Il destino di un uomo (1959)
Guerra e pace [aka:Natascia - L'incendio di Mosca] (1968) - 3/5
Waterloo (1970)
La steppa (1977)
Bondarcuk (1920-1994), attore teatrale russo, solo occasionalmente si dedicò alla regia (ed alla recitazione cinematografica); queste sporadici tentativi furono tuttavia premiati con l'Oscar per miglior film straniero con "Guerra e pace" e il David di Donatello per "Waterloo".
-Guerra e pace (aka: "Natascia - L'incendio di Mosca")
(VOINA I MIR) di Sergej Bondarcuk - URSS 1967 - drammatico - 403min.(versione integrale)
Tratto dal libro di Tolstoj, questa imponente opera del cinema sovietico, a tratti entusiasmante a tratti estenuante, dipinge un imponente affresco della società russa del primo Ottocento e del principale fatto storico che l'ha sconvolta, ovvero l'invasione da parte delle truppe napoleoniche.
L'azione inizia nel 1805 ed accompagna i tre protagonisti della vicenda fino al 1812: Petr, ricco grazie ad un' eredità acquisita ma non voluta, a disagio nell'ambiente della nobiltà di cui mal sopporta i vizi e la falsità; Andrej, mosso da forti ideali e da un romantico titanismo, che si arruola nell'esercito russo partecipando alle grandi battaglie del suo tempo (fra cui Austerlitz e Borovino); e Natascia, giovane passionale e vittima delle sue stesse emozioni, (con)divisa tra i due uomini e preda degli eventi. Attorno ai tre personaggi principali innumerevoli comprimari ed imponenti scene di massa, fra tutte la battaglia di Borovino e l'incendio di Mosca.
Pur scivolando sovente dal romantico al sentimentalistico, dal bellico al propagandistico, l'affresco storico è verosimile e suggestivo: ciò è sia merito degli ingenti mezzi finanziari messi a disposizione del regista (già attore) da parte del regime sovietico, sia dell'istintiva competenza registica di Bondarcuk, che governa l'imponente materia narrativa con sicurezza, pur con qualche cedimento. Ammirevoli gli apparati tecnico e scenografico. Ottime anche le soluzioni visive adottate nelle soggettive (l'effetto "lacrima" e "vista annebbiata") e i movimenti di macchina, soprattutto le carrellate laterali e le riprese aeree nelle sequenze di battaglia e dei suntuosi balli durante i ricevimenti della nobiltà di Pietroburgo.
Su quanto quest'edizione di circa 6 ore e 40 minuti sia integrale, comunque, c'è da discutere: il dizionario Morandini sostiene infatti che la prima edizione (mai vista in Italia, dove uscì in due parti dai rispettivi titoli "Natascia" e "L'incendio di Mosca" per una durata complessiva comunque molto inferiore a questa) uscita per la tv russa fosse di circa 8 ore. Questa versione, distribuita in DVD dalla General Video (che per altro indica erroneamente una durata di 364 minuti quando invece dura circa 40 minuti in più!!!), integra alle parti originariamente uscite in Italia altre ore di girato in lingua originale sottotitolate in italiano. Una versione più completa è probabilmente impossibile trovarla, almeno nel nostro paese.
Da vedere, almeno una volta, con le dovute pause!!!
Voto: 3/5
Questo blog ospita recensioni di film di ogni genere ed epoca. Ogni regista ha una scheda dedicata, con l'indicazione della sua filmografia, seguita dalle recensioni dei singoli film. I film qui recensiti sono solo una parte di tutti quelli che ho visto. In basso troverete gli indici di film e registi. Per gli ultimi aggiornamenti consultate la sezione News nella colonna di destra. Le F.A.Q. sono poco più sotto. Film recensiti: 900
giovedì 30 giugno 2011
mercoledì 29 giugno 2011
Jamie Blanks
Silent Number (1993)
Urban Legend (1998)
Valentine (2001)
Storm Warning (2007)
Long Weekend [aka:Nature's Grave] (2008) - 2/5
Blanks (1961) è un regista australiano specializzato in film horror, noto principalmente per lo slasher "Urban Legends".
-Long Weekend (2008)
di Jamie Blanks - Australia 2008 - thriller - 88min.
Remake del film omonimo del 1978.
Una coppia in crisi, Peter (Jim Caviezel) e Carla (Claudia Karvan), partono con il cane di lui per un weekend su una spiaggia isolata conosciuta solo dai surfisti. Dovrebbero andarci con una coppia di amici, che però non riescono a trovare la strada. Arrivati, Peter si dedica alle sue attività preferite mentre Carla è sempre più insofferente. Il rapporto, invece di migliorare, peggiora sempre più. Come se non bastasse la natura sembra volersi vendicare verso i due , il cui comportamento è assai anti-ecologico...
Il film inizia bene, caratterizzando in modo eccellente i due protagonisti, entrambi ben interpretati. Tecnicamente valida, la pellicola purtroppo si ingolfa parecchio nella seconda parte, indecisa se spiegare o no quanto accade nell'ambiente circostante i due personaggi. Si accumulano così una serie di fatti strani e/o incredibili senza tante spiegazioni, con risultati che a volte cadono nel ridicolo involontario (il dugongo fa più tenerezza che paura), ed un finale splatter che denota una mancanza di idee tra regia e sceneggiatura, che optano per questa soluzione di comodo. Smodatamente ambizioso, il film non ha un'adeguata impalcatura filosofico-concettuale a sostenerlo, e perciò scade in un simbolismo criptico e poco interessante.
Peccato.
Voto: 2/5
Urban Legend (1998)
Valentine (2001)
Storm Warning (2007)
Long Weekend [aka:Nature's Grave] (2008) - 2/5
Blanks (1961) è un regista australiano specializzato in film horror, noto principalmente per lo slasher "Urban Legends".
-Long Weekend (2008)
di Jamie Blanks - Australia 2008 - thriller - 88min.
Remake del film omonimo del 1978.
Una coppia in crisi, Peter (Jim Caviezel) e Carla (Claudia Karvan), partono con il cane di lui per un weekend su una spiaggia isolata conosciuta solo dai surfisti. Dovrebbero andarci con una coppia di amici, che però non riescono a trovare la strada. Arrivati, Peter si dedica alle sue attività preferite mentre Carla è sempre più insofferente. Il rapporto, invece di migliorare, peggiora sempre più. Come se non bastasse la natura sembra volersi vendicare verso i due , il cui comportamento è assai anti-ecologico...
Il film inizia bene, caratterizzando in modo eccellente i due protagonisti, entrambi ben interpretati. Tecnicamente valida, la pellicola purtroppo si ingolfa parecchio nella seconda parte, indecisa se spiegare o no quanto accade nell'ambiente circostante i due personaggi. Si accumulano così una serie di fatti strani e/o incredibili senza tante spiegazioni, con risultati che a volte cadono nel ridicolo involontario (il dugongo fa più tenerezza che paura), ed un finale splatter che denota una mancanza di idee tra regia e sceneggiatura, che optano per questa soluzione di comodo. Smodatamente ambizioso, il film non ha un'adeguata impalcatura filosofico-concettuale a sostenerlo, e perciò scade in un simbolismo criptico e poco interessante.
Peccato.
Voto: 2/5
Kathryn Bigelow
Set-Up (The Set-Up) (1978) - Cortometraggio
The Loveless (1982)
Il buio si avvicina (Near Dark) (1987) - 2/5
Blue Steel - Bersaglio mortale (Blue Steel) (1990)
Point Break - Punto di rottura (Point Break) (1991)
Wild Palms (1993) - Miniserie TV di 4 ore
Strange Days (1995)
Il mistero dell'acqua (The Weight of Water) (2000) - 3/5
K-19 (K-19: The Widowmaker) (2002)
Mission Zero (2007) - Cortometraggio
The Hurt Locker (2008)
Zero Dark Thirty (2012) - 2,5/5
Bigelow (1951), americana, ha dato prova di un buon mestiere girando diversi film d'azione, e contemporaneamente si è dimostrata un'abile narratrice nell'interessante giallo "Il mistero dell'acqua". Il suo "The Hurt Locker" le è valso l'Oscar come miglior regista, perla prima volta vinto da una donna.
-Il buio s'avvicina
(Near dark) di Kathryn Bigelow - USA 1987 - horror - 95min.
Un ragazzotto dell'Oklahoma, Caleb, incontra una bella ragazza, Mae, che si scopre essere una vampira. Trasformatosi in vampiro anch'egli dopo un morso della ragazza, invaghitasi di lui, Caleb è costretto a vivere di notte evitando la luce del sole, e a nutrirsi solo di sangue. Fa inoltre la conoscenza della combriccola di vampiri, capeggiata da Jesse, di cui Mae fa parte, e partecipa alle loro scorribande ai danni di vittime innocenti. Intanto il padre di Caleb si mette alla sua ricerca, ignaro di tutto.
Anomalo road movie vampiresco all'insegna dell'azione violenta (con quel bel sangue grumoso anni '80) che reinterpreta il personaggio del vampiro facendone un reietto della società. I tempi di Dracula sono ormai tramontati. L'ex moglie di Cameron ha preso dal marito la passione per l'azione violenta (nonchè un paio d'attori dal cast di "Aliens") ma aggiunge di suo un'ambientazione atipica per un film di vampiri (il Far West) ed un occhio attento nella descrizione dei personaggi, più che sullo sviluppo della vicenda (banalissima e monotona). manca un pò di concitazione e ritmo, inoltre i due attori principali non sono proprio il massimo. La Bigelow ha fatto molto meglio.
Voto: 2/5
-Il mistero dell'acqua
(The Weight of water) di Kathryn Bigelow - Francia/USA 2001 - giallo/drammatico - 110min.
Due coppie (la principale è formata da una fotografa, Jean, e da un poeta, Thomas, interpretati rispettivamente da Catherine McCormack e Sean Penn) trascorre un weekend in barca a vela nei pressi di Smuttynose Island, dove nel secolo scorso si consumò un efferato delitto mai chiarito. Le due vicende sono presentate parallelamente per sottolinearne le somiglianze (anche se a volte le correlazioni non sono molto chiare), fino al tragico doppio-finale.
Film strano, interessante pur nella sua imperfezione. Recitato benissimo da un'affiatata compagnia di attori, e fotografato suggestivamente, vive di primi piani, di dialoghi sospesi e di atmosfere rarefatte. La vicenda odierna per molti versi richiama "Il coltello nell'acqua" di Polanski, sia per il setting che per le dinamiche dei rapporti fra le coppie (anche se con le dovute differenze: nel film di Polanski i personaggi sono tre). La vicenda antica è invece più originale, o comunque meno scontata, con un finale agghiacciante. Quel che a volte non funziona è la commistione tra le due storie: non è chiaro perchè la vicenda debba ripresentarsi (tra l'altro secondo dinamiche molto diverse) ai giorni nostri, quasi come se una maledizione aleggiasse sull'isola, pronta a cogliere gli sventurati naviganti. Forse la pellicola è da leggersi come un'analisi del sentimento amoroso (e dei suoi risvolti più morbosi), la cui potenza porta sempre un grado di sconvolgimento più o meno distruttivo. Da questa suggestiva ottica interpretativa, il film è più apprezzabile che da quella di semplice racconto di investigazione con risvolti psicoanalitici: è un film di emozioni, non di ragionamento. Irrisolto, ma davvero coinvolgente.
Voto: 3/5
-Zero Dark Thirty
USA 2012 - guerra/storico - 160min.
Il riassunto di un decennio di indagini della CIA (2001-2011) che portarono allo stanamento e all'uccisione di Osama bin Laden ad Abbottabad, in Pakistan, il 2 maggio 2011.
Lo sceneggiatore, compagno della regista, ha steso la sceneggiatura a partire da interviste con membri della CIA che presero parte alle operazioni. La vicenda, pur piena di ellissi, è interessante da seguire, e rende l'idea della difficoltà di questo tipo di ricerca da parte dei servizi segreti. Il punto di vista offertoci è quello di una giovane laureata appena entrata a far parte della CIA ed assegnata al reparto che si occupa della ricerca di bin Laden. La sua totale dedizione al compito la porta a passare sopra ai brutali metodi di estorsione di informazioni ai prigionieri, metodi giudicati duri ma necessari, alle pressioni da parte dei superiori, alle numerose frustrazioni date da false piste e morti di colleghi di lavoro, fino al liberatorio pianto finale. La messinscena è accurata, e specie nell'ultima parte, che ricostruisce nel dettaglio l'incursione militare nella casa-fortino dove il terrorista si rifugiava, è un gran momento di cinema.
Tuttavia il film in sè lascia un po' perplessi: innanzitutto perchè non sapremo mai quanto ci sia di vero in questa ricostruzione, dato il segreto militare che copre i dettagli sull'operazione; la visione del film è quindi interessante ma senza alcuna garanzia di veridicità; poi non si capisce se l'intento della Bigelow sia propagandistico, informativo o documentaristico.
Questi due fattori concorrono, per fortuna in brevi momenti, a suscitare un po' di noia nello spettatore.
