domenica 26 febbraio 2012

Ken Kwapis

Sesame Street presents Follow That Bird (1985)
Vibes (1988)
He Said, She Said (1991)
Dunston Checks In (1996)
The Beautician and the Beast (1997)
Sexual Life (2005)
The Sisterhood of the Traveling Pants (2005)
License to Wed (2007)
He's Just Not That into You (2009)
Qualcosa di straordinario (Big Miracle) (2012) - 3/5

Kwapis (1957), americano, regista e sceneggiatore, iniziò in tv (dove si è specializzato in sitcom) per poi esordire al cinema nel 1985. Tuttavia i suoi film antecedenti al 2005 non sono stati distribuiti in Italia. E' specializzato in commedie.

-Qualcosa di straordinario
USA 2012 - storico/docu-fiction - 107min.

Barrow, Alaska 1988. Nella città più settentrionale d'America il reporter Adam Carlson (John Krasinski) sta ultimando un ciclo di trasmissioni sull'ambiente locale, quando si imbatte in un caso più unico che raro: una famiglia di balene grigie rimaste intrappolate in una piccola polla d'acqua circondata dai ghiacci, impossibilitata a raggiungere il mare aperto. La notizia fa sensazione, e subito l'attivista di Greenpeace (nonché ex di Adam) Rachel Kramer (Drew Barrymore) si dà da fare per sollecitare un intervento del governo in proposito. In breve il caso diventa di rilevanza nazionale, coinvolgendo un magnate petrolifero, la Guardia Nazionale, il presidente Reagan in persona e perfino una nave spaccaghiaccio sovietica, mentre il circo mediatico sviluppatosi nel giro di poche ore, con giornalisti provenienti da ogni angolo d'America, assicura una copertura televisiva pressochè ininterrotta.
Riusciranno i nostri (numerosi) eroi a salvare i cetacei in pericolo?

Tratto dal libro “Freeing the Whales” (1989) del giornalista Thomas Rose, che assistette all'impresa, e sceneggiato da Jack Amiel e Michael Begler, il film documenta un caso clamoroso di “costruzione della notizia” e di “caso mediatico”: salvare le 3 balene intrappolate diventa una questione di principio, una prova di efficienza, coraggio e sensibilità per la governance americana (tanto da arrivare a collaborare con i Rossi), e tutto per l'influenza che i giornalisti hanno avuto sull'opinione pubblica. Il regista Kwapis e gli sceneggiatori sono stati attenti a mantenere uno sguardo neutrale nella ricostruzione dei fatti, senza distinguere fra buoni e cattivi, ma anzi lasciando intatti i dubbi che chiunque si può porre di fronte ad un fenomeno del genere: è giusto e doveroso impiegare forze, mezzi e denaro in ingente quantità, mettendo a rischio l'incolumità delle persone, per il gesto simbolico di salvare 3 animali? Quali sono i rapporti di forza fra Stato e mass media, fino a che punto uno può influenzare l'altro e viceversa? Come decidere per chi “fare il tifo” quando tutti hanno una parte di ragione nelle loro argomentazioni (la popolazione locale di eschimesi pensa di uccidere gli animali per cibarsene, come hanno sempre fatto da generazioni; Greenpeace vuole difendere il diritto alla vita di questi animali; il militare comandante in capo delle operazioni Tom Carroll non vuole correre inutili rischi riguardo l'incolumità dei suoi uomini, ecc.)?

In questa storia surreale che ha coinvolto gente di qualunque provenienza (figure curiose come un paio di industriali del Minnesota con le loro macchine fondi-ghiaccio o ristoratori messicani trapiantati in Alaska) più che la vicenda in sé conta la riflessione sull'ambivalenza comportamentale della razza umana, in grado sia di scatenare guerre decennali dalle conseguenze più terribili, sia di schierare forze e capitali al servizio di tre balene ovviamente inconsapevoli del tutto.
Il risultato è stato raggiunto in modo convincente grazie ad un buon cast, ricco di personaggi un po' bizzarri e ben tratteggiati, nonché ad una ricostruzione ambientale (il film è girato quasi totalmente in Alaska) basata sul materiale di repertorio dell'epoca, di cui si vedono alcuni stralci a fine film.

Peccato per alcune linee di dialogo banali ed eccessive compressioni dell'azione in certi momenti, che fanno sembrare troppo repentini alcuni cambi di atteggiamento di vari personaggi. Ci sono anche quei tipici momenti enfatici del cinema hollywoodiano, ottimista e grandioso per vocazione, che lasciano il tempo che trovano.

