domenica 11 settembre 2011

Yimou Zhang

Sorgo rosso (Hong gao liang) (1987)
Daihao meizhoubao (1989)
Ju Dou (1990) - 2,5/5
Lanterne rosse (Da hong deng long gao gao gua) (1991) - 3,5/5
La storia di Qiu Ju (Qiu Ju da guan si) (1992) - 3,5/5
Vivere! (Huozhe) (1994)
La triade di Shanghai (Yao a yao yao dao waipo qiao) (1995)
Lumière et compagnie (1995)
Keep Cool (You hua hao hao shuo) (1997)
Non uno di meno (Yi ge dou bu neng shao) (1999)
La strada verso casa (Wo de fu qin mu qin) (1999)
La locanda della felicità (Xingfu shiguang) (2001)
Hero (Ying xiong) (2002)
La foresta dei Pugnali Volanti (Shi mian mai fu) (2004)
Mille miglia lontano (Qian li zou dan qi ) (2005)
Chacun son cinéma (2007) - Episodio En regardant le film
La città proibita (Man cheng jin dai huang jin jia) (2007)
A Woman, a Gun and a Noodle Shop (2009) - 3,5/5
The Flowers of War (金陵十三钗) (2011) - 3/5

Zhang (1951), è uno dei più noti ed importanti registi cinesi. Dopo aver studiato alla Beijing Film Academy, lavora come direttore della fotografia per Chen Kaige. I suoi primi film lanciano la carriera di Gong Li, e lo consacrano internazionalmente come un esteta perfetto ed un appassionato umanista. L'influenza neorealista, per sua stessa ammissione, traspare in molti suoi film. A partire dal 2002 si dedica a grandi progetti di kolossal d'azione, riscontrando notevole successo in patria e all'estero.

-Ju Dou
di Fengliang Yang, Zhang Yimou - Cina/Giappone 1990 - drammatico/thriller - 95'

Cina, anni '20. In un villaggio rurale, il vecchio e tirannico Jin-Shan, proprietario di un colorificio tessile, compra in sposa la bella e giovane Ju Dou per avere un erede. L'avvenente ragazza suscita però le voglie del nipote di Jin-Shan, che si innamora, ricambiato, di lei. I due progettano allora di uccidere il vecchio, e di far passare come erede legittimo il frutto dell'adulterio della donna, ma le cose si complicano.

Un anno prima di Lanterne Rosse, Zhang Yimou realizza la sua seconda opera cinematografica da regista. Il coregista Fengliang Yang, funzionario del ministero della cultura cinese, doveva vigilare sull'ortodossia della pellicola che, dati i temi scabrosi, non fu mai distribuita nella Repubblica Popolare. Il film descrive il microcosmo famigliare nelle sue criticità: odio, rancore e tutti i principali sentimenti negativi che l'uomo possa provare trovano spazio nei cuori dei quattro membri della famiglia: un vecchio rancoroso ed impotente, che l'età e la solitudine hanno reso violento e prepotente; Ju Dou, indifesa e vittima di un marito-padrone, praticamente una schiava succube del sesso maschile; il nipote del vecchio, giovane uomo senza nerbo che si dibatte fra il rispetto e l'obbedienza verso lo zio e l'amore per la zia; il bambino, frutto della relazione adulterina, che non sa chi riconoscere come padre ed assiste per tutta la sua vita alla messa in atto di macchinazioni ed intrighi famigliari.

Quasi tutta l'azione si svolge nella casa-tintoria, un'antica magione in pietra e legno che comprende ampie vasche per la tintura e stenditoi per i tessuti. Una fotografia all'insegna dei contrasti fra chiaroscuri che gioca con il controluce si lancia in coreografiche inquadrature dei tessuti rosso sangue (proprio il rosso è uno dei colori maggiormente presenti nel film) attraversati dai raggi solari. La materia narrativa non è poi molta, così in poco più di un'ora e mezza Yimou dipana la sua storia di atrocità assortite (più di un omicidio si consuma all'interno delle mura della casa) con passo svelto, anche se a volte fatica un po' a trovare ritmo nella narrazione di eventi fra loro simili e ripetitivi. Il cast comunque funziona bene, ed i personaggi sono sufficientemente interessanti da invogliare la visione. Peccato per una colonna sonora non memorabile ed una debolezza di fondo del soggetto del film, forse troppo debole da giustificare un lungometraggio, che a volte sembra accumulare scene solo per arrivare ad una lunghezza accettabile.

voto: 2,5/5

-Lanterne rosse
(Dahong Denglong gaogao gua) di Zhang Yimou - Cina/Hong Kong/Taiwan 1991 - 120min.