Voto: 2,5/5
The Loveless (1982)
Il buio si avvicina (Near Dark) (1987) - 2/5
Blue Steel - Bersaglio mortale (Blue Steel) (1990)
Point Break - Punto di rottura (Point Break) (1991)
Wild Palms (1993) - Miniserie TV di 4 ore
Strange Days (1995)
Il mistero dell'acqua (The Weight of Water) (2000) - 3/5
K-19 (K-19: The Widowmaker) (2002)
Mission Zero (2007) - Cortometraggio
The Hurt Locker (2008)
Zero Dark Thirty (2012) - 2,5/5
Bigelow (1951), americana, ha dato prova di un buon mestiere girando diversi film d'azione, e contemporaneamente si è dimostrata un'abile narratrice nell'interessante giallo "Il mistero dell'acqua". Il suo "The Hurt Locker" le è valso l'Oscar come miglior regista, perla prima volta vinto da una donna.
-Il buio s'avvicina
(Near dark) di Kathryn Bigelow - USA 1987 - horror - 95min.
Un ragazzotto dell'Oklahoma, Caleb, incontra una bella ragazza, Mae, che si scopre essere una vampira. Trasformatosi in vampiro anch'egli dopo un morso della ragazza, invaghitasi di lui, Caleb è costretto a vivere di notte evitando la luce del sole, e a nutrirsi solo di sangue. Fa inoltre la conoscenza della combriccola di vampiri, capeggiata da Jesse, di cui Mae fa parte, e partecipa alle loro scorribande ai danni di vittime innocenti. Intanto il padre di Caleb si mette alla sua ricerca, ignaro di tutto.
Anomalo road movie vampiresco all'insegna dell'azione violenta (con quel bel sangue grumoso anni '80) che reinterpreta il personaggio del vampiro facendone un reietto della società. I tempi di Dracula sono ormai tramontati. L'ex moglie di Cameron ha preso dal marito la passione per l'azione violenta (nonchè un paio d'attori dal cast di "Aliens") ma aggiunge di suo un'ambientazione atipica per un film di vampiri (il Far West) ed un occhio attento nella descrizione dei personaggi, più che sullo sviluppo della vicenda (banalissima e monotona). manca un pò di concitazione e ritmo, inoltre i due attori principali non sono proprio il massimo. La Bigelow ha fatto molto meglio.
Voto: 2/5
-Il mistero dell'acqua
(The Weight of water) di Kathryn Bigelow - Francia/USA 2001 - giallo/drammatico - 110min.
Due coppie (la principale è formata da una fotografa, Jean, e da un poeta, Thomas, interpretati rispettivamente da Catherine McCormack e Sean Penn) trascorre un weekend in barca a vela nei pressi di Smuttynose Island, dove nel secolo scorso si consumò un efferato delitto mai chiarito. Le due vicende sono presentate parallelamente per sottolinearne le somiglianze (anche se a volte le correlazioni non sono molto chiare), fino al tragico doppio-finale.
Film strano, interessante pur nella sua imperfezione. Recitato benissimo da un'affiatata compagnia di attori, e fotografato suggestivamente, vive di primi piani, di dialoghi sospesi e di atmosfere rarefatte. La vicenda odierna per molti versi richiama "Il coltello nell'acqua" di Polanski, sia per il setting che per le dinamiche dei rapporti fra le coppie (anche se con le dovute differenze: nel film di Polanski i personaggi sono tre). La vicenda antica è invece più originale, o comunque meno scontata, con un finale agghiacciante. Quel che a volte non funziona è la commistione tra le due storie: non è chiaro perchè la vicenda debba ripresentarsi (tra l'altro secondo dinamiche molto diverse) ai giorni nostri, quasi come se una maledizione aleggiasse sull'isola, pronta a cogliere gli sventurati naviganti. Forse la pellicola è da leggersi come un'analisi del sentimento amoroso (e dei suoi risvolti più morbosi), la cui potenza porta sempre un grado di sconvolgimento più o meno distruttivo. Da questa suggestiva ottica interpretativa, il film è più apprezzabile che da quella di semplice racconto di investigazione con risvolti psicoanalitici: è un film di emozioni, non di ragionamento. Irrisolto, ma davvero coinvolgente.
Voto: 3/5
-Zero Dark Thirty
USA 2012 - guerra/storico - 160min.
Il riassunto di un decennio di indagini della CIA (2001-2011) che portarono allo stanamento e all'uccisione di Osama bin Laden ad Abbottabad, in Pakistan, il 2 maggio 2011.
Lo sceneggiatore, compagno della regista, ha steso la sceneggiatura a partire da interviste con membri della CIA che presero parte alle operazioni. La vicenda, pur piena di ellissi, è interessante da seguire, e rende l'idea della difficoltà di questo tipo di ricerca da parte dei servizi segreti. Il punto di vista offertoci è quello di una giovane laureata appena entrata a far parte della CIA ed assegnata al reparto che si occupa della ricerca di bin Laden. La sua totale dedizione al compito la porta a passare sopra ai brutali metodi di estorsione di informazioni ai prigionieri, metodi giudicati duri ma necessari, alle pressioni da parte dei superiori, alle numerose frustrazioni date da false piste e morti di colleghi di lavoro, fino al liberatorio pianto finale. La messinscena è accurata, e specie nell'ultima parte, che ricostruisce nel dettaglio l'incursione militare nella casa-fortino dove il terrorista si rifugiava, è un gran momento di cinema.
Tuttavia il film in sè lascia un po' perplessi: innanzitutto perchè non sapremo mai quanto ci sia di vero in questa ricostruzione, dato il segreto militare che copre i dettagli sull'operazione; la visione del film è quindi interessante ma senza alcuna garanzia di veridicità; poi non si capisce se l'intento della Bigelow sia propagandistico, informativo o documentaristico.
Questi due fattori concorrono, per fortuna in brevi momenti, a suscitare un po' di noia nello spettatore.
Voto: 2,5/5
Luc Besson
L'avant dernier (1981) - cortometraggio
Le dernier combat (1983)
Subway (1985)
Le Grand Bleu (1988)
Nikita (1990)
Atlantis (1991)
Léon (1994)
Il quinto elemento (1997)
Giovanna d'Arco (1999) - 2/5
Angel-A (2005)
Arthur e il popolo dei Minimei (2006) - 3/5
Arthur e la vendetta di Maltazard (2009) - 2,5/5
Adèle e l'enigma del faraone (2010)
Arthur 3 - La Guerra dei due mondi (2010) - 2,5/5
Besson (1959) è produttore, sceneggiatore e regista. Rappresenta il lato più spettacolare delle produzioni cinematografiche francesi (ed europee in generale), a volte con qualche caduta.
-Giovanna d'Arco di Luc Besson
(Jeanne d'Arc) di Luc Besson - Francia 1999 - storico/guerra/biografico - 160min.
La giovane Giovanna (Milla Jovovich), contadina analfabeta, riesce, durante la guerra dei cent'anni, ad ottenere dal delfino di Francia Carlo VII (John Malkovich), che la crede inviata da Dio, il comando di un esercito con cui muove guerra agli inglesi che hanno invaso il nord del paese, e riesce a liberare Orlèans. Quando iniziano le trattative di pace fra i due paesi Giovanna non accetta di smettere di combattere: fatta prigioniera dagli inglesi con il beneplacito di Carlo, ormai divenuto re, per il quale la fanciulla rappresenta una difficoltà diplomatica, viene processata dall'inquisizione che la ritiene eretica per le sue affermazioni riguardo la capacità di poter comunicare direttamente con Dio. Il 24 maggio 1430 viene arsa viva.
Luc Besson ha diretto un film dalle pretese storiche e patriottiche evidenti, girato come un moderno film d'azione, corredato da inserti onirico-fantastici e a metà strada fra una sregolata autocelebrazione, tradotta nell'adozione di un'estetica da videoclip (concitate scene di battaglia filmate con telecamera a spalla e musiche ridondanti) e il tentativo di fare di questa pellicola un film d'autore, ovvero il più personale possibile. La sua ricerca continua di stravaganza ed originalità però spesso distoglie l'attenzione dalla vicenda, rende prolissa la pellicola, scade nella banalità (battute originali quanto quelle di un disaster movie hollywoodiano) o nella ridicolaggine (la Coscienza di Giovanna interpretata da Dustin Hoffman).
Malgrado l'impegno profondo della Jovovich, anche la recitazione è altalenante, e l'interpretazione quasi caricaturale di Malkovich non convince.
Vale più che altro per le imponenti sequenze belliche.
Voto: 2/5
-Arthur e il popolo dei Minimei
Francia 2006 - animazione - 100min.
Tratto da due libri per bambini scritti dallo stesso Besson, è il primo film di una trilogia ambientata nel Connecticut del 1960 che vede come protagonista Arhtur, 10 anni, che vive con la nonna perché i genitori sono sempre via. Il nonno, esploratore, è svanito nel nulla anni prima, e con lui un leggendario tesoro di rubini che aveva ottenuto dalla tribù africana dei Bogo-Matassalai. Proprio quel che ci vorrebbe per pagare i debiti della nonna che rischia lo sfratto. Iniziando questa strampalata ricerca, Arthur si troverà ben presto catapultato nel mondo dei Minimei, creature alte due millimetri e mezzo che vivono nel suo giardino, e dovrà aiutare la sensuale principessa Selenia a sconfiggere il perfido insetto Maltazard, che li vuole tutti morti.
Nato per esigenza di spiegare il concetto dell'ecologia ai suoi figli, Il film di Besson anticipa di qualche anno Arrietty, per il tema simile di un mondo microscopico popolato di esserini che abitano sulla soglia di casa. Se a volte la narrazione risulta frettolosa e lacunosa (tribù africane che spuntano dal nulla, passaggio da ragazzino spensierato ad eroe che deve salvare un intero popolo etc.) La verve inventiva del regista e della sua troupe è eccellente, e il racconto si dipana agilmente lungo i 100 minuti di avventura senza violenza e volgarità, adatta sia ai più piccoli che a qualche adulto ben disposto verso l'animazione. Spesso gli adulti non vedono film d'animazione per principio, o se lo fanno è per portare al cinema i loro marmocchi, ed allora assumono sulle proprie spalle quello che sembra loro un fardello insostenibile.
Che pena: non sanno cosa si perdono.
Voto: 3/5
-Arthur e la vendetta di Maltazard
Francia 2009 - animazione - 93min.
10 mesi dopo i fatti del primo film, Arthur non vede l'ora di poter ritornare nel regno dei Minimei per riabbracciare (e non solo) la sua amata Selenia, ma qualcosa non va per il verso giusto: il padre di Arthur vuole partire il prima possibile. Nello stesso momento, attraverso un incisione su un chicco di riso, Arthur riceve una richiesta d'aiuto: i Minimei sono in pericolo?
Più breve del primo film, questo sequel è in realtà una pellicola a metà, dato che si chiude con un cliffhanger e la scritta "To Be Continued...". Se la cosa infastidisce non poco per principio, è anche chiaro come questo mezzo-film non sia all'altezza del precedente in nulla (a parte la grafica che è la medesima): venuta meno la novità, la storia continua in modo troppo raffazzonato per essere convincente. Le falle di sceneggiatura sono così compensate con molte gag, situazioni comiche e divertenti, ed un tasso di azione aumentata rispetto al primo episodio. Ma l'operazione in generale perde un po' di senso, con il "caso francese" che si appiattisce verso logiche hollywoodiane.
Voto: 2,5/5
-Arthur e la guerra dei due mondi
Francia 2010 - animazione - 101min.
Le dernier combat (1983)
Subway (1985)
Le Grand Bleu (1988)
Nikita (1990)
Atlantis (1991)
Léon (1994)
Il quinto elemento (1997)
Giovanna d'Arco (1999) - 2/5
Angel-A (2005)
Arthur e il popolo dei Minimei (2006) - 3/5
Arthur e la vendetta di Maltazard (2009) - 2,5/5
Adèle e l'enigma del faraone (2010)
Arthur 3 - La Guerra dei due mondi (2010) - 2,5/5
Besson (1959) è produttore, sceneggiatore e regista. Rappresenta il lato più spettacolare delle produzioni cinematografiche francesi (ed europee in generale), a volte con qualche caduta.
-Giovanna d'Arco di Luc Besson
(Jeanne d'Arc) di Luc Besson - Francia 1999 - storico/guerra/biografico - 160min.
La giovane Giovanna (Milla Jovovich), contadina analfabeta, riesce, durante la guerra dei cent'anni, ad ottenere dal delfino di Francia Carlo VII (John Malkovich), che la crede inviata da Dio, il comando di un esercito con cui muove guerra agli inglesi che hanno invaso il nord del paese, e riesce a liberare Orlèans. Quando iniziano le trattative di pace fra i due paesi Giovanna non accetta di smettere di combattere: fatta prigioniera dagli inglesi con il beneplacito di Carlo, ormai divenuto re, per il quale la fanciulla rappresenta una difficoltà diplomatica, viene processata dall'inquisizione che la ritiene eretica per le sue affermazioni riguardo la capacità di poter comunicare direttamente con Dio. Il 24 maggio 1430 viene arsa viva.