Funzionali la colonna sonora e la scenografia, pregevole la fotografia di John Bailey, con rese suggestive dell'ambiente artico in svariate condizioni di luminosità.
Da segnalare è il bel lavoro di effetti speciali di Justin Buchingham e John P. Cazin, sia per quanto riguarda gli animatronics delle balene, sia per la convincente amalgama di SFX e live action.
Nel complesso un film con alcuni cedimenti ma che sicuramente vale la visione.

Voto: 3/5

domenica 12 febbraio 2012

Ann Hui

The Secret (1979)
The Spooky Bunch (1980)
The Story of Woo Viet (1981)
Boat People (1982)
Love in a Fallen City (1984)
The Romance of Book and Sword (1987)
Princess Fragrance (1987)
Starry Is the Night (1988)
Song of Exile (1990)
Swordsman (1990) (uncredited)
My American Grandson (1990)
Zodiac Killer (1991)
Boy and His Hero (1993)
Summer Snow (1994)
The Stunt Woman (1996)
Eighteen Springs (1997)
As Time Goes By (1997)
Ordinary Heroes (1998)
Visible Secret (2001)
July Rhapsody (2002)
Jade Goddess of Mercy (2003)
The Postmodern Life of My Aunt (2006)
The Way We Are (2008)
Night and Fog (2009)
All About Love (2010)
A Simple Life (桃姐) (2011) - 4/5

Hui (1947) è una regista di Hong Kong attiva al cinema già dal 1979 (assieme a quella schiera di registi, Tsui Hark in primis, emersi nella città nel decenio '80, che ha fatto parlare di New Wave Hongkong-ese), ma poco conosciuta in occidente. Ha lanciato l'attore Andy Lau nel suo Boat People (1982) ed è tornata a collaborare con lui per A Simple Life (2011).

-A Simple Life
Cina (Hong Kong) 2011 - commedia - 118min.

Storia vera. Hong Kong. L'amah (= donna di servizio) Chung Chun-tao, detta Tao (Deanie Ip), al servizio della famiglia Lee da 60 anni, è colta da malore. Soccorsa da Roger (Andy Lau), produttore cinematografico residente ad Hong Kong ed attuale membro della famiglia a beneficiare dei servigi dell'anziana, Tao si licenzia, impiegando i risparmi di una vita per pagarsi un posto in una casa di accoglienza per anziani, scomparendo in silenzio e tranquillità senza dar peso ai suoi datori di lavoro. Roger non la abbandona, ed anzi col passare del tempo si rende sempre più conto dell'importanza che la donna ha ricoperto nella sua vita. Man mano le condizioni di salute di tao peggiorano.

Coppa Volpi a Deanie Ip per la miglior interpretazione femminile, a Venezia 2011.
La figura dell'amah è (o era) diffusa in Cina: una collaboratrice domestica che vive con (e lavora tutta la vita per) una sola famiglia. Roger Lee è un vero produttore, ed ha co-finanziato il film che è diretto da una regista da noi poco nota, ma attiva nel cinema già dal 1979.

Il cast è una compagine conosciuta in Oriente, e non solo: la Ip è un volto noto della cinematografia hongkong-ese, mentre Andy Lau ha preso parte a molte pellicole note (As Tears Go By e Days of Being Wild di Wong Kar-wai, La foresta dei pugnali volanti di Zhang Yimou, il recente Detective Dee e il mistero della fiamma fantasma di Tsui Hark, il quale compare in un cameo in questo film).

Commedia dai risvolti drammatici, A Simple Life condensa la vocazione alla verosimiglianza di stampo neorealista, il “fascino discreto” e tutto orientale per il vedo-non vedo delle emozioni umane, esibite e trattenute dai/nei personaggi, una sensibilità estremamente femminile, incanalata in uno sguardo registico “materno” nei confronti del protagonista: è come se l'occhio della telecamera fosse l'occhio di Tao che guarda Roger. Ann Hui riesce insomma a trasmettere l'affetto provato dall' amah nei confronti del suo padrone, e viceversa, aumentando di intensità con lo scorrere dei minuti. Quando la vicenda si focalizza su Tao e la sua vita nell'ospizio, la tristezza pervade la visione: pur nella sua dignità, questo parcheggio temporaneo per moribondi fa riflettere sulla cinica spietatezza con cui condanniamo silenziosamente alla semi-clausura i soggetti non più utili alla società perché non più produttivi.