Nella Cina degli anni '20 una ragazza di estrazione contadina (Gong Li) decide di diventare la "Quarta Signora" di un ricco signorotto di una regione settentrionale del paese. Accolta nel complesso ed intricato palazzo, conosce le altre tre signore e si prepara ad affrontare una vita da reclusa. Le lanterne rosse vengono accese ogni sera davanti all'abitazione della moglie con cui il signore decide di passare la notte.

Il primo, lampante pregio di questo film è la scenografia: il palazzo, così immenso e così vuoto, dà un'idea dello sfarzo che nelle generazioni precedenti doveva ricoprire questo luogo. Ora invece sembra quasi un relitto del passato, dove tuttavia il tempo si rifiuta di avanzare, e vigono ancora rigorose tradizioni. Le inquadrature sono spesso fisse, e ci presentano dei magnifici scorci dei tetti, delle balaustre, dell'architettura labirintica del luogo. L'altro aspetto di notevolissimo interesse è la fotografia: che Yimou sia un esteta ce ne si può rendere conto guardando i suoi wuxiapian più recenti: "Hero", "La foresta dei pugnali volanti", "La città proibita". In questo film le immagini riescono a stupire ed incantare senza scene d'azione: non è solo questione del fascino che la ritualità orientale può esercitare su uno spettatore occidentale, è anche una questione di scelte cromatiche e di angolazioni di ripresa.
La recitazione è sublime, a partire ovviamente da Gong Li. In un microcosmo separato dal resto del mondo si analizzano la condizione femminile (il film fu vietato nella Repubblica Popolare) e la negatività di fondo degli uomini, celata sotto buone maniere e cortesie rituali. E' un film di donne, incentrato sulle figure delle quattro mogli (più una serva), mentre la figura maschile è quasi del tutto assente (il padrone di casa è inquadrato sempre da lontano e a fatica possiamo scorgerne il volto). La vita di queste concubine, il cui unico appagamento è la speranza che a fine giornata le lanterne si accendano presso la propria abitazione, è una sequenza di intrighi e subdole macchinazioni, unica valvola di sfogo per degli animali chiusi in gabbia (la protagonista dirà ad un certo punto che nella casa vede solo cani e topi, e nessun essere umano).
E' un peccato che dopo due intensissime ore di grande cinema, il finale risulti frettoloso, in distonia rispetto al resto del film, persino un poco inverosimile. Una tale soluzione è proprio inspiegabile.
Raccomandato, comunque.
Dal romanzo "Mogli e concubine" di Su Tong.

voto: 3,5/5

-La storia di Qiu Ju
(Qiu Ju da guansi) di Zhang Yimou - Cina 1992 - drammatico - 106min.

In un villaggio agricolo dell'entroterra cinese, un coltivatore di peperoncino ha un diverbio con il capovillaggio che, provocato, perde momentaneamente il controllo e gli assesta un calcio all'inguine, costringendo l'uomo all'immobilità per alcuni giorni e causandogli danni non indifferenti. La sua virilità è forse rimasta danneggiata, così la moglie dell'uomo, Qiu Ju (Gong Li), porta il marito dal dottore e pretende, ancor prima di un risarcimento, delle scuse ufficiali da parte del capovillaggio, che non ne vuol proprio sapere. Determinata a raggiungere il suo scopo, la donna si rivolge sempre più in alto per far valere le proprie ragioni.

Come e più del precedente Lanterne rosse la storia è uno spunto per descrivere la Cina dell'epoca (solo una ventina d'anni fa!): la miseria dell'ambiente contadino in opposizione alla corsa allo sviluppo delle metropoli; la tranquillità del mondo rurale, governato dai ritmi delle stagioni e del lavoro nei campi, e la caotica frenesia degli iperaffollati centri urbani; la distanza, non solo geografica, ma anche culturale fra questi due mondi, e la difficoltà per un paese così immenso di conciliarli; la distanza degli uomini di legge cittadini dai problemi concreti dei ceti umili e la loro impossibilità di capire quale sia il problema di fondo: l'ottenimento delle scuse, non l'aumento di risarcimento. E' lo scontro tra due sistemi di pensiero che tentano faticosamente (ed in ultima analisi non riescono) di coesistere, ed è chiaro quale dei due sembri destinato a perire.
L'unica parte del corpo visibile della bravissima Gong Li è il suo volto, con il quale l'attrice è in grado di trasmettere frustrazione, fatica, angoscia, ma anche gioia e determinazione. La fotografia rinuncia alla ricerca del preziosismo figurativo del film precedente per conferire alla pellicola il maggior realismo possibile. Musiche tradizionali accompagnano la narrazione, ma sono assenti in città, dove lasciano il posto a strombazzanti mezzi di trasporto ed al frastuono delle masse.
Yimou firma un'altra notevole pellicola "al femminile", meritato Leone d'oro a Venezia.
Da vedere.

