giusto: il disagio è la sensazione che la pellicola riesce a trasmettere, insinuandolo, nella mente dello spettatore. Il finale incerto non rende giustizia ad un film che promette di essere fra i migliori film in uscita nelle sale italiane di quest'anno (ma che avrà ben poco pubblico).

Lo sforzo del regista esordiente Durkin (alle spalle un solo cortometraggio, su un tema simile, passato al Sundance) di realizzare un opera notevolmente originale nello stile ed intrigante sul piano contenutistico (il conflitto natura/cultura; le conseguenze psichiche a lungo termine di esperienze traumatiche, i rigurgiti di idee estreme nel più democratico dei paesi occidentali) sarà presumibilmente ignorato da un pubblico troppo impegnato a gustarsi gli ultimi colorati e scoppiettanti blockbuster (The Avengers, Dark Shadows...) made in Hollywood. Chi è disposto a fare i conti con un tema insolito (almeno per noi) trattato nei tempi e nei modi di un cinema di sperimentazione, ne trarrà invece gran giovamento intellettuale.

Voto: 3,5/5

sabato 12 maggio 2012

Drew Goddard

-Quella casa nel bosco (The Cabin In the Woods) (2012) - 2/5

Goddard (1975), americano, è principalmente sceneggiatore; ha collaborato con Joss Whedon (regista di The Avengers) alla scrittura della settima stagione della serie tv Buffy e di Angel, e ha lavorato anche a quelle di Alias e Lost. Quella casa nel bosco, scritto sempre con Whedon, è il suo esordio alla regia.

-Quella casa nel bosco
USA 2012 - horror comedy - 95min.

Un gruppo di teenagers americani parte per una vacanza in un cottage in mezzo al bosco. In cantina scoprono strani artefatti, ed il diario di una bambina che riporta una frase scritta in latino dai poteri misteriosi. Incautamente i ragazzi la leggono risvegliando forze maligne e fameliche. Vi sembra famigliare? Aspettate...

Scritto dal regista assieme a Joss Whedon (autore della serie tv Buffy e regista del recente The Avengers), è una horror comedy che merita meno considerazione di quanta gliene sia stata affibbiata da una stampa prevalentemente positiva. L'enfasi posta sull'originalità del plot, che rimescola le carte in tavola dopo un inizio che è un omaggio a La casa di Raimi (e come quel film si mantiene sul registro grottescamente divertente di quell'horror strampalato e goliardico che punta più a far ridere che a spaventare), serve più che altro a distogliere l'attenzione dalla pochezza che si rileva su altri fronti: recitazione (ma ancor più scrittura dei personaggi: agli sceneggiatori è sfuggito il fatto che far parlare gli attori a ripetizione infarcendo i dialoghi di battute fulminanti ed aforismi sopra le righe non vuol dire delineare figure a tutto tondo; una strana caduta, pensando al buon lavoro che Whedon ha fatto con i suoi Vendicatori), dosaggio della suspence (inesistente), musiche (anonime), scenografie (ripetitive), trama (ridicola e inconcludente).

Poi se ci vogliamo focalizzare sul supposto elemento vincente del film, l'originalità del concept, si fa presto a smontare anche quello: non si tratta di altro che un pout-pourri di roba già vista in mille altri film, e non solo; sia perchè il riferimento principale (il plagio, si potrebbe sospettare) è a Lovecraft e ai suoi Antichi, mostri primordiali che giacciono relegati nelle viscere del nostro pianeta (dicendo questo non vi sto rovinando nessuna sorpresa, fidatevi). Mantenendoci in ambito cinematografico, l'elenco è lungo, ma è doveroso citare qualche titolo: Martyrs di Pascal Laugier, per il cambio di rotta a metà film; la saga di Saw per l'idea della montatura e dello svelamento; il sempreverde Scream di Craven, con i suoi dettami circa le regole del genere; la trilogia di The Cube di Natali, per l'idea dell'horror/thriller come film-gioco; persino il ben poco conosciuto (e ben poco meritevole) My Little Eye di Marc Evans aveva già esplorato terreni simili ormai dieci anni fa.