Ma il tono della pellicola non scivola mai nel dramma più ostentato, e qui sta l'elemento che più ho apprezzato: la lietezza del vivere fino alla fine una vita semplice ma votata ai propri compiti; una lavoratrice indefessa ma anche una donna amorevole; ritrovati rapporti umani che aboliscono le sudditanze lavoratore-padrone. Il film non è una sineddoche di una visione più ampia: non vuol essere il sogno di un ribaltamento di prospettive sociali o altro. Semplicemente è un racconto biografico che fa riflettere senza il bisogno di didascalismi.

Un esercizio di moderazione stilistica e recitativa di notevole livello, supportato da un apparato tecnico efficace (solo l'accompagnamento pianistico può risultare alle volte stucchevole; difetto minore, comunque).
Da vedere.

Voto: 4/5

Ai confini della realtà

di John Landis, Steven Spielberg, Joe Dante, George Miller - USA 1983 - fantastico - 101min.

Ai confini della realtà fu una serie televisiva statunitense, ideata da Rod Serling, andata in onda dal 1959 al 1964. In seguito furono creati altri due cicli, uno dal 1985 al 1989, l'ultimo dal 2002 al 2003. trattasi di storie surreali o fantastico/fantascientifiche che coinvolgono persone comuni, trascinate in situazioni straordinarie (nel bene o nel male).
Nel 1982 fu realizzato un film a episodi che uscì nelle sale l'anno seguente. Si tratta di quattro episodi slegati tra loro, incorniciati da un altro che apre e chiude il film. La "cornice" ed il primo episodio sono diretti da John Landis, il secondo episodio è di Spielberg, il terzo episodio è di Joe Dante ed il quarto è di George Miller. Solo il primo episodio è un soggetto originale, gli altri sono remake di episodi classici della serie.

L'episodio di cornice vede due amici in macchina percorrere una strada desertica. Durante la conversazione un amico chiede all'altro se vuol vedere qualcosa di realmente spaventoso.

Il primo episodio è tristemente noto per l'incidente sul set che portò alla morte l'attore protagonista, Vic Morrow, più due giovani comparse, a seguito della caduta di un elicottero. L'episodio parla di un uomo d'affari che, deluso per una mancata promozione, si lascia andare ad invettive generalizzate contro tutto e tutti in un bar, rendendo esplicito il suo razzismo. Uscito dal locale però si trova a viaggiare nel tempo, vittima di persecuzioni storiche provocate proprio dalle idee da lui dichiarate.
E' uno degli episodi migliori proprio in virtù della convincente recitazione di Morrow. A causa della morte dell'attore, qualche scena non poté essere finita, cosicché l'episodio risulta un po' troppo frettoloso nello svolgimento. Efficace, comunque.

Il secondo episodio è forse il migliore, ed è anche l'unico di stampo favolisticamente ottimista. Parla di un gruppo di anziani in una casa di riposo che tornano magicamente giovani grazie ad un ospite della casa dai portentosi poteri. Poetico e metaforico, è un esortazione a rimanere giovani dentro, e a non smettere mai di guadare con fiducia alla vita. Molto spielberghiano insomma.

Il terzo episodio sa di Piccoli Brividi: una giovane donna investe un bambino facendo retromarcia con la sua macchina. Soccorsolo, lo conduce a casa sua, un'enorme magione in piena terra di nessuno, una casa strana con ancor più strani inquilini. Ben presto scoprirà che il bambino è dotato di singolari poteri.
E' l'episodio più marcatamente fantastico, dal sapore Burton-iano, che si conclude moderatamente bene dopo una sagra di effetti speciali ed architetture stravaganti. Forse è il meno interessante però, proprio perché troppo esplicito nel suo surrealismo.

L'ultimo episodio parla della paranoia di un viaggiatore su un aereo durante una tempesta, convinto di vedere una sorta di Gremlin che sta distruggendo un'ala dell'aereo. Ovviamente non è creduto, ma il suo panico provoca disagi a tutti i passeggeri.
Un discreto esercizio di suspence giocato sul confine fra ragione e follia, realtà ed immaginazione.

In conclusione il film non è certo fondamentale, più che altro è consigliabile per i completisti di Spielberg e per chi apprezza il genere. Per tutti gli altri costituisce una visione superflua.

Voto: 2/5

venerdì 10 febbraio 2012

Andrés Baiz

Hoguera (2006) (corto)
Satanás (2007)
La verità nascosta (La Cara Oculta) (2011) - 2/5

Baiz (1975), colombiano, ha esordito con corti e videoclip prima di darsi al cinema.

-La verità nascosta
Colombia/USA 2011 - thriller - 95min.