Luc Besson ha diretto un film dalle pretese storiche e patriottiche evidenti, girato come un moderno film d'azione, corredato da inserti onirico-fantastici e a metà strada fra una sregolata autocelebrazione, tradotta nell'adozione di un'estetica da videoclip (concitate scene di battaglia filmate con telecamera a spalla e musiche ridondanti) e il tentativo di fare di questa pellicola un film d'autore, ovvero il più personale possibile. La sua ricerca continua di stravaganza ed originalità però spesso distoglie l'attenzione dalla vicenda, rende prolissa la pellicola, scade nella banalità (battute originali quanto quelle di un disaster movie hollywoodiano) o nella ridicolaggine (la Coscienza di Giovanna interpretata da Dustin Hoffman).
Malgrado l'impegno profondo della Jovovich, anche la recitazione è altalenante, e l'interpretazione quasi caricaturale di Malkovich non convince.
Vale più che altro per le imponenti sequenze belliche.
Voto: 2/5
-Arthur e il popolo dei Minimei
Francia 2006 - animazione - 100min.
Tratto da due libri per bambini scritti dallo stesso Besson, è il primo film di una trilogia ambientata nel Connecticut del 1960 che vede come protagonista Arhtur, 10 anni, che vive con la nonna perché i genitori sono sempre via. Il nonno, esploratore, è svanito nel nulla anni prima, e con lui un leggendario tesoro di rubini che aveva ottenuto dalla tribù africana dei Bogo-Matassalai. Proprio quel che ci vorrebbe per pagare i debiti della nonna che rischia lo sfratto. Iniziando questa strampalata ricerca, Arthur si troverà ben presto catapultato nel mondo dei Minimei, creature alte due millimetri e mezzo che vivono nel suo giardino, e dovrà aiutare la sensuale principessa Selenia a sconfiggere il perfido insetto Maltazard, che li vuole tutti morti.
Nato per esigenza di spiegare il concetto dell'ecologia ai suoi figli, Il film di Besson anticipa di qualche anno Arrietty, per il tema simile di un mondo microscopico popolato di esserini che abitano sulla soglia di casa. Se a volte la narrazione risulta frettolosa e lacunosa (tribù africane che spuntano dal nulla, passaggio da ragazzino spensierato ad eroe che deve salvare un intero popolo etc.) La verve inventiva del regista e della sua troupe è eccellente, e il racconto si dipana agilmente lungo i 100 minuti di avventura senza violenza e volgarità, adatta sia ai più piccoli che a qualche adulto ben disposto verso l'animazione. Spesso gli adulti non vedono film d'animazione per principio, o se lo fanno è per portare al cinema i loro marmocchi, ed allora assumono sulle proprie spalle quello che sembra loro un fardello insostenibile.
Che pena: non sanno cosa si perdono.
Voto: 3/5
-Arthur e la vendetta di Maltazard
Francia 2009 - animazione - 93min.
10 mesi dopo i fatti del primo film, Arthur non vede l'ora di poter ritornare nel regno dei Minimei per riabbracciare (e non solo) la sua amata Selenia, ma qualcosa non va per il verso giusto: il padre di Arthur vuole partire il prima possibile. Nello stesso momento, attraverso un incisione su un chicco di riso, Arthur riceve una richiesta d'aiuto: i Minimei sono in pericolo?
Più breve del primo film, questo sequel è in realtà una pellicola a metà, dato che si chiude con un cliffhanger e la scritta "To Be Continued...". Se la cosa infastidisce non poco per principio, è anche chiaro come questo mezzo-film non sia all'altezza del precedente in nulla (a parte la grafica che è la medesima): venuta meno la novità, la storia continua in modo troppo raffazzonato per essere convincente. Le falle di sceneggiatura sono così compensate con molte gag, situazioni comiche e divertenti, ed un tasso di azione aumentata rispetto al primo episodio. Ma l'operazione in generale perde un po' di senso, con il "caso francese" che si appiattisce verso logiche hollywoodiane.
Voto: 2,5/5
-Arthur e la guerra dei due mondi
Francia 2010 - animazione - 101min.
Finalmente penetrato nel mondo degli uomini a dimensioni infinitamente più grandi della norma, il perfido Maltazard si accinge a fare lo stesso con il suo esercito di insetti, per conquistare il mondo. Arthur, Selenia e Beta devono trovare il modo di fermarlo, ricorrendo all'aiuto del nonno Arcibald, dei Minimei e persino del redivivo figlio del nemico, Darkos.
Ah, le trilogie! Motivo di odio e amore per gli spettatori: odio, perchè rendono le storie prolisse, condannando ad anni di attesa per giungere, quando va bene, a conclusione (la saga dei Pirati dei Caraibi purtroppo è un esempio di eccezione alla regola); amore, perchè permette ad ogni nuovo episodio di immergersi in un mondo famigliare in compagnia di personaggi cui (se la saga è ben fatta) si finisce per affezionarsi.
La saga di Luc Besson è particolare, perchè inaspettata: non è l'ennesima pensata delle majors, ma una produzione francese nata dalla mente di un padre che si interrogava su come spiegare l'ecologia ai figli. E pur non rinunciando alle tecniche di animazione più all'avanguardia ha mantenuto un'atmosfera più casereccia, intima, anche in virtù del fatto che le vicende si svolgono prevalentemente entro lo spazio di un giardino di casa.
Questo terzo ed ultimo capitolo amplia però gli orizzonti spaziali, con una lunga battaglia finale nella cittadina anni '60 di Daisy Town, fra esercito e zanzare giganti. E se l'omaggio ai film di fantascienza americani è evidente (per non parlare del tributo a Star Wars, serpeggiante in tutta la saga e qui più che mai evidente, con una geniale ricostruzione fantastica della nascita dell'idea della saga nella mente di George Lucas) altrettanto chiaro è come il regista e la sua troupe si siano lasciati andare un po' troppo alla regolahollywoodiana che vuole per i sequel (e soprattuto per gli episodi finali) il potenziamento di tutto ciò che è apparso negli episodi precedenti: film più lungo, battaglie più spettacolari, proporzioni ingigantite da qualunque punto di vista. Insomma il contenuto si perde troppo in favore di una forma che stona con i due film precedenti, tutti incentrati sull'infinitamente piccolo.
Ciò non impedisce il divertimento, comunque: tolti il difetto di fondo sovramenzionato ed il finale un po' frettoloso e non molto appagante, il piglio avventuroso e giocherellone nonché le gag tipiche della saga perdurano. Spazio ridotto per alcuni personaggi importanti della saga (il che è un male) compensato da un utile approfondimento di altri inizialmente secondari che ora diventano più importanti (il che è un bene). La recitazione è funzionale, come la colonna sonora (con Bowie-iana Rebel Rebel sui titoli di coda).
La visione è ovviamente obbligatoria per chi ha visto i primi due episodi, e per i novizi c'è un veloce riassunto dei fatti a inizio film. Sono comunque convinto che un dittico (con il secondo e terzo episodio condensati in uno più breve) sarebbe stata la soluzione migliore, ed avrebbe evitato di far apparire Arthur e la guerra dei due mondi un'accessoria ripetizione. Il virus della trilogia ha colpito anche in Francia...
Voto: 2,5/5
Bernardo Bertolucci
La commare secca (1962)
Prima della rivoluzione (1964)
La via del petrolio (1965) - film inchiesta per la televisione
Amore e rabbia (1969) - episodio Agonia
Partner (1968)
Il conformista (1970) - 4/5
Strategia del ragno (1970)
Ultimo tango a Parigi (1972) - 1/5
Novecento (1976)
La luna (1979)
La tragedia di un uomo ridicolo (1981) - 2/5
L'ultimo imperatore (1988) - 4/5
12 registi per 12 città (1989) - episodio Bologna
Il tè nel deserto (1990)
Piccolo Buddha (1993)
Io ballo da sola (Stealing Beauty) (1996) - 1,5/5
L'assedio (1999)
The Dreamers (2003) - 1/5
Io e Te (2012)
Bertolucci (1940) è uno dei registi italiani più conosciuti all'estero, forte dell'Oscar ottenuto con "L'ultimo imperatore" e del successo di scandalo di "Ultimo tango a Parigi", nonché uno dei più sopravvalutati; altalenante fra produzioni imponenti e intimi quadri famigliari, è altalenante anche nella qualità dei suoi film. Ossessionato dal sesso, presente in maniera corposa e descritto in termini morbosi il più delle volte, è tuttavia capace di fini descrizioni psicologiche e contemporaneamente di narrazioni di ampio respiro, pur essendo dubbia la verosimiglianza storica dei suoi film in costume.
-Il conformista
Italia/Francia/RFT 1970 - drammatico - 110min.
Dal libro omonimo di Alberto Moravia (1951). Marcello Clerici (Jean-Louis Trintignant) è un uomo qualunque, un fascista qualunque, una spia qualunque. E' colui che serve il potere non per fede, ma per uniformarsi alla maggioranza; è sposato non per amore, ma per "dovere"; fa il suo lavoro di spia a Parigi, con un aiutante (Gastone Moschin) in borghese, spacciandosi per ex allievo di un professore italiano antifascista rifugiatosi in Francia. Quando deve ammazzarlo, è turbato, non ha il coraggio (non certo per scrupolo morale, ma per pura vigliaccheria), infine obbedisce all'ordine impartito. Tornato a Roma, dopo l'8 settembre, si crea un alibi per le sue malefatte.
Sicuramente il miglior Bertolucci, mai così lucido nella descrizione della meschinità umana provocata/accentuata dalla politica. Requisitoria anti-italiana più (ancor prima) che antifascista, denuncia l'attitudine del nostro popolo allo scaricabarile, all'auto-assolvimento, alla ricerca del capro espiatorio, alla dis-assunzione di responsabilità. Impeccabile a livello estetico (fotografia di Vittorio Storaro, montaggio di Franco Arcalli), virtuoso a livello recitativo (notevole nel ruolo della moglie oca Stefania Sandrelli, protagonista femminile assieme a Dominique Sanda, legate da un'attrazione saffica appena suggerita) trova in una regia che raramente saprà rimanere così equilibrata nella carriera di Bertolucci, che riesce a mantenere il giusto distacco dalla vicenda pur non mancando di personalizzarla.
Bel comparto musicale e finale memorabile.
Voto: 4/5
-Ultimo tango a Parigi
di Bernardo Bertolucci - Italia-Francia 1972 - drammatico - 131 min.
Un uomo di mezza età e una giovane donna si incontrano casualmente visitando un appartamento vuoto a Parigi, che diviene il loro nido d'amore segreto; lasciando fuori dall'appartamento identità e vissuto, i due sfogano nel sesso le ansie della loro vita quotidiana. ma il rapporto è destinato ad incrinarsi.
Il film è famoso per gli attacchi ricevuti dalla censura, che stavano per decretarne la definitiva distruzione.
E' un film basato sull'incontro di due solitudini che arrivano ad essere una cosa sola, un tuttuno pur senza conoscersi minimamente (stile Lost in Translation). Eppure in quello spoglio appartamento si sentono al sicuro, lontani dalle sofferenze del mondo esterno (che finiranno, infatti, per distruggerli), e arrivano a comprendersi l'un l'altro, senza bisogno di conoscersi: non sanno neppure i loro nomi.
Ha il suo più grande difetto nel titanismo e nell'ostentata vanità. Del regista, ancor prima che di Brando. Il finale è invece alquanto discutibile dal punto di vista della sceneggiatura.
Senza nulla togliere all'apparato tecnico di prim'ordine, così come quello artistico, è forse proprio il soggetto il punto più debole della pellicola, così forzato nel relegare l'esistenza dei personaggi entro le mura dell'appartamento da risultare falso.
La scena della sodomizzazione rappresenta di fatto una vera violenza sessuale, il che contribuisce a rendere la pellicola particolarmente detestabile e renderla agli occhi del sottoscritto assolutamente sconsigliabile.
Voto: 1/5
-La tragedia di un uomo ridicolo
Italia 1981 - drammatico - 110min.
Il signor Primo Spaggiari (Ugo Tognazzi, Palma d'oro a Cannes per miglior attore) è un imprenditore padano proprietario di un caseificio pieno di debiti. Gli rapiscono il figlio Giovanni. Le indagini della polizia non portano a nulla, mentre due operai, di cui uno (Victor Cavallo) è un prete e l'altra (Laura Morante) è la fidanzata di Giovanni, gli rivelano che sono in contatto con i rapitori, e che possono tenerlo informato del suo stato di salute. Quando il flusso di informazioni si interrompe ed il terzetto teme il peggio per la sorte del ragazzo, Primo decide di occultare la notizia e di racimolare i soldi per pagare un ipotetico riscatto, usandoli poi per salvare il suo caseificio.
