sabato 22 dicembre 2012

Scott Graham

Born to Run (2006) (corto)
Shell (2008) (corto)
Native Son (2010) (corto)
Shell (2012) - 3,5/5

Graham (1974), scozzese, ha diretto vari corti ambientati neli paesaggi natii. Da uno di essi ha ricavato poi il lungmeraggio d'esordio, Shell, vincitore al festival di Torino 2012.

-Shell
Uk 2012 - drammatico - 90min.

Shell (Chloe Pirrie) è una diciassettenne che abita in una stazione di servizio lungo una strada delle Highlands scozzesi. Vive con il padre (Joseph Mawle), che fa il meccanico e il rottamatore manuale di auto. Le giornate scorrono monotone, e solo la radio e la sosta di qualche guidatore abituale costituiscono uno svago per la ragazza, attaccata morbosamente alla figura paterna ed incapace di immaginarsi un futuro altrove. Finchè...

Esordio nel lungometraggio per l'inglese Scott Graham, che si è basato su un suo precedente corto. Il film è semplice e lineare, un racconto di passaggio dall'età giovane alla maturità, chee porta al separamento dai legami e dai luoghi natii, rassicuranti per un verso ma castranti per un altro. Shell vive con una reclusa, pur non sentendosi tale: semplicemente quella è la realtà che conosce, e non si è mai posta il problema di crearsene un'altra. Tantopiù che il padre, cui è attaccata in modo quasi morboso, soffre di attacchi epilettici ed ha bisogno di una figura che gli stia accanto. Un po' come il recente film di Jennifer Lynch, Chained, la protagonista è una ragazza "incatenata" in un luogo da cui non può andarsene, costretta alla convivenza con un uomo da cui non può separarsi (ma nemmeno vuole, come ho detto). Ovviamente un sospetto sull'egoismo paterno nella costrizione della ragazza in quel luogo solitario è lecito. Shell sembra portare consolazione agli indivdui con cui entra in contatto (quasi tutti uomini): il padre, con cui manda avanti la baracca, il guidatore Hugh, padre divorziato che fa fatica a vedere i figli una volta al mese e per questo soffre terribilmente, ed un ragazzo che bazzica in zona e che è fortemente attratto da lei.

Nel paesaggio desolato circostante, una terra fredda, brulla, selvaggia, si svolgono quindi le vicende di queste persone anch'esse irrigidite, introverse ed incapaci di esprimersi appieno. I dialoghi sono tutti giocati su frasi dette a metà, parole smozzicate e indurite dall'accento scozzese dei protagonisti. Tuttavia il film non è così tragico o pesante come può sembrare leggendo queste righe: uno dei suoi punti di forza è infatti quello di non tediare lo spettatore con scene madri e momenti strappalacrime: il suo ritmo è più contemplativo che lento, partecipe più che compatente, con un finale triste per un verso ma anche portatore di speranza.

Fotografia spenta come i colori del luogo, predilezione per i piani ravvicinati (girato quasi tutto in interni) colonna sonora quasi del tutto assente (ma con gradevole incursione dei Dire Straits), recitazione naturalistica di tutto il cast.

Voto: 3,5/5

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