Adrián (Quim Gutiérrez) si è appena trasferito a Bogotà con sua moglie Belén (Clara Lago), dopo essere stato nominato nuovo direttore dell'Orchestra Filarmonica. Stabilitisi in una villa di campagna di proprietà di una ricca signora tedesca, la coppia vive felicemente il periodo di successo dell'uomo, finché il rapporto inizia ad incrinarsi per alcune comportamenti di lui, che scatenano la gelosia della moglie. Tornato a casa una sera, Adrián trova un video-messaggio della consorte che gli annuncia di essersene andata. Smaltita la tristezza, Adrián si consola con un'avvenente barista, Fabiana (Martina García), ma nella casa si avvertono inquietanti presenze...

Il regista Baiz è ricorso a stratagemmi noti del cinema di genere per confezionare il suo thriller sentimentale: il mistero della donna scomparsa dà un'impronta hitchcockiana all'avvio della storia, in seguito la gestione dei tempi e della suspense si rifà ai canoni dell'horror, con risultati inferiori. Il mistero viene svelato poco oltre la metà film, andando poi a ritroso per spiegare i fatti misteriosi alla luce della nuova rivelazione (questo stratagemma serve più che altro ad allungare la pellicola, scarna di materiale narrativo).

La recitazione è un po' scarsa, specie per quanto riguarda il protagonista maschile, che mantiene uno sguardo truce per tutto il film anche quando non ce ne sarebbe proprio bisogno. Le due attrici invece se la cavano meglio, sebbene non aiutate dai personaggi che interpretano, troppo poco approfonditi. Se la commistione tra thriller e film sentimentale è interessante, la sceneggiatura è spesso involontariamente ridicola, e ciò abbassa il coinvolgimento. L'intenzione del regista era analizzare il funzionamento della psiche femminile, specie in rapporto a concetti come gelosia, tradimento e vendetta. Il problema è che il regista è uomo, cosicchè il tentativo sia fallimentare alla radice, perchè dipinge il direttore d'orchestra come una macchina del sesso poco interessato alla musica (avrebbe potuto svolgere qualsiasi altro lavoro), e le due donne come persone totalmente assoggettate al maschio con cui sono bramose di accoppiarsi, quasi esso rappresentasse la loro unica ragione di vita.
C'è insomma una rappresentazione animalesca (e per nulla psicologica) dei rapporti uomo-donna che entra in contraddizione con quello che sembra l'intento registico iniziale.

Tecnicamente va meglio: le scenografie e la fotografia rappresentano i pregi maggiori del film, mentre la colonna sonora di Federico Jusid a volte è eccessivamente invasiva (75 minuti di musica su 95 minuti di film!).
Purtroppo le carenze di scrittura (fra cui si può annoverare anche la scipitezza di molte linee di dialogo) ed il concept incerto rendono zoppo un film che avrebbe avuto le carte in regola per camminare retto sulla “schiena” di un'accattivante idea di base.

Peccato.

Voto: 2/5

giovedì 9 febbraio 2012

Maïwenn LeBesco

I am an actrice (corto) (2004)
Pardonnez-moi (2006)
Le bal des actrices (2008)
Polisse (2011) - 3,5/5

LeBesco (1976), francese, inizia la sua carriera come attrice teatrale, per poi passare al cinema (i più se la ricorderanno per i ruoli ne Il quinto elemento e Alta Tensione). Dai primi anni del 2000 ha realizzato anche opere da regista. Polisse ha vinto il premio della giuria a Cannes 2011.

-Polisse
Francia 2011 - drammatico - 127min.

Un anno (circa) negli uffici della Sezione Protezione Minori di Parigi: rassegna di casi seguiti (violenze e sfruttamento di minori) e vicende personali dei poliziotti.

L'attrice e regista Maïwenn LeBesco (che recita anche in un ruolo secondario) ha avuto l'idea per il suo terzo lungometraggio dopo aver visto alcuni documentari della polizia sull'argomento in questione. Ha quindi passato un periodo di osservazione sul campo in vari reparti della polizia, ed ha scritto la sceneggiatura del film (assieme alla regista ed attrice Emmanuelle Bercot) partendo da casi realmente accaduti.

Non è un documentario, anche se è girato nei modi del cinema-verité; i personaggi sono tutti inventati, sebbene ispirati a persone reali. Dove la regista inventa di più è nella descrizione dei rapporti tra i poliziotti, con le relazioni sentimentali e quelle di forza che intercorrono nel gruppo. Persone che affrontano ogni giorno casi sconsolanti e che sono costantemente sotto stress, eppure forti di una grande capacità coesiva che, malgrado gli attriti, li rende uniti e solidali fra loro. Sebbene questi elementi siano quelli che interessano meno, contribuiscono ad aumentare l'interesse dello spettatore verso i protagonisti, e in definitiva verso il film in generale (anche se il finale appare forzatamente sensazionalistico).