Più che un uomo ridicolo, il protagonista è un uomo senza morale, senza qualità, incapace di pensare ad altri fuorché sé stesso. Tolta la recitazione di Tognazzi e degli altri personaggi principali, nonché il "colpo di scena" finale (piuttosto prevedibile, invero), il film non ha molte carte da giocare, tanto che Bertolucci mostra palesemente i suoi limiti di valore, meno evidenti in produzioni più grandi e maestose: riciclando un montaggio ellittico tipico del de-costruttivismo da nouvelle vague evita di dover costruire una sceneggiatura solida e verosimile; appoggiandosi in tutto e per tutto alla recitazione di Tognazzi, evita inoltre di dotare di particolare approfondimento i personaggi di contorno, dipingendo la moglie come una donna in crisi isterica (dunque priva di psicologia), la ragazza del figlio come una persona insignificante in preda a smanie erotiche (forse il personaggio che più rassomiglia al regista) ed il prete proletario a poco più che una figura accessoria. Persino le musiche di Morricone appaiono un commento superfluo (sarebbe stato meglio senza colonna sonora). Si salva solo una certa atmosfera malinconica creata dalla fotografia di Carlo di Palma, che predilige interni tetri e per gli esterni si concentra su tristi vedute invernali della Bassa.
Un passo falso cui Bertolucci rimedierà rifugiandosi per diversi anni in mega-produzioni estere, con risultati nettamente superiori.
Voto: 2/5
-L'ultimo imperatore
Italia 1988 - storico/biografico - 220min. (Edizione integrale del 1998)
Vita di Aisin-Gioro Pu Yi (1906-1967), ultimo imperatore della Cina: nominato imperatore quando era ancora infante, di fatto non ha mai governato; quando era ancora un ragazzino la Cina divenne una repubblica, ma all'imperatore ed alla sua corte fu permesso di continuare a vivere nella città proibita, avendo come precettore lo scozzese Reginald Johnston 1874-1938). Con l'invasione giapponese e l'arrivo del Kuomingtan a Pechino, Pu Yi deve lasciare definitivamente la sua dimora imperiale, per rifugiarsi con le due mogli a Tientsin, sotto protezione nipponica. Da qui viene proclamato imperatore dello stato fantoccio del Manchukuo, in realtà controllato dal Sol Levante. Finita la guerra viene imprigionato dai russi e consegnao ai comunisti cinesi che lo internano in un campo di rieducazione dal 1950 al 1959. Liberato, vivrà i suoi ultimi anni da uomo qualunque, lavorando a Pechino come giardiniere, e morendo a ridosso dell'inizio della Rivoluzione Culturale.
E' la storia paradossale di un doppio imperatore che non ha mai governato (per lui calza bene il titolo del precedente film di Bertolucci, La tragedia di un uomo ridicolo), ha distrutto la sua famiglia (delle due consorti una è scapapta, l'altra è impazzita), non è mai stato padrone nemmeno della propria vita (vita da recluso nella Città Proibita, vita da burattino nel Manchukuo), è morto abbandonato da tutti in un paese cui è sempre stato estraneo. E' la storia incredibile di un uomo senza patria, nato per essere sconfitto, prigioniero a vita, avente come unico amico uno scozzese, vessato e punito sia per la sua passività (i cortigiani della città proibita sono più interessati al loro status e al loro potere che alla persona dell'imperatore) sia per la sua attività (il crimine di collaborazionismo con i giapponesi). Un affresco storico imponente che Bertolucci governa con maestria, coadiuvato da un reparto tecnico e da un cast artistico di prim'ordine.
Qualche limite? L'imprecisione storica di cui è stato accusato (Tiziano Terzani lo tacciò di decorativismo e di propagandismo politico - anche se bisogna ammettere che è palese la disillusione del regista verso la Rivoluzione Culturale, come mostrato nelle ultime battute del film), la colonna sonora che, pur splendida, è presente una scena sì e una no e satura le orecchie dello spettatore, le solite derive perverse dell'autore (qui tenute un po' a bada dalla censura cinese), chiari elementi spuri che aggiungono colore ma tolgono veridicità alla vicenda.
Imperdibile per chiunque ami il cinema.
Voto: 4/5
-Io ballo da sola
Italia/UK/Francia 1996 - commedia - 113min.
Una diciannovenne americana (Liv Tyler) va in una villa nella campagna senese in vacanza, ospite di alcuni amici di famiglia, un gruppo di artisti più o meno eccentrici. Nel suo diario scrive le sue ansie e paure, e sogna di rivedere un ragazzo italiano di cui si era infatuata anni prima, e con il quale vorrebbe perdere la verginità.
Avevo pensato di dare una stella a questo film, ma l'interpretazione di Liv Tyler è buona e salva il film dal baratro più profondo. Questo film orrendo è un'accozzaglia di situazioni da soap opera in cui Bertolucci si aggira attorno alla sua protagonista con lo sguardo famelico di un vecchio arrapato, che se non si occupa di turbamenti erotici in praticamente tutti i suoi film non è contento. Mette qualche personaggio un po' strano in scena, ricorre al montaggio ellittico (il suo classico espediente quando dirige film dal soggetto debole), confeziona un film per compiacere gli occhi stranieri, cioè un film che presenta la versione più stereotipata che si possa fare del Bel Paese, belle vallate immerse in un sole caldo dove si mangia e si discute di massimi sistemi dalla mattina alla sera. E si scopa, ovviamente. Difficile trovare un film più patetico di questo, uno spreco di attori come questo (Jeremy Irons, Rachel Weisz, Joseph Finnies...), ma è Bertolucci e a lui si perdona tutto, è uno dei pochi registi italiani che può permettersi di campare di rendita su film fatti vent'anni fa.
Che tristezza.
Voto: 1,5/5
-The Dreamers
UK/Francia/Italia 2003 - drammatico - 130min.
Parigi 1968. Sulla sfondo dei movimenti di contestazione che man mano divengono sempre più violenti nel corso del film, è la storia di una relazione morbosa che lega due fratelli, Isabelle (Eva Green) e Théo (Louis Garrell), ad uno studente americano che si trova lì per studiare il francese, Matthew (Michael Pitt). Trasferitosi a casa dei due, Matthew assiste sconcertato agli atteggiamenti incestuosi dei fratelli, finché non viene coinvolto anche lui. Rintanandosi nell'appartamento, passano le giornate a parlare di cinema, sesso e politica, mentre fuori la vera rivoluzione avanza e, infine, irrompe con forza nella loro gabbia dorata.
Lo so che si potrebbero fare molte analisi (e sono state fatte) a proposito delle opere d'arte presente nel film e del loro legame con i corpi dei personaggi, oppure sull'uso del citazionismo cinematografico. La verità è che sono analisi inutili, come questo film in effetti. Ci vuole una bella fantasia per trovare qualche significato in The Dreamers, per cui potrebbe valere il giudizio che il dizionario Morandini dà del film Histoire d'O: "offrì a molti spettatori l'alibi culturale (del “buon gusto”) per fare i guardoni a pagamento, ma è un album di immagini patinate animato con uno stile da carosello pubblicitario, un prodotto in linea con l'ideologia capitalistica dominante fondata sull'avere invece che sull'essere."
Sì perché lungi dall'essere un film "di sinistra", è invece un film voyeristico sulla scia del precedente "Io ballo da sola", in cui le manie sessuali di Bertolucci si declinano come al solito nell'esibizione di giovani corpi nudi che copulano. Siccome si vergogna a fare un film pornografico, il regista infiocchetta tutto con lunghe scene dialogiche tra i tre, inutile chiacchiericcio qualunquista sull'arte e sui massimi sistemi, ed un finale drammatico sulla fine dei sogni e la crudezza della realtà. La cosa che rende il film detestabile ovviamente non è la componente erotica, ma tutto ciò che ci sta attorno, un vano tentativo di mascherare ciò che a Bertolucci interessa davvero filmare: il sesso. Un bel pube femminile in primo piano (ed anche un pene, per par condicio), e poi minuti e minuti di dialoghi inconcludenti. Poi qualche altro accoppiamento. E di nuovo dialoghi inconcludenti. Così fino alla fine. Solo l'inizio del film è più interessante, perché ancora non si sa cosa succederà dopo.
Privo di qualunque guizzo di inventiva, della minima originalità, di qualsivoglia motivazione di fondo per renderlo raccomandabile, è il definitivo declino di un autore che ha avuto lampi di ispirazione ormai decenni fa.
Voto: 1/5
Prima della rivoluzione (1964)
La via del petrolio (1965) - film inchiesta per la televisione
Amore e rabbia (1969) - episodio Agonia
Partner (1968)
Il conformista (1970) - 4/5
Strategia del ragno (1970)
Ultimo tango a Parigi (1972) - 1/5
Novecento (1976)
La luna (1979)
La tragedia di un uomo ridicolo (1981) - 2/5
L'ultimo imperatore (1988) - 4/5
12 registi per 12 città (1989) - episodio Bologna
Il tè nel deserto (1990)
Piccolo Buddha (1993)
Io ballo da sola (Stealing Beauty) (1996) - 1,5/5
L'assedio (1999)
The Dreamers (2003) - 1/5
Io e Te (2012)
Bertolucci (1940) è uno dei registi italiani più conosciuti all'estero, forte dell'Oscar ottenuto con "L'ultimo imperatore" e del successo di scandalo di "Ultimo tango a Parigi", nonché uno dei più sopravvalutati; altalenante fra produzioni imponenti e intimi quadri famigliari, è altalenante anche nella qualità dei suoi film. Ossessionato dal sesso, presente in maniera corposa e descritto in termini morbosi il più delle volte, è tuttavia capace di fini descrizioni psicologiche e contemporaneamente di narrazioni di ampio respiro, pur essendo dubbia la verosimiglianza storica dei suoi film in costume.
-Il conformista
Italia/Francia/RFT 1970 - drammatico - 110min.
Dal libro omonimo di Alberto Moravia (1951). Marcello Clerici (Jean-Louis Trintignant) è un uomo qualunque, un fascista qualunque, una spia qualunque. E' colui che serve il potere non per fede, ma per uniformarsi alla maggioranza; è sposato non per amore, ma per "dovere"; fa il suo lavoro di spia a Parigi, con un aiutante (Gastone Moschin) in borghese, spacciandosi per ex allievo di un professore italiano antifascista rifugiatosi in Francia. Quando deve ammazzarlo, è turbato, non ha il coraggio (non certo per scrupolo morale, ma per pura vigliaccheria), infine obbedisce all'ordine impartito. Tornato a Roma, dopo l'8 settembre, si crea un alibi per le sue malefatte.
Sicuramente il miglior Bertolucci, mai così lucido nella descrizione della meschinità umana provocata/accentuata dalla politica. Requisitoria anti-italiana più (ancor prima) che antifascista, denuncia l'attitudine del nostro popolo allo scaricabarile, all'auto-assolvimento, alla ricerca del capro espiatorio, alla dis-assunzione di responsabilità. Impeccabile a livello estetico (fotografia di Vittorio Storaro, montaggio di Franco Arcalli), virtuoso a livello recitativo (notevole nel ruolo della moglie oca Stefania Sandrelli, protagonista femminile assieme a Dominique Sanda, legate da un'attrazione saffica appena suggerita) trova in una regia che raramente saprà rimanere così equilibrata nella carriera di Bertolucci, che riesce a mantenere il giusto distacco dalla vicenda pur non mancando di personalizzarla.
Bel comparto musicale e finale memorabile.
Voto: 4/5
-Ultimo tango a Parigi
di Bernardo Bertolucci - Italia-Francia 1972 - drammatico - 131 min.
Un uomo di mezza età e una giovane donna si incontrano casualmente visitando un appartamento vuoto a Parigi, che diviene il loro nido d'amore segreto; lasciando fuori dall'appartamento identità e vissuto, i due sfogano nel sesso le ansie della loro vita quotidiana. ma il rapporto è destinato ad incrinarsi.
Il film è famoso per gli attacchi ricevuti dalla censura, che stavano per decretarne la definitiva distruzione.
E' un film basato sull'incontro di due solitudini che arrivano ad essere una cosa sola, un tuttuno pur senza conoscersi minimamente (stile Lost in Translation). Eppure in quello spoglio appartamento si sentono al sicuro, lontani dalle sofferenze del mondo esterno (che finiranno, infatti, per distruggerli), e arrivano a comprendersi l'un l'altro, senza bisogno di conoscersi: non sanno neppure i loro nomi.
Ha il suo più grande difetto nel titanismo e nell'ostentata vanità. Del regista, ancor prima che di Brando. Il finale è invece alquanto discutibile dal punto di vista della sceneggiatura.
Senza nulla togliere all'apparato tecnico di prim'ordine, così come quello artistico, è forse proprio il soggetto il punto più debole della pellicola, così forzato nel relegare l'esistenza dei personaggi entro le mura dell'appartamento da risultare falso.
La scena della sodomizzazione rappresenta di fatto una vera violenza sessuale, il che contribuisce a rendere la pellicola particolarmente detestabile e renderla agli occhi del sottoscritto assolutamente sconsigliabile.
Voto: 1/5
-La tragedia di un uomo ridicolo
Italia 1981 - drammatico - 110min.
Il signor Primo Spaggiari (Ugo Tognazzi, Palma d'oro a Cannes per miglior attore) è un imprenditore padano proprietario di un caseificio pieno di debiti. Gli rapiscono il figlio Giovanni. Le indagini della polizia non portano a nulla, mentre due operai, di cui uno (Victor Cavallo) è un prete e l'altra (Laura Morante) è la fidanzata di Giovanni, gli rivelano che sono in contatto con i rapitori, e che possono tenerlo informato del suo stato di salute. Quando il flusso di informazioni si interrompe ed il terzetto teme il peggio per la sorte del ragazzo, Primo decide di occultare la notizia e di racimolare i soldi per pagare un ipotetico riscatto, usandoli poi per salvare il suo caseificio.