Così si scopre che tutta la fanfara sull'originalità, sul "non vi immaginate cosa state per vedere", sul ribaltamento rivoluzionario delle logiche dell'horror et similia, non supera l'esame di uno spettatore anche solo minimamente competente nel genere suddetto. La verità è che davvero l'horror made in USA è agonizzante da diversi anni, e non basta una minuscola scintilla di creatività in un mare di mash up-remix-collage-pastiche postmoderno di elementi eterogenei per risollevare la situazione stagnante con un film posticcio e sbrindellato come le carni macilente di uno zombie. Rimangono qualche battuta e qualche scena divertenti ed un lavoro efficace in reparto trucco e costumi; troppo poco per consigliare una baracconata degna solo di Freddy Versus Jason.

Voto: 2/5

sabato 5 maggio 2012

Fabrizio Cattani

Quelle piccole cose (2001)
Il rabdomante (2007)
Maternity Blues (2011) - 3/5

Cattani (1967) è uno sceneggiatore  e regista italiano.

-Maternity Blues
Italia 2011 - drammatico - 95min.


La vita di quattro donne infanticide all'interno di un ospedale psichiatrico giudiziario: Clara (Andrea Osvart) cerca di tornare alla vita come ha fatto il marito che si è trasferito ed ha cambiato lavoro, Eloisa (Monica Birladeanu) dal passato burrascoso e chiusa in una conchiglia di prepotenza egoistica, Rina (Chiara Martegiani) poco più che ventenne e con problemi di alcolismo, Vincenza (Marina Pennafina) che scrive lunghi diari per i due figli che ha ancora fuori dall'ospedale-prigione.

La sceneggiatura è stata scritta dal regista assieme a Grazia Verasani, che l'ha ricavata dal suo testo teatrale From Medea. Maternity Blues è un tentativo di conciliare fiction e realismo affrontando un tema inedito al cinema, ma senza ricorrere al documentario. Il film non si basa su fatti realmente accaduti anche se prende spunto da alcuni dati statistici (in Italia la depressione post-partum colpisce il 30% delle donne; il rapporto Eurispes Italia del 2011 segnala che nel 2010 si è verificato un infanticidio ogni 20 giorni, mentre l'anno prima la media era di uno ogni 33 e nel 2008 uno ogni 91; si tratta quindi di un fenomeno in aumento). Il film non assolve certo le protagoniste dai loro peccati, ma nemmeno le condanna fermamente: si limita a descriverne le ricadute psicologiche, il perpetuo senso di colpa che le attanaglia e le conseguenze sulla loro persona del gesto omicida: rottura di qualunque relazione, condanna senza appello da parte dell'opinione pubblica, nessun futuro certo davanti a sè. Ovvio pensare che se lo meritino, ma questo non aiuta a capire le cause del fenomeno: assenteismo della figura del marito (a volte fedifrago), situazioni famigliari instabili, esaurimento nervoso da stress et similia.

Il succo del film è che invece di concentrarsi sul tacciare queste donne di ogni malvagità possibile bisogna aumentare la ricerca psicologica in questo campo per riuscire a prevenire tali situazioni. Detto ciò, è impossibile non notare come la regia faccia di tutto per indurci a provare empatia verso le protagoniste senza che ce ne accorgiamo: la musica malinconica che accompagna alcuni momenti (le scene musicali sono le più leziose e scadenti della pellicola), il flusso di pensieri della protagonista (che oltre a spezzare un po' il ritmo non aggiunge molto di per sè) e la ricerca dell'effetto (i molteplici finali e sottofinali che ricercano lo stupore emotivo) svelano la volontà di fare un film molto "costruito" piuttosto che uno più diretto ed oggettivo. Insomma mi sembra che l'impostazione del film sia criticabile: un documentario sarebbe stato forse il modo migliore per affrontare l'argomento, anche perchè come detto non è un tema abituale al cinema e qualche dato statistico ed oggettivo sarebbe stato gradito. Se aggiungiamo il fatto che un pubblico non interessato al tema diffiiclmente deciderà di vedere il film, la sensazione è che gli autori si siano un po' tirati la zappa sui piedi. Un film dalle buone intenzioni ma dalla realizzazione discutibile. Da menzionare comunque una buona prova attoriale ed una fotografia prevalentemente realistica con qualche uso della luce più creativo nei picchi drammatici.