Voto: 3,5/5

-A Woman, a Gun and a Noodle Shop
(San qiang pai an jing qi ) di Zhang Yimou - Cina 2009 - storico/commedia - 95min.

Medioevo cinese. In una spaghetteria su una via su una pista del deserto, la moglie del proprietario compra una pistola da un mercante persiano di passaggio per eliminare il tirannico marito. Quest'ultimo però ha assoldato un poliziotto per far fuori la moglie fedifraga ed il suo amante. Nel frattempo due dipendenti del padrone pensano a come poter scassinare la sua cassaforte ed impadronirsi del loro stipendio arretrato. Reazioni a catena e guai a non finire.

Ispirato al film Blood Simple - Sangue Facile, di cui riprende l'ossatura della vicenda, è una divertente commedia nera che si dipana fra macchinazioni, complotti ed omicidi conditi da forti dosi di umorismo. Stilisticamente Yimou fa un compendio del suo cinema spettacolare e coreografico, mettendolo al servizio di una vicenda che si svolge entro le quattro mura della spaghetteria e nelle circostanti distese desertiche.

Il contrasto fra la staticità della situazione di partenza e l'estro tecnico della messinscena dà luogo ad una costante sollecitazione spettatoriale, tradotta in suspence per quanto riguarda la narrazione diegetica, e suggestione scopica per gli splendidi costumi, la straordinaria fotografia, i contrasti cromatici (l'azzurro splendente del cielo, le striature bianche e rosse delle dune, il blu profondo delle uniformi dei poliziotti a cavallo). Il brio degli interpreti completa l'opera.

Da vedere.

voto: 3,5/5

-The Flowers of War
Cina 2011 - drammatico/guerra - 145min.

1937. I giapponesi hanno preso Nanchino, iniziando il famigerato massacro che costò la vita ad una quantità di persone che va dalle 150.000 alle 300.000 e oltre (si dibatte tuttora sulle cifre). L'impresario di pompe funebri americano John Miller si trova lì perché deve dare sepoltura al prete a capo di un convento cattolico che ospita giovani studentesse cinesi. Vi trovano rifugio anche un gruppo di prostitute che non convivono pacificamente con le caste e pure scolarette. Improvvisatosi prete per sedare una tentata razzia giapponese nel convento, Miller si trova a far da padre alle fanciulle e difensore delle donne in un braccio di ferro con le autorità militari nipponiche.

Il di Yimou è bello, ma la sensazione è che si potesse fare di più, affrontare la vicenda da una prospettiva più storica e meno "romanzesca". Sebbene la figura di Miller, interpretato dal bravissimo Christian Bale, sia vagamente ispirata a quella di John Magee, vero missionario americano che nelle sei settimane del massacro offrì rifugio a 13 prostitute, ho faticato a non vedere il contesto storico come una lugubre cornice nella quale il regista cinese ha costruito un'improbabile dramma sentimentale fra l'uomo ed una di queste donne. E' un peccato perché era l'occasione perfetta per variare un po' dalle sue formule consuete, ovvero la rappresentazione della donna nella Cina dei primi del Novecento o l'affresco storico della Cina medievale. Questo film, malgrado il contesto bellico, appartiene appieno alla prima categoria, con l'"aggravante" della mancanza di una figura femminile di potenza pari ai ruoli interpretati da Gong Li nelle sue più famose collaborazioni col regista. Anzi, l'affidare il ruolo di main character ad un uomo finisce per danneggiare entrambe le visioni del conflitto, dalla parte delle donne e da quella degli uomini, che appaiono entrambe de-potenziate. Se a ciò si aggiunge la lunghezza leggermente sfiancante della pellicola (non per mancanza di materia narrativa, bensì per un deficit di ritmo che da Yimou non mi aspettavo, specie dopo l'ottima prova in tal senso di A Woman, a Gun and a Noodle Shop) il risultato è un film in cui le varie parti potevano essere mescolate meglio per ottenere un tutto più convincentemente coeso. Detto questo, si possono spendere parole di elogio per la realizzazione tecnica, in particolare per le scenografie di Yohei Taneda, ottime nel rendere il senso della città distrutta dai combattimenti ed evocativa nella ricostruzione del convento, nonché per la fotografia ombrosa e polverosa di Xiaoding Zhao. Anche la sceneggiatura, tolto qualche momento in cui solo per esigenza di spettacolo si può sorvolare su evidenti inverosimiglianze, è in grado di coinvolgere lo spettatore, cercando in tutti i modi di commuoverlo ma anche di divertirlo con trovate intelligenti e personaggi secondari ben scritti.
Efficace anche la colonna sonora, incentrata su molti brani a cappella.
All'oggi (Gennaio 2012) non ci sono notizie riguardo una distribuzione italiana del film.

Voto: 3/5

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