Più che un uomo ridicolo, il protagonista è un uomo senza morale, senza qualità, incapace di pensare ad altri fuorché sé stesso. Tolta la recitazione di Tognazzi e degli altri personaggi principali, nonché il "colpo di scena" finale (piuttosto prevedibile, invero), il film non ha molte carte da giocare, tanto che Bertolucci mostra palesemente i suoi limiti di valore, meno evidenti in produzioni più grandi e maestose: riciclando un montaggio ellittico tipico del de-costruttivismo da nouvelle vague evita di dover costruire una sceneggiatura solida e verosimile; appoggiandosi in tutto e per tutto alla recitazione di Tognazzi, evita inoltre di dotare di particolare approfondimento i personaggi di contorno, dipingendo la moglie come una donna in crisi isterica (dunque priva di psicologia), la ragazza del figlio come una persona insignificante in preda a smanie erotiche (forse il personaggio che più rassomiglia al regista) ed il prete proletario a poco più che una figura accessoria. Persino le musiche di Morricone appaiono un commento superfluo (sarebbe stato meglio senza colonna sonora). Si salva solo una certa atmosfera malinconica creata dalla fotografia di Carlo di Palma, che predilige interni tetri e per gli esterni si concentra su tristi vedute invernali della Bassa.
Un passo falso cui Bertolucci rimedierà rifugiandosi per diversi anni in mega-produzioni estere, con risultati nettamente superiori.
Voto: 2/5
-L'ultimo imperatore
Italia 1988 - storico/biografico - 220min. (Edizione integrale del 1998)
Vita di Aisin-Gioro Pu Yi (1906-1967), ultimo imperatore della Cina: nominato imperatore quando era ancora infante, di fatto non ha mai governato; quando era ancora un ragazzino la Cina divenne una repubblica, ma all'imperatore ed alla sua corte fu permesso di continuare a vivere nella città proibita, avendo come precettore lo scozzese Reginald Johnston 1874-1938). Con l'invasione giapponese e l'arrivo del Kuomingtan a Pechino, Pu Yi deve lasciare definitivamente la sua dimora imperiale, per rifugiarsi con le due mogli a Tientsin, sotto protezione nipponica. Da qui viene proclamato imperatore dello stato fantoccio del Manchukuo, in realtà controllato dal Sol Levante. Finita la guerra viene imprigionato dai russi e consegnao ai comunisti cinesi che lo internano in un campo di rieducazione dal 1950 al 1959. Liberato, vivrà i suoi ultimi anni da uomo qualunque, lavorando a Pechino come giardiniere, e morendo a ridosso dell'inizio della Rivoluzione Culturale.
E' la storia paradossale di un doppio imperatore che non ha mai governato (per lui calza bene il titolo del precedente film di Bertolucci, La tragedia di un uomo ridicolo), ha distrutto la sua famiglia (delle due consorti una è scapapta, l'altra è impazzita), non è mai stato padrone nemmeno della propria vita (vita da recluso nella Città Proibita, vita da burattino nel Manchukuo), è morto abbandonato da tutti in un paese cui è sempre stato estraneo. E' la storia incredibile di un uomo senza patria, nato per essere sconfitto, prigioniero a vita, avente come unico amico uno scozzese, vessato e punito sia per la sua passività (i cortigiani della città proibita sono più interessati al loro status e al loro potere che alla persona dell'imperatore) sia per la sua attività (il crimine di collaborazionismo con i giapponesi). Un affresco storico imponente che Bertolucci governa con maestria, coadiuvato da un reparto tecnico e da un cast artistico di prim'ordine.
Qualche limite? L'imprecisione storica di cui è stato accusato (Tiziano Terzani lo tacciò di decorativismo e di propagandismo politico - anche se bisogna ammettere che è palese la disillusione del regista verso la Rivoluzione Culturale, come mostrato nelle ultime battute del film), la colonna sonora che, pur splendida, è presente una scena sì e una no e satura le orecchie dello spettatore, le solite derive perverse dell'autore (qui tenute un po' a bada dalla censura cinese), chiari elementi spuri che aggiungono colore ma tolgono veridicità alla vicenda.
Imperdibile per chiunque ami il cinema.
Voto: 4/5
-Io ballo da sola
Italia/UK/Francia 1996 - commedia - 113min.
Una diciannovenne americana (Liv Tyler) va in una villa nella campagna senese in vacanza, ospite di alcuni amici di famiglia, un gruppo di artisti più o meno eccentrici. Nel suo diario scrive le sue ansie e paure, e sogna di rivedere un ragazzo italiano di cui si era infatuata anni prima, e con il quale vorrebbe perdere la verginità.
Avevo pensato di dare una stella a questo film, ma l'interpretazione di Liv Tyler è buona e salva il film dal baratro più profondo. Questo film orrendo è un'accozzaglia di situazioni da soap opera in cui Bertolucci si aggira attorno alla sua protagonista con lo sguardo famelico di un vecchio arrapato, che se non si occupa di turbamenti erotici in praticamente tutti i suoi film non è contento. Mette qualche personaggio un po' strano in scena, ricorre al montaggio ellittico (il suo classico espediente quando dirige film dal soggetto debole), confeziona un film per compiacere gli occhi stranieri, cioè un film che presenta la versione più stereotipata che si possa fare del Bel Paese, belle vallate immerse in un sole caldo dove si mangia e si discute di massimi sistemi dalla mattina alla sera. E si scopa, ovviamente. Difficile trovare un film più patetico di questo, uno spreco di attori come questo (Jeremy Irons, Rachel Weisz, Joseph Finnies...), ma è Bertolucci e a lui si perdona tutto, è uno dei pochi registi italiani che può permettersi di campare di rendita su film fatti vent'anni fa.
Che tristezza.
Voto: 1,5/5
-The Dreamers
UK/Francia/Italia 2003 - drammatico - 130min.
Parigi 1968. Sulla sfondo dei movimenti di contestazione che man mano divengono sempre più violenti nel corso del film, è la storia di una relazione morbosa che lega due fratelli, Isabelle (Eva Green) e Théo (Louis Garrell), ad uno studente americano che si trova lì per studiare il francese, Matthew (Michael Pitt). Trasferitosi a casa dei due, Matthew assiste sconcertato agli atteggiamenti incestuosi dei fratelli, finché non viene coinvolto anche lui. Rintanandosi nell'appartamento, passano le giornate a parlare di cinema, sesso e politica, mentre fuori la vera rivoluzione avanza e, infine, irrompe con forza nella loro gabbia dorata.
Lo so che si potrebbero fare molte analisi (e sono state fatte) a proposito delle opere d'arte presente nel film e del loro legame con i corpi dei personaggi, oppure sull'uso del citazionismo cinematografico. La verità è che sono analisi inutili, come questo film in effetti. Ci vuole una bella fantasia per trovare qualche significato in The Dreamers, per cui potrebbe valere il giudizio che il dizionario Morandini dà del film Histoire d'O: "offrì a molti spettatori l'alibi culturale (del “buon gusto”) per fare i guardoni a pagamento, ma è un album di immagini patinate animato con uno stile da carosello pubblicitario, un prodotto in linea con l'ideologia capitalistica dominante fondata sull'avere invece che sull'essere."
Sì perché lungi dall'essere un film "di sinistra", è invece un film voyeristico sulla scia del precedente "Io ballo da sola", in cui le manie sessuali di Bertolucci si declinano come al solito nell'esibizione di giovani corpi nudi che copulano. Siccome si vergogna a fare un film pornografico, il regista infiocchetta tutto con lunghe scene dialogiche tra i tre, inutile chiacchiericcio qualunquista sull'arte e sui massimi sistemi, ed un finale drammatico sulla fine dei sogni e la crudezza della realtà. La cosa che rende il film detestabile ovviamente non è la componente erotica, ma tutto ciò che ci sta attorno, un vano tentativo di mascherare ciò che a Bertolucci interessa davvero filmare: il sesso. Un bel pube femminile in primo piano (ed anche un pene, per par condicio), e poi minuti e minuti di dialoghi inconcludenti. Poi qualche altro accoppiamento. E di nuovo dialoghi inconcludenti. Così fino alla fine. Solo l'inizio del film è più interessante, perché ancora non si sa cosa succederà dopo.
Privo di qualunque guizzo di inventiva, della minima originalità, di qualsivoglia motivazione di fondo per renderlo raccomandabile, è il definitivo declino di un autore che ha avuto lampi di ispirazione ormai decenni fa.
Voto: 1/5
Rémy Belvaux
Il cameraman e l'assassino (1992) - 2,5/5
Belvaux (1966-2006) ha lavorato come attore, scenografo e produttore. La sua unica regia è del '92. Si è suicidato a 39 anni.
-Il cameraman e l'assassino
(C'est arrivé près de chez vous) di Rémy Belvaux, André Bonzel, Benoit Poelvoorde - Belgio 1992 - thriller - 95min.
Solo apparentemente originale e meno provocatorio di quel che sembra, è comunque un film interessante che riesce a colpire a sufficienza da meritarsi una visione.
Una troupe cinematografica riprende le gesta di un serial killer di pesci piccoli seguendolo non solo durante le sue azioni criminose ma anche nella sua vita privata, instaurando con lui una perversa complicità (e di conseguenza, almeno in teoria, provocando la stessa reazione nello spettatore), aiutandolo persino nello svolgimento dei suoi compiti. Dopo tanta violenza, il finale può essere considerato quasi una "lieta fine".
"Film estremo con importanti risultati teorici" (dizionario Morandini). "...probabilmente il film più controverso della storia del cinema belga" ("1001 film da non perdere", a cura di Steven Jay Schneider).
E' forse un film di denuncia dell'assuefazione alla violenza? Ha forse uno scopo didattico o catartico? Può essere considerato un precursore di "Funny Games"? No, no e no. E' un filmetto furbo e ottimamente girato, grande esempio di cosa si può fare con un basso budget, che si compiace molto di quel che mostra (ma non è che lo critico per questo, anche perchè come sapete sono un horror fan) e si diverte delle situazioni che crea. La scena di stupro, che tanto si dice dovrebbe fare da spartiacque tra la prima parte (noi complici dell'assassino) e la seconda (la consapevolezza del nostro voyerismo ci porta alla riflessione sulla rappresentazione della violenza) è in realtà meno eccessiva e scandalosa di quanto viene scritto da tutte le parti (come spesso accade nelle scene di stupro, dato che la penetrazione non è praticamente mai filmata quindi ci si rende subito conto della finzione della cosa). Il film, profondamente debitore sia di pellicole a lui contemporanee (Le iene, "Henry pioggia di sangue") per i temi trattati, non è nemmeno originale nello stile, dato che i mockumentary esistono dai tempi di Cannibal Holocaust (1980), film ignobile ma dall'idea indiscutibilmente geniale. In definitiva è un film che si inserisce in un filone già tracciato, senza aggiungere nulla di nuovo, anche se in sè è ben realizzato e recitato. Senza infamia e senza lode. Vedibile ma anche trascurabile, comunque solo per appassionati.
Voto: 2,5/5
Belvaux (1966-2006) ha lavorato come attore, scenografo e produttore. La sua unica regia è del '92. Si è suicidato a 39 anni.
-Il cameraman e l'assassino
(C'est arrivé près de chez vous) di Rémy Belvaux, André Bonzel, Benoit Poelvoorde - Belgio 1992 - thriller - 95min.
Solo apparentemente originale e meno provocatorio di quel che sembra, è comunque un film interessante che riesce a colpire a sufficienza da meritarsi una visione.
Una troupe cinematografica riprende le gesta di un serial killer di pesci piccoli seguendolo non solo durante le sue azioni criminose ma anche nella sua vita privata, instaurando con lui una perversa complicità (e di conseguenza, almeno in teoria, provocando la stessa reazione nello spettatore), aiutandolo persino nello svolgimento dei suoi compiti. Dopo tanta violenza, il finale può essere considerato quasi una "lieta fine".
"Film estremo con importanti risultati teorici" (dizionario Morandini). "...probabilmente il film più controverso della storia del cinema belga" ("1001 film da non perdere", a cura di Steven Jay Schneider).
E' forse un film di denuncia dell'assuefazione alla violenza? Ha forse uno scopo didattico o catartico? Può essere considerato un precursore di "Funny Games"? No, no e no. E' un filmetto furbo e ottimamente girato, grande esempio di cosa si può fare con un basso budget, che si compiace molto di quel che mostra (ma non è che lo critico per questo, anche perchè come sapete sono un horror fan) e si diverte delle situazioni che crea. La scena di stupro, che tanto si dice dovrebbe fare da spartiacque tra la prima parte (noi complici dell'assassino) e la seconda (la consapevolezza del nostro voyerismo ci porta alla riflessione sulla rappresentazione della violenza) è in realtà meno eccessiva e scandalosa di quanto viene scritto da tutte le parti (come spesso accade nelle scene di stupro, dato che la penetrazione non è praticamente mai filmata quindi ci si rende subito conto della finzione della cosa). Il film, profondamente debitore sia di pellicole a lui contemporanee (Le iene, "Henry pioggia di sangue") per i temi trattati, non è nemmeno originale nello stile, dato che i mockumentary esistono dai tempi di Cannibal Holocaust (1980), film ignobile ma dall'idea indiscutibilmente geniale. In definitiva è un film che si inserisce in un filone già tracciato, senza aggiungere nulla di nuovo, anche se in sè è ben realizzato e recitato. Senza infamia e senza lode. Vedibile ma anche trascurabile, comunque solo per appassionati.