Voto: 3/5

mercoledì 2 maggio 2012

Joss Whedon

Serenity (2005)
Thor (2011) - ha diretto solo la scena "nascosta" dopo i titoli di coda
The Avengers (2012) - 3,5/5

Whedon (1964), è principalmente uno sceneggiatore. E' noto al pubblico per essere il creatore della serie tv Buffy l'ammazzavampiri (ed il suo spin-off Angel). Nel 2005 ha diretto il suo primo film. E' anche autore occasionale di fumetti (ha scritto la serie Astonishing X-Men, disegnata da John Cassaday) di cui è grande fan, cosa che gli ha permesso di ottenere la regia di The Avengers.

-The Avengers
USA 2012 - fantascienza/fantastico/avventura - 143min.

Prodotto dalla Marvel e distribuito da Disney, The Avengers riunisce i supereroi di film precedenti (i due Iron Man, i due Hulk, Thor e Capitan America) più la figura di Nick Fury presente di sfuggita in alcune di queste pellicole, e va a comporre la squadra di supereroi omonima che costituisce una delle più celebri associazioni di eroi della storia del fumetto.

Loki, fratellastro malvagio di Thor, riesce ad arrivare sulla Terra per mezzo del Cubo Cosmico, misterioso oggetto extraterrestre ritrovato da Howard Stark negli anni '40 e custodito in un laboratorio della NASA. Mentre il cattivone si appresta ad usare il cubo come portale dimensionale per scatenare sul pianeta l'esercito alieno dei Chitauri, Nick Fury, direttore dello SHIELD (i super-servizi segreti) non ha altra scelta che chiamare a raccolta i vari eroi e convincerli ad allearsi, dando vita al progetto Avengers: una lega su supereroi in grado di contrastare le minaccie che i terrestri non sono in grado di fronteggiare da soli.

Gli attori sono gli stessi dei film precedenti, eccetto Hulk, che viene qui interpretato da Mark Ruffalo (nel film precedente era Edward Norton e in quello prima Eric Bana). Oltre agli eroi già citati ricompaiono Vedova Nera e Occhio di Falco.
The Avengers è il secondo miglior esordio della storia del cinema in termini di incassi, dietro a Harry Potter e i doni della morte - Parte II. Si fa presto a capire perché: la tecnica è qualcosa di strabiliante, e solo un 3D superfluo può essere indicato come unica pecca. Per il resto il film è perfetto, intrattenimento allo stato puro con tante scene d'azione intervallate da momenti dialogici in giusto numero che garantiscono sufficiente spazio a tutti i personaggi. La sceneggiatura è a volte un po' confusionaria ma sempre seguibile, anche se forse i villain, Loki escluso, non sono proprio memorabili.
Nonostante le proporzioni enormi della produzione, il regista Whedon mostra un'invidiabile padronanza del mezzo nell'alternare i registri dal comico di alcune gag ben studiate al dramma epico della lotta tra fratelli alle parentesi romantiche alle adrenaliniche scene d'azione alle scene di scontro e dubbio che pervadono i vari eroi, marchio distintivo delle storie Marvel e di Stan Lee (che come al solito ha un cameo nel film). Avendolo anche sceneggiato, il regista ha un controllo totale sull'evoluzione della pellicola e riesce a divertire per tutti i 143 minuti, durata che sarebbe potuta risultare estenuante.
Qualunque appassionato della Marvel dovrebbe vedere questo film; chi è in cerca di un modo per passare il tempo con un bel film d'azione iper-effettistico dovrebbe pure vederlo, anche se non aver visto gli altri film o non conoscere in toto alcuni personaggi potrebbe inficiare la comprensione di qualche passaggio.

Voto: 3,5/5

martedì 1 maggio 2012

Bruce Robinson

Shakespeare a colazione (1986)
Come fare carriera nella pubblicità (How to Get Ahead in Advertising) (1989)
Gli occhi del delitto (1992)
The Rum Diary - Cronache di una passione (The Rum Diary) (2011) - 3/5

Robinson (1946), inglese, è noto soprattutto per aver sceneggiato Urla del silenzio. Principalmente sceneggiatore, ha occasionalmente ricoperto il ruolo di regista.

-The Rum Diary
USA 2011 - drammatico - 120min.