L'approccio ai casi rappresentati è invece più freddo, rispondendo ad esigenze di verosimiglianza maggiore, con risultati incisivi: il panorama dipinto è uno sconsolante affresco di abusi nei confronti dei minori da parte dei genitori, madri e padri, da cui traspare la concezione del figlio come oggetto utilizzabile a piacimento, violandone i diritti e distruggendone l'identità. Questo vale in particolar modo per i bambini più piccoli. Per gli adolescenti invece ciò che emerge è un sostanziale abbandono a loro stessi da parte degli adulti, ed un'incapacità educativa da parte di famiglie e/o istituzioni.

L'intento del film è lodevole ed ha come risultato quello di suscitare interesse nel pubblico, che forse non andrà mai a vedersi i documentari sulla materia, ma può comunque prendere consapevolezza di una realtà che nessuno vorrebbe vedere.

Tecnicamente il film non ha vezzi particolari, fa anzi di tutto per discrezionare la macchina filmica: due o tre telecamere digitali a mano o spalla, comunque piuttosto statiche, e tutto è lasciato alla bravura degli attori, molto spontanei.

A parte un breve “scena d'azione” è un film di dialoghi, di primi piani e (per la maggior parte) di interni. Dramma poliziesco che vale la visione, per confrontarsi con una realtà triste e scomoda, con cui è però giusto e doveroso fare i conti.

Voto: 3,5/5

martedì 7 febbraio 2012

Michel Hazanavicius

La Classe américaine (1993) (corto)
Échec au capital (1997) (corto)
Mes amis (1999)
OSS 117: Le Caire, nid d'espions (2006)
OSS 117: Rio ne répond plus (2009)
The Artist (2011) - 4/5

Hazanavicius (1967), francese, ha lavorato molti anni in ambito televisivo prima di darsi al cinema. All'estero è noto per il suo ultimo film, The Artist, che ha fatto incetta di premi in vari festival internazionali.

-The Artist
Francia 2011 - commedia - 100min.

Nel 1927 il cinema muto impazza ad Hollywood, e George Valentin (Jean Dujardin) è un idolo delle folle. Conosce sul set un'aspirante attrice che aveva incrociato per strada del tutto casualmente il giorno prima, Peppy Miller (Bérénice Bejo), che di lì a poco inizia una carriera in ascesa. Ma i tempi stanno cambiando, e pochi anni dopo ecco arrivare il sonoro, che segna il tramonto della generazione attoriale legata al cinema precedente. George cade così in depressione e perde tutto, ma Peppy (che deve in parte a lui il suo successo), tenta di aiutarlo in tutti i modi. Forse può aiutare un nuovo genere cinematografico, nato in concomitanza con l'introduzione del sonoro: il musical.

Il film è muto, ma non privo di colonna sonora, né di inserti sonori usati con accortezza (l'incubo di George): un elaborato esercizio di stile e creatività. I dialoghi sono esplicitati con inserti didascalici in osservanza all'uso del cinema muto, di cui il film è un appassionato omaggio. Soprattutto si rivendica il potere dell'immagine, che in molte pellicole è soffocata da una marea di dialoghi. Ritornare al dinamismo del visivo e alla meraviglia della messinscena: questo è lo scopo di The Artist, utile per riflettere sui meccanismi di coinvolgimento spettatoriale da parte della macchina cinematografica. Il fatto che un film odierno, realizzato secondo i canoni di allora, funzioni ancora oggi, mostra la potenza comunicativa di un medium sempre attuale, la cui base tecnologica è rimasta immutata nel tempo (benché perfezionata).
Gli attori hanno compiuto un lavoro importante a livello di gestualità e mimica facciale, con risultati sinceramente impressionanti.
La storia raccontata è semplice, spiritosa e divertente, da commedia leggera classica, con inevitabile Hollywood ending.
Meritano menzione le scenografie ed i costumi, che garantiscono immersione nel racconto grazie alla cura della ricostruzione ambientale.
L'enfatica colonna sonora si rifà anch'essa agli accompagnamenti musicali dell'epoca.
La scommessa è stata vinta brillantemente da un regista dal quale a questo punto ci può augurare una prolifica carriera.
Da vedere.

Voto: 4/5

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