Voto: 2,5/5
Marco Bellocchio
I pugni in tasca (1965) - 4/5
La Cina è vicina (1967)
Discutiamo, discutiamo, episodio di Amore e rabbia (1969)
Nel nome del padre (1972)
Sbatti il mostro in prima pagina (1972)
Marcia trionfale (1976)
Il gabbiano (1977) - Film TV
Salto nel vuoto (1980)
Vacanze in Val Trebbia (1980)
Gli occhi, la bocca (1982)
Enrico IV (1984)
Diavolo in corpo (1986)
La visione del Sabba (1988)
La condanna (1991)
Il sogno della farfalla (1994)
Il principe di Homburg (1996)
La religione della storia (1998) - Film TV
La balia (1999)
L'affresco (2000)
Elena (2002)
Appunti per un film su Zio Vania (2002))
L'ora di religione (2002)
Buongiorno, notte (2003)
Il regista di matrimoni (2006)
Sorelle (2006)
Vincere (2009)
Sorelle Mai (2010) - 3/5
Lacrime (2011)
Bellocchio (1939) dopo aver studiato cinema a Roma e Londra ha esordito con il celebre "I pugni in tasca" (1965) potente film di contestazione che anticipa le proteste del '68. Autore anche di documentari, mediometraggi e cortometraggi, è fondatore della scuola Farecinema istituita a Bobbio, suo paese natìo.
-I pugni in tasca
Italia 1965 - drammatico - 105min.
(questa recensione è più che altro un'analisi musicale, data la sua natura di lavoro universitario)
In una villa sulle colline presso Bobbio vive una famiglia composta da madre cieca e quattro figli; Augusto, il maggiore, porta avanti un'attività che permette il sostentamento dell'intera famiglia; Alessandro, sofferente di attacchi epilettici e meditabondo di pensieri omicidi nonché incestuosi verso la sorella; Giulia, immatura ragazza senza arte né parte; Leone, ritardato mentale.
Alessandro, che non sopporta le persone deboli o incapaci di autogestirsi, né in generale il clima opprimente che si vive nella casa, finirà per uccidere la madre e Leone, e consumare un incesto con Giulia. Colpito però da una attacco epilettico, verrà lasciato morire dalla stessa Giulia che si è resa conto delle gesta omicida del fratello.
La colonna sonora è di Ennio Morricone, che si è servito nel tema principale dei vocalizzi della soprano Maria Rigel Tonini. Consta di 33 minuti di musica, lasciando nel film ampi spazi di silenzio in cui sono esaltati i rumori d'ambiente.
Il film si apre con I pugni in tasca, leitmotiv del film che verrà ripreso con qualche variante nel corso della pellicola. E' quasi un vocalizzo a cappella, commentato solo da isolate note di pianoforte che si fanno via via più fitte ed insistenti, con un forte riverbero; una musica fantasmatica che non fa presagire nulla di buono.
A 07.00 inizia una lunga sequenza di cena attorno ad un tavolo, totalmente priva di commento musicale e quasi totalmente di dialogo, in cui l'atmosfera di pesantezza e di tensione fra i componenti della famiglia è evidenziata dall'esaltazione dei micro-rumori d'ambiente: posateria, legno cigolante, miagolio del gatto.
A 9.20 inizia Stranissimi giochi, una breve ripresa del leitmotiv suonato da dei legni, inframezzato da un motivetto di carillon, che sembra evidenziare la condizione di infantilismo in cui vivono Leone, Alessandro e Giulia.
A 12.30 inizia Subdolo, una ripresa del tema principale per soli archi, che sembra sottolineare la disperazione della condizione di Sandro e Giulia per la loro instabilità mentale.
A 13.18 inizia I pugni in tasca, pt. 2, (si tratta in effetti di un frammento musicale de La Traviata di Verdi) una serie di note di piano in staccato dall'incedere solenne che si legano ossimoricamente alla scena (il risveglio di Sandro chiamato dal bambino cui insegna); la musica inizialmente pare extradiegetica, mentre poi si scopre provenire da un vinile che era fuori campo.
A 15.00 Sandro, uscito sul balcone, declama un paio di versi dall'Inno a Roma, canzone del 1919 messa in musica da Puccini e poi fatta propria dal fascismo. La sua mise, avvolto nella coperta del letto, lo fa sembrare una parodia di un antico romano, con una dissacrazione dei valori patrii.
A 19.00 c'è una breve ripresa di Stranissimi giochi, in corrispondenza del “gioco” che Sandro perpetua ai danni del bambino: non c'è dubbio sul fatto che lui abbia inclinato il tavolo di proposito.
A 19.30, la madre canta sommessamente un paio di versi dall'aria dell'atto II del Rigoletto “Ciel dammi coraggio”, con cui Gilda, figlia di Rigoletto, gli rivela come sia stata sedotta dal Duca (per cui Rigoletto lavora) che si era spacciato per uno studente povero. Questo dà sia un'indicazione descrittiva della famiglia (in casa si ascolta Verdi, il che giustifica l'ascolto della Traviata), sia accenna ad uno dei temi portanti del film, cioè il gioco di seduzioni ed inganni reciproci fra i protagonisti.
A 21.40 c'è un frammento musicale molto breve che parrebbe una ripresa di Subdolo, in corrispondenza di un breve momento di abbandono di Sandro che confessa il suo male di vivere.
A 24.38 c'è una ripresa di I pugni in tasca, pt. 2, in corrispondenza di Sandro che fa ripartire il vinile che ha in camera. E' lo stessa tema musicale precedente suonato stavolta dagli archi invece che dal piano, e sembra un pezzo tragico di un'opera, tant'è che Sandro mima un suicidio molto teatrale.
A 25.40 la musica si interrompe improvvisamente per lasciar posto ai gemiti di Leone, che ha un attacco epilettico: la tragedia irrompe nella realtà, la vita della famiglia è in effetti una tragedia.
A 28.30 inizia Subdolo, pt.2, in corrispondenza della prima maturazione del piano omicida di Ale. Non ci sono altri suoni se non il rombo della macchina, molto attutito: come se l'attenzione di Augusto fosse tutta per le parole di Sandro, che esprime un desiderio incofessabile per l ostesso Augusto.
A 34.00 c'è un brevissimo momento in cui Ale intona un Kyrie Eleison nella vasca da bagno.
A 36.00 inizia Non è un dramma, sostanzialmente si tratta del leitmotiv suonato da campane accompagnate da archi stridenti: si sta attuando il piano omicida di Sandro, che lascia scritta una lettera per Augusto in cui espone il suo piano.
Dopo una breve scena di intermezzo, la musica sfocia in Stranissimi giochi, pt. 2, un breve incalzare di note gravi di pianoforte, mentre Augusto legge la lettera lasciatagli da Ale; la musica riprende brevemente dopo una scena di inseguimento di auto in cui gli unici suoni sono i rumori di gomme e motori e le voci dei personaggi.
A 41.45 si riprende Subdolo, ma in un momento della traccia che non è ancora comparso, una musica quasi dolce anche se il contenuto della scena è drammatico: inconsapevolmente Giulia chiede ad Ale cos'abbia pensando che stia male, mentre lui è deluso perchè non è riuscito nel suo proposito di ucciderli tutti, ma dice ad alta voce di essere sicuro di aver preso una decisione che vuol portare fino in fondo.
A 48.05 inizia Twist, un deciso cambio di atmosfera: siamo nella città, in mezzo alla società civile, in un'atmosfera rilassata ed elettrizzante per Augusto, che sogna di viverci abbandonando la villa di campagna. La provenienza della musica è incerta, non si sa se provenga dalla filodiffusione del bar o se sia extradiegetica. Questo momento di apparente spensieratezza è subito contraddetto dalla violenza della scena successiva, la caccia ai topi, dove predomina il rumore delle fucilate.
A 55.00 viene ripresa Stranissimi giochi: si compie finalmente il proposito omicida di Ale che ammazza la madre; la musica è un tipico crescendo fino al culmine dato dall'urlo della madre, che la interrompe bruscamente. Subito dopo torna brevemente il tema principale a cappella, mentre Ale chiude gli occhi e respira, come liberato da un peso.
A 58.00 ci sono le preghiere in coro delle suore davanti al feretro materno che fanno da sottofondo alla scena.
A 1.06.43 c'è un brevissimo commento musicale, forse proveniente da Subdolo, che assieme alla panoramica dalla terrazza in cui si vede la nevicata, serve da raccordo e da segnalazione di ellissi temporale.
A 1.08.00 c'è la ripresa del leitmotiv riarrangiato, con degli archi ossessivi in staccato su cui il pano suona la melodia con note acute; è un tema incalzante che si sposa con un montaggio veloce e ripetitivo dello sgombero della stanza della madre e la gioia che ne consegue per Giulia e Ale.
A 1.13.00 si riprende il tema principale mentre Leone cerca di salvare il salvabile dal rogo attizzato in cortile.
A 1.16.00 c'è una breve ripresa di Subdolo, quando Giulia chiede ad Ale se ha intenzione di ripetere l'esperienza con le prostitute; è una ripresa del disagio esistenziale e del rapporto morboso tra i due, infatti questo tema c'è solo in corrispondenza di scene dove sono entrambi presenti.
A 1.18.00 inizia I pugni in tasca, pt. 1 (lounge music), una musica intradiegetica che è quella su cui si sta ballando alla festa. Nel corso della lunga sequenza si alternano 3 brani (pt.1, pt.2 e pt.3), corrispondenti a due lenti ed uno veloce di ballo, tutte intradiegetiche.
A 1.26.48 c'è una breve ripresa del leitmotiv suonato da piano e legni e da quello che sembra essere un glockenspiel.
A 1.30.07 inizia Chiuso nel bagno, altra attuazione criminosa di Ale; il tema è un riarrangiamento del leitmotiv rallentato esponenzialmente e suonato sommessamente da glockenspiel e piano, con successiva entrata dei legni. Man mano che il piano si attua, la musica aumenta di volume ed anche di ritmo, in un crescendo simile a quello dell'uccisione della madre. Anche qui il climax si interrompe con l'annegamento di Leone.
A 1.34.00 c'è la ripresa di Stranissimi giochi, in un punto non ancora sentito; è il momento della consapevolezza di Giulia, che scopre il secondo omicidio e cade dalle scale; un momento fortemente drammatico che la musica interpreta con note gravi di pianoforte ad alto volume che riprendono il leitmotiv con un ritmo marziale.
A 1.43.00 inizia una musica intradiegetica, un altro vinile di Ale, che un'aria della Traviata dall'atto I, “Sempre Libera” in cui il personaggio di Violetta afferma che per esser felice dev'essere appunto libera, non legata a nessun uomo per sempre. Come Ale vuol liberarsi di ogni legame famigliare per non sentirsi oppresso. Tuttavia la sua malattia finisce epr ucciderlo facendogli effettuare nell'agonia un grottesco “balletto” sulle note dell'aria.
Il film si conclude con la ripresa del leitmotiv sui titoli di coda.
Voto: 4/5
-Sorelle Mai
di Marco Bellocchio - Italia 2011 - drammatico/sperimentale - 105min.
Nato dalle sperimentazioni condotte da Bellocchio con i suoi studenti di Fare Cinema presso Bobbio, paese natale del regista che ospita tra l'altro un festival annuale di cinema indipendente, è un film suggestivo e misterioso, forse il primo esempio di compiuta postmodernità nel cinema italiano.
La vita della famiglia Mai, composta da Giorgio, attore senza successo, la sorella Sara che tenta anch'essa una strada nel mondo dello spettacolo, la figlia di lei Elena che è accudita da due zie/sorelle residenti nell'antica magione di famiglia a Bobbio, più un amico di famiglia che si occupa dell'amministrazione della casa.
Composto di 6 episodi, che si dipanano tra il 1999 ed il 2008 (e sono stati girati nei rispettivi anni, per un totale di circa un decennio di lavoro) il film è sconnesso, pieno di ellissi, enigmatico ed affascinante. La sua attrattiva risiede innanzitutto nell'ambientazione: rigirando nei luoghi del suo scioccante film d'esordio I pugni in tasca, Bellocchio sembra voler chiudere i conti, a quarant'anni di distanza, con un fantasma che è ancora lì: il film è inframezzato da frammenti della pellicola sovracitata, quasi a rendere la casa di Bobbio (set di entrambi i film nonchè casa del regista stesso) un'abitazione stregata da uno spettro filmico assetato di ri-proiezione. Tutti i personaggi principali del film sono parenti del regista: figli, nipote e sorelle. Proprio queste ultime danno il titolo al film: sorelle che (nel film come nella realtà) non hanno mai abbandonato la casa natìa perchè non si sono mai sposate, e rimangono testimoni, allora come oggi, di situazioni conflittuali e disturbanti all'interno del nucleo famigliare (e non solo). Certo le stridenti cotrapposizioni fra individui non si traducono più in pulsioni tanato-incestuose come ne I pugni in tasca, ma si fanno forse più sotterranee e meno evidenti, all'insegna del non detto, del rimpianto, di un'amarezza esistenziale.