Puerto Rico, 1960. Il giornalista free lance Paul Kemp (Johnny Depp), arriva dal continente per essere assunto dal quotidiano locale San Juan Star, diretto dal nevrotico Lotterman (Richard Jenkins). Il collega Sala (Michael Rispoli) lo introduce nel mondo losco della città: alcool a fiumi (da cui lo stesso Kemp è dipendente), droghe, combattimenti tra galli, criminalità e tensioni sociali dovute a conflitti di classe e di etnia. Kemp si fa subito alcuni amici e alcuni nemici. Più ambigua è invece la figura di Sanderson (Aaron Eckhart), misterioso uomo d'affari milionario che farà al giornalista losche proposte. L'infatuazione di Kemp per la compagna di Sanderson, Chenault (Amber Heard), non migliorerà la situazione.

 Il film è tratto dal libro omonimo di Hunter S. Thompson (scritore, tra l'altro, di Paura e disgusto a Las Vegas, da cui è stato tratto il film Paura e delirio a Las Vegas, con Depp nel cast), pubblicato negli anni '90 ma scritto da Thompson nel '59 ed in seguito accantonato. Depp, amico personale di Thompson, l'ha trovato per puro caso nella cantina dello scrittore, abbandonato e dimenticato. Convinto della bontà dell'opera, ha spinto Thompson a pubblicarlo e ne ha acquistato i diritti per adattarlo. Sempre su volontà dell'attore, sceneggiatura e regia sono stati affidati a Bruce Robinson (noto principalmente per aver sceneggiato Urla del silenzio). Il libro è vagamente autobiografico, dato che Thompson visse a Puerto Rico negli anni '60 e tentò davvero di farsi assumere al San Juan Star.

Il film è una specie di rappresentazione del sogno americano al contrario, o meglio in negativo: mostra i lati peggiori del capitalismo e della razza bianca, in tante forme, non solo quella economica. I rapporti di potere e possesso tra le persone si declinano in vari gradi di sottomissione e sfruttamento. I soldi sono l'unica ragione di vita, l'alcool l'unico anestetico che permette a chi non li ha di sopravvivere. Nei modi di un thriller giornalistico, la regia dà vita ad un'amalgama strana di registri di genere, aggiungendoci spunti comici e momenti drammatici, nonchè parentesi surreali e visioni indotte da sostanze stupefacenti. La fotografia di Dariusz Wolski, che ricorre solo a luci naturali, nonché la scelta di filmare in pellicola 16mm, conferisce all'immagine oscurità e opacità, a rispecchiare un'atmosfera passata che può far venire in mente le atmosfere da esotismo delirante del Pasto Nudo cornenberg-borroughsiano nonché di un film come Chiedi alla polvere.

Noir senza essere giallo, disilluso senza essere disperato o acido, The Rum Diary ha pochi difetti, ma essi spiccano: molto prolisso e mancante di ritmo nella seconda metà, inconcludente ed ellittico nel finale, sembra non avere la capacità di definire un discorso che rimane abbozzato. La descrizione d'ambiente è ottima ed anche il suo valore metaforico è evidente, ma l'ambiguità dell'agire e della volontà del protagonista, fino alla fine incerto sul da farsi ed in definitiva sconfitto e fuggiasco, pone non pochi problemi riguardo una possibile pars construens, che sembra mancante. Inoltre il decisionismo che sembra pervadere Kemp nell'ultima parte non è affatto in linea col carattere inerte e remissivo che ha mostrato in tutto il film. Il personaggio così ben reso da un Depp in gran forma viene mortificato da un finale insoddisfacente a livello di scrittura che lo capovolge a farne per forza un eroe, mentre andava benissimo lasciarlo come l'alcolizzato ed inetto che era stato per la precedente ora e mezza (non sembra nemmeno avere i requisiti morali per effettuare tale cambio repentino d'atteggiamento). Il film è riscattato da un cast ben scelto e da una pregevole scenografia che restituisce una ricostruzione d'ambiente credibile e suggestiva. Efficace anche la colonna sonora. Un buon film che avrebbe potuto essere ancor meglio con qualche accorgimento in sceneggiatura.

Voto: 3/5

Elenco Film (ordine alfabetico)

Elenco registi - cercate velocemente con Cntrl-F o Cmd-F