In tutto questo, sorprendentemente, ecco che Bellocchio inserisce parentesi di inaspettato umorismo (come l'episodio del consiglio di classe in cui una professoressa, interpretata da Alba Rohrwacher, si batte per la promozione di uno studente pusillanime) o di spiazzante, magico mistero (il finale, mistico ed emozionante, un colpo di genio registico).
Il tutto senza trascurare la vivace realizzazione tecnica: girato con svariati modelli di handycam digitali, quindi con gradi di definizione diversi, fotografia sgranata e spesso fuori fuoco, girato a colori eppure spesso così simile ad un film in B/N per le sue scale di blu e di grigi, autocitazionista, diegeticamente frammentario.
Cinema postmoderno italiano, da consumarsi preferibilmente dopo il film del 1965.
Voto: 3/5
La Cina è vicina (1967)
Discutiamo, discutiamo, episodio di Amore e rabbia (1969)
Nel nome del padre (1972)
Sbatti il mostro in prima pagina (1972)
Marcia trionfale (1976)
Il gabbiano (1977) - Film TV
Salto nel vuoto (1980)
Vacanze in Val Trebbia (1980)
Gli occhi, la bocca (1982)
Enrico IV (1984)
Diavolo in corpo (1986)
La visione del Sabba (1988)
La condanna (1991)
Il sogno della farfalla (1994)
Il principe di Homburg (1996)
La religione della storia (1998) - Film TV
La balia (1999)
L'affresco (2000)
Elena (2002)
Appunti per un film su Zio Vania (2002))
L'ora di religione (2002)
Buongiorno, notte (2003)
Il regista di matrimoni (2006)
Sorelle (2006)
Vincere (2009)
Sorelle Mai (2010) - 3/5
Lacrime (2011)
Bellocchio (1939) dopo aver studiato cinema a Roma e Londra ha esordito con il celebre "I pugni in tasca" (1965) potente film di contestazione che anticipa le proteste del '68. Autore anche di documentari, mediometraggi e cortometraggi, è fondatore della scuola Farecinema istituita a Bobbio, suo paese natìo.
-I pugni in tasca
Italia 1965 - drammatico - 105min.
(questa recensione è più che altro un'analisi musicale, data la sua natura di lavoro universitario)
In una villa sulle colline presso Bobbio vive una famiglia composta da madre cieca e quattro figli; Augusto, il maggiore, porta avanti un'attività che permette il sostentamento dell'intera famiglia; Alessandro, sofferente di attacchi epilettici e meditabondo di pensieri omicidi nonché incestuosi verso la sorella; Giulia, immatura ragazza senza arte né parte; Leone, ritardato mentale.
Alessandro, che non sopporta le persone deboli o incapaci di autogestirsi, né in generale il clima opprimente che si vive nella casa, finirà per uccidere la madre e Leone, e consumare un incesto con Giulia. Colpito però da una attacco epilettico, verrà lasciato morire dalla stessa Giulia che si è resa conto delle gesta omicida del fratello.
La colonna sonora è di Ennio Morricone, che si è servito nel tema principale dei vocalizzi della soprano Maria Rigel Tonini. Consta di 33 minuti di musica, lasciando nel film ampi spazi di silenzio in cui sono esaltati i rumori d'ambiente.
Il film si apre con I pugni in tasca, leitmotiv del film che verrà ripreso con qualche variante nel corso della pellicola. E' quasi un vocalizzo a cappella, commentato solo da isolate note di pianoforte che si fanno via via più fitte ed insistenti, con un forte riverbero; una musica fantasmatica che non fa presagire nulla di buono.
A 07.00 inizia una lunga sequenza di cena attorno ad un tavolo, totalmente priva di commento musicale e quasi totalmente di dialogo, in cui l'atmosfera di pesantezza e di tensione fra i componenti della famiglia è evidenziata dall'esaltazione dei micro-rumori d'ambiente: posateria, legno cigolante, miagolio del gatto.
A 9.20 inizia Stranissimi giochi, una breve ripresa del leitmotiv suonato da dei legni, inframezzato da un motivetto di carillon, che sembra evidenziare la condizione di infantilismo in cui vivono Leone, Alessandro e Giulia.
A 12.30 inizia Subdolo, una ripresa del tema principale per soli archi, che sembra sottolineare la disperazione della condizione di Sandro e Giulia per la loro instabilità mentale.
A 13.18 inizia I pugni in tasca, pt. 2, (si tratta in effetti di un frammento musicale de La Traviata di Verdi) una serie di note di piano in staccato dall'incedere solenne che si legano ossimoricamente alla scena (il risveglio di Sandro chiamato dal bambino cui insegna); la musica inizialmente pare extradiegetica, mentre poi si scopre provenire da un vinile che era fuori campo.
A 15.00 Sandro, uscito sul balcone, declama un paio di versi dall'Inno a Roma, canzone del 1919 messa in musica da Puccini e poi fatta propria dal fascismo. La sua mise, avvolto nella coperta del letto, lo fa sembrare una parodia di un antico romano, con una dissacrazione dei valori patrii.
A 19.00 c'è una breve ripresa di Stranissimi giochi, in corrispondenza del “gioco” che Sandro perpetua ai danni del bambino: non c'è dubbio sul fatto che lui abbia inclinato il tavolo di proposito.
A 19.30, la madre canta sommessamente un paio di versi dall'aria dell'atto II del Rigoletto “Ciel dammi coraggio”, con cui Gilda, figlia di Rigoletto, gli rivela come sia stata sedotta dal Duca (per cui Rigoletto lavora) che si era spacciato per uno studente povero. Questo dà sia un'indicazione descrittiva della famiglia (in casa si ascolta Verdi, il che giustifica l'ascolto della Traviata), sia accenna ad uno dei temi portanti del film, cioè il gioco di seduzioni ed inganni reciproci fra i protagonisti.
A 21.40 c'è un frammento musicale molto breve che parrebbe una ripresa di Subdolo, in corrispondenza di un breve momento di abbandono di Sandro che confessa il suo male di vivere.
A 24.38 c'è una ripresa di I pugni in tasca, pt. 2, in corrispondenza di Sandro che fa ripartire il vinile che ha in camera. E' lo stessa tema musicale precedente suonato stavolta dagli archi invece che dal piano, e sembra un pezzo tragico di un'opera, tant'è che Sandro mima un suicidio molto teatrale.
A 25.40 la musica si interrompe improvvisamente per lasciar posto ai gemiti di Leone, che ha un attacco epilettico: la tragedia irrompe nella realtà, la vita della famiglia è in effetti una tragedia.
A 28.30 inizia Subdolo, pt.2, in corrispondenza della prima maturazione del piano omicida di Ale. Non ci sono altri suoni se non il rombo della macchina, molto attutito: come se l'attenzione di Augusto fosse tutta per le parole di Sandro, che esprime un desiderio incofessabile per l ostesso Augusto.
A 34.00 c'è un brevissimo momento in cui Ale intona un Kyrie Eleison nella vasca da bagno.
A 36.00 inizia Non è un dramma, sostanzialmente si tratta del leitmotiv suonato da campane accompagnate da archi stridenti: si sta attuando il piano omicida di Sandro, che lascia scritta una lettera per Augusto in cui espone il suo piano.
Dopo una breve scena di intermezzo, la musica sfocia in Stranissimi giochi, pt. 2, un breve incalzare di note gravi di pianoforte, mentre Augusto legge la lettera lasciatagli da Ale; la musica riprende brevemente dopo una scena di inseguimento di auto in cui gli unici suoni sono i rumori di gomme e motori e le voci dei personaggi.
A 41.45 si riprende Subdolo, ma in un momento della traccia che non è ancora comparso, una musica quasi dolce anche se il contenuto della scena è drammatico: inconsapevolmente Giulia chiede ad Ale cos'abbia pensando che stia male, mentre lui è deluso perchè non è riuscito nel suo proposito di ucciderli tutti, ma dice ad alta voce di essere sicuro di aver preso una decisione che vuol portare fino in fondo.
A 48.05 inizia Twist, un deciso cambio di atmosfera: siamo nella città, in mezzo alla società civile, in un'atmosfera rilassata ed elettrizzante per Augusto, che sogna di viverci abbandonando la villa di campagna. La provenienza della musica è incerta, non si sa se provenga dalla filodiffusione del bar o se sia extradiegetica. Questo momento di apparente spensieratezza è subito contraddetto dalla violenza della scena successiva, la caccia ai topi, dove predomina il rumore delle fucilate.
A 55.00 viene ripresa Stranissimi giochi: si compie finalmente il proposito omicida di Ale che ammazza la madre; la musica è un tipico crescendo fino al culmine dato dall'urlo della madre, che la interrompe bruscamente. Subito dopo torna brevemente il tema principale a cappella, mentre Ale chiude gli occhi e respira, come liberato da un peso.
A 58.00 ci sono le preghiere in coro delle suore davanti al feretro materno che fanno da sottofondo alla scena.
A 1.06.43 c'è un brevissimo commento musicale, forse proveniente da Subdolo, che assieme alla panoramica dalla terrazza in cui si vede la nevicata, serve da raccordo e da segnalazione di ellissi temporale.
A 1.08.00 c'è la ripresa del leitmotiv riarrangiato, con degli archi ossessivi in staccato su cui il pano suona la melodia con note acute; è un tema incalzante che si sposa con un montaggio veloce e ripetitivo dello sgombero della stanza della madre e la gioia che ne consegue per Giulia e Ale.
A 1.13.00 si riprende il tema principale mentre Leone cerca di salvare il salvabile dal rogo attizzato in cortile.
A 1.16.00 c'è una breve ripresa di Subdolo, quando Giulia chiede ad Ale se ha intenzione di ripetere l'esperienza con le prostitute; è una ripresa del disagio esistenziale e del rapporto morboso tra i due, infatti questo tema c'è solo in corrispondenza di scene dove sono entrambi presenti.
A 1.18.00 inizia I pugni in tasca, pt. 1 (lounge music), una musica intradiegetica che è quella su cui si sta ballando alla festa. Nel corso della lunga sequenza si alternano 3 brani (pt.1, pt.2 e pt.3), corrispondenti a due lenti ed uno veloce di ballo, tutte intradiegetiche.
A 1.26.48 c'è una breve ripresa del leitmotiv suonato da piano e legni e da quello che sembra essere un glockenspiel.
A 1.30.07 inizia Chiuso nel bagno, altra attuazione criminosa di Ale; il tema è un riarrangiamento del leitmotiv rallentato esponenzialmente e suonato sommessamente da glockenspiel e piano, con successiva entrata dei legni. Man mano che il piano si attua, la musica aumenta di volume ed anche di ritmo, in un crescendo simile a quello dell'uccisione della madre. Anche qui il climax si interrompe con l'annegamento di Leone.
A 1.34.00 c'è la ripresa di Stranissimi giochi, in un punto non ancora sentito; è il momento della consapevolezza di Giulia, che scopre il secondo omicidio e cade dalle scale; un momento fortemente drammatico che la musica interpreta con note gravi di pianoforte ad alto volume che riprendono il leitmotiv con un ritmo marziale.
A 1.43.00 inizia una musica intradiegetica, un altro vinile di Ale, che un'aria della Traviata dall'atto I, “Sempre Libera” in cui il personaggio di Violetta afferma che per esser felice dev'essere appunto libera, non legata a nessun uomo per sempre. Come Ale vuol liberarsi di ogni legame famigliare per non sentirsi oppresso. Tuttavia la sua malattia finisce epr ucciderlo facendogli effettuare nell'agonia un grottesco “balletto” sulle note dell'aria.
Il film si conclude con la ripresa del leitmotiv sui titoli di coda.
Voto: 4/5
-Sorelle Mai
di Marco Bellocchio - Italia 2011 - drammatico/sperimentale - 105min.
Nato dalle sperimentazioni condotte da Bellocchio con i suoi studenti di Fare Cinema presso Bobbio, paese natale del regista che ospita tra l'altro un festival annuale di cinema indipendente, è un film suggestivo e misterioso, forse il primo esempio di compiuta postmodernità nel cinema italiano.
La vita della famiglia Mai, composta da Giorgio, attore senza successo, la sorella Sara che tenta anch'essa una strada nel mondo dello spettacolo, la figlia di lei Elena che è accudita da due zie/sorelle residenti nell'antica magione di famiglia a Bobbio, più un amico di famiglia che si occupa dell'amministrazione della casa.
Composto di 6 episodi, che si dipanano tra il 1999 ed il 2008 (e sono stati girati nei rispettivi anni, per un totale di circa un decennio di lavoro) il film è sconnesso, pieno di ellissi, enigmatico ed affascinante. La sua attrattiva risiede innanzitutto nell'ambientazione: rigirando nei luoghi del suo scioccante film d'esordio I pugni in tasca, Bellocchio sembra voler chiudere i conti, a quarant'anni di distanza, con un fantasma che è ancora lì: il film è inframezzato da frammenti della pellicola sovracitata, quasi a rendere la casa di Bobbio (set di entrambi i film nonchè casa del regista stesso) un'abitazione stregata da uno spettro filmico assetato di ri-proiezione. Tutti i personaggi principali del film sono parenti del regista: figli, nipote e sorelle. Proprio queste ultime danno il titolo al film: sorelle che (nel film come nella realtà) non hanno mai abbandonato la casa natìa perchè non si sono mai sposate, e rimangono testimoni, allora come oggi, di situazioni conflittuali e disturbanti all'interno del nucleo famigliare (e non solo). Certo le stridenti cotrapposizioni fra individui non si traducono più in pulsioni tanato-incestuose come ne I pugni in tasca, ma si fanno forse più sotterranee e meno evidenti, all'insegna del non detto, del rimpianto, di un'amarezza esistenziale.
In tutto questo, sorprendentemente, ecco che Bellocchio inserisce parentesi di inaspettato umorismo (come l'episodio del consiglio di classe in cui una professoressa, interpretata da Alba Rohrwacher, si batte per la promozione di uno studente pusillanime) o di spiazzante, magico mistero (il finale, mistico ed emozionante, un colpo di genio registico).
Il tutto senza trascurare la vivace realizzazione tecnica: girato con svariati modelli di handycam digitali, quindi con gradi di definizione diversi, fotografia sgranata e spesso fuori fuoco, girato a colori eppure spesso così simile ad un film in B/N per le sue scale di blu e di grigi, autocitazionista, diegeticamente frammentario.
Cinema postmoderno italiano, da consumarsi preferibilmente dopo il film del 1965.
Voto: 3/5
Juan Antonio Bayona
The Orphanage (2007) - 3/5
The Impossible (2011)
Bayona (1975), regista pubblicitario e di videoclip, ha esordito nel filone del nuovo horror spagnolo con il buon "The Orphanage", che gli ha anche valso il premio Goya come miglior regista esordiente.
-The orphanage
di Juan Antonio Bayona - Messico/Spagna 2007 - horror - 105 min.
ricalcando lo stile di The Others, questo nuovo horror spagnolo dimostra carattere ed originalità. Incentrato su un tema che può sembrare trito e ritrito (l'orfanotrofio isolato lungo una spiaggia, i bambini che piangono, le oscure presenze eccetera) la pellicola crea suspance dove non si crederebbe di trovarla senza mostrare quasi mai sangue nè ricorrendo a facili effettacci crea un'atmosfera da incubo andando a scavare in profondità nella psicologia dei personaggi (in particolare della protagonista, davvero una buona prova attoriale). La fotografia è un altro punto a favore di questa cupa favola della buona notte che non manca di far balzare sulla sedia, ma che comunque ai momenti shock preferisce la tensione suggerita e instillata col contagoccie in un crescendo di ansia e stupore. E' un ottimo horror che merita di essere visto al cinema, sopratutto per l'accurato studio sul bilanciamento fra luci ed ombre, che giocano un ruolo fondamentale nella pellicola.
voto: 3/5
The Impossible (2011)
Bayona (1975), regista pubblicitario e di videoclip, ha esordito nel filone del nuovo horror spagnolo con il buon "The Orphanage", che gli ha anche valso il premio Goya come miglior regista esordiente.
-The orphanage
di Juan Antonio Bayona - Messico/Spagna 2007 - horror - 105 min.
ricalcando lo stile di The Others, questo nuovo horror spagnolo dimostra carattere ed originalità. Incentrato su un tema che può sembrare trito e ritrito (l'orfanotrofio isolato lungo una spiaggia, i bambini che piangono, le oscure presenze eccetera) la pellicola crea suspance dove non si crederebbe di trovarla senza mostrare quasi mai sangue nè ricorrendo a facili effettacci crea un'atmosfera da incubo andando a scavare in profondità nella psicologia dei personaggi (in particolare della protagonista, davvero una buona prova attoriale). La fotografia è un altro punto a favore di questa cupa favola della buona notte che non manca di far balzare sulla sedia, ma che comunque ai momenti shock preferisce la tensione suggerita e instillata col contagoccie in un crescendo di ansia e stupore. E' un ottimo horror che merita di essere visto al cinema, sopratutto per l'accurato studio sul bilanciamento fra luci ed ombre, che giocano un ruolo fondamentale nella pellicola.
voto: 3/5
Samuel Bayer
Nightmare (2010) - 1/5
Bayer (1962), regista pubblicitario e di videoclip, ha esordito al cinema con l'inutile remake del film di successo di Wes Craven. Pare che non sia ancora soddisfatto, e che tornerà di nuovo dietro la macchina da presa.
-Nightmare (2010)
(A Nightmare on Elm Street) di Samuel Bayer - USA 2010 - horror - 95min.
Perchè?
E' la domanda che sorge spontanea durante l'estenuante visione. Paura? Inesistente. Carisma del nuovo Freddy Krueger? Sotto zero. Storia? Uguale all'originale ma raccontata molto peggio. Attori? Espressivi quanto pere cotte. Atmosfere? Se Bayer crede che basti girare un film a luci spente per creare suspence, deve prendere qualche lezione. Scenografie? Quanto di più banale. Momenti migliori? Ovviamente le scene riprese pari pari dall'originale. Sceneggiatura? Si segue più volentieri una puntata di Beautiful.
Coinvolgimento? Altro che non dormire: sarà un'impresa rimanere svegli fino alla fine del film!
Perchè dunque, vedere questo film? Non c'è un perchè, evitatelo e basta.
Voto: 1/5
Bayer (1962), regista pubblicitario e di videoclip, ha esordito al cinema con l'inutile remake del film di successo di Wes Craven. Pare che non sia ancora soddisfatto, e che tornerà di nuovo dietro la macchina da presa.
-Nightmare (2010)
(A Nightmare on Elm Street) di Samuel Bayer - USA 2010 - horror - 95min.
Perchè?
E' la domanda che sorge spontanea durante l'estenuante visione. Paura? Inesistente. Carisma del nuovo Freddy Krueger? Sotto zero. Storia? Uguale all'originale ma raccontata molto peggio. Attori? Espressivi quanto pere cotte. Atmosfere? Se Bayer crede che basti girare un film a luci spente per creare suspence, deve prendere qualche lezione. Scenografie? Quanto di più banale. Momenti migliori? Ovviamente le scene riprese pari pari dall'originale. Sceneggiatura? Si segue più volentieri una puntata di Beautiful.
Coinvolgimento? Altro che non dormire: sarà un'impresa rimanere svegli fino alla fine del film!
Perchè dunque, vedere questo film? Non c'è un perchè, evitatelo e basta.
Voto: 1/5
Michael Bay
Bad Boys (1995)
The Rock (1996)
Armageddon - Giudizio finale (1998) - 1/5
Pearl Harbor (2001)
Bad Boys II (2003)
The Island (2005)
Transformers (2007)
Transformers - La vendetta del caduto (2009)
Transformers 3 (2011)
Pain & Gain - Muscoli e denaro (2013) - 3/5
Bay (1965) è un produttore e regista americano. ha all'attivo alcune delle più brutte pellicole della storia recente di hollywood, il lato più brutto e inguardabile del blockbuster made in USA. Investendo milioni di dollari in megaproduzioni ipertecnologiche, Bay ha dato vita ad alcune fra le più noiose parate di effetti speciali fini a sè stessi della storia del cinema.
-Armageddon - Giudizio finale
(Armageddon) di Michael Bay - USA 1998 - fantascienza - 150min.
Un meteorite sta per colpire la terra. La NASA non sa che pesci pigliare, e ingaggia "il miglior trivellatore di pozzi petroliferi del mondo" (Bruce Willis) e la sua squadra di svitati per salvare tutto e tutti.
Disaster movie valido solo per efficaci effetti speciali (che comunque oggi sono già un po' datati), è un prolisso spot pubblicitario dell'uomo americano, super macho e supereroe, che si sacrifica per la famiglia e per il suo paese. Ovviamente il resto del pianeta è dipinto come Terzo Mondo. Attori inerti e regia ipereccitata che alterna primi piani degli attori più famosi a panoramiche sui dispiegamenti di forze militari (che non si sa cosa centrino dato che non sta per scoppiare una guerra contro nessuno...ma non si sa mai!). Ridicole parentesi idillico-sentimentali tra Ben Affleck, uno degli attori più incapaci sfornati da Hollywood, e Liv Tyler, la cui recitazione si risolve in due soluzioni: espressione triste, espressione felice.
La durata estenuante e ingiustificata lo rende particolarmente insopportabile, e cancella anche il supposto fine ultimo del film, ovvero l'intrattenimento.
Siamo lontani dal piglio giocherellone di altri film del genere, quali "Independence Day" o "2012", molto più godibili: "Armageddon" sembra prendersi sul serio. Difetto imperdonabile.
Voto: 1/5
-Pain & Gain - Muscoli e denaro
USA 2013 - azione/commedia/drammatico/biopic/grottesco/noir - 130min.
Storia vera. Miami 1995: il bodybuilder Daniel Lugo (Mark Wahlberg) è stanco di lavorare per i milionari che frequentano il centro sportivo, e sogna di elevarsi lui stesso al loro rango, convinto di avere le capacità per farlo e, sprattutto, di meritarselo. Convincendo il suo collega Adrian Doorbal (Anthony Mackie) e reclutando un ex galeotto con problemi di eroina (Dwayne Johnson), Lugo decide di rapire uno dei clienti della palestra, il facoltoso proprietario di ristoranti Victor Kershaw (Tony Shalhoub) e costringerlo a farsi intestare tutti i suoi soldi e proprietà. Dopo un iniziale successo, il piano va a ramengo innescando morti a catena e l'interessamento di un detective privato, ingaggiato dallo stesso Kershaw.
Il miglior film di Michael Bay? Dobbiamo rivalutare il regista di Armageddon e della trilogia di Transformers?
Il soggetto è intrigante e lo svolgimento lo è ancora di più: Bay gira come un blockbuster d'azione un film essenzialmente drammatico, punteggiandolo di elementi grotteschi e contrappunti umoristici, che un po' divertono e un po' imbarazzano per il loro essere fuori posto in un contesto di messinscena di fatti realmente accaduti. Il bello del film sta proprio nel suo essere politicamente scorretto, nel fregarsene della sensibilità, nel sacrificare tutto allo spettacolo. Non si pensi però che sia un film superficiale: la scrittura è sufficientemente studiata da riuscire a comunicare il senso di delusione che pervade i protagonisti, desiderosi di rivalsa verso un mondo che offre loro solo vite di secondo piano, di ordinaria mediocrità. Dice molto sulla moderna società dell'immagine: i protagonisti sono dei monumenti viventi, masse di carne scolpite che trovano nel perfezionamento estetico del proprio corpo (anche a costo dell'impotenza causata dall'assunzione di steroidi) un contrappeso al piattume della loro esistenza. Non manca nemmeno la figura della donna bellissima e cretina, che vive per essere il giocattolo sessuale di uomini che la mantengono. Gli ambienti sono quelli della più volgare umanità: la palestra appunto (sorta di vetrina da esposizione di giovani e splendide donne ricche o mantenute e di poco atletici uomini di mezza età), ville superlusso di miliardari dell'industria del porno, magazzini di negozi erotici, strip clubs...
con un budget molto ridotto rispetto a suoi standard ("solo" 26 milioni di dollari) Bay non sembra essere a disagio, anzi: grazie ad una fotografia ipersatura di colori sgargianti e ad un montaggio forsennato da disaster movie, infonde grande dinamismo all'azione (anche quando questa si svolge in piccoli interni), e con dialoghi sopra le righe pronunciati da personaggi fuori di testa assicura il divertimento. Ottime prove da parte di tutti i membri del cast, e chi non considera Dwayne Johnson a tutti gli effetti un attore potrebbe ricredersi. Il commento musciale di Steve Jablonsky (attivo anche nel mondo dei videogame), alle prese con sintetizzatori e tappeti sonori elettronici, conferisce un'aura quasi epica a molte sequenze, che a volte fa a pugni con la grettezza degli accadimenti che si stanno verficando a schermo, con uno strano effetto di contrasto. Alcune parentesi di follia pura possono risultare davvero esilaranti (tanto che si è sentito il bisogno di ribadire tramite didascalie che "questa continua ad essere una storia vera"). Si tratta in definitiva di un neo-noir di impronta tarantinana, ma girato in modo più action e con meno fronzoli, con una trama imprevedibile ed un finale che non assolve i protagonisti, anzi li descrive per quel che sono. Anche questo rifiuto di celebrare i cattivi, tanto caro a molti film hollywoodiani, è un punto a favore.
Film costantemente in bilico fra il grottesco ed il cattivo gusto, verso il quale ogni tanto si inclina paurosamente. Ciò non ne inficia il consiglio di visione.
Voto: 3/5
The Rock (1996)
Armageddon - Giudizio finale (1998) - 1/5
Pearl Harbor (2001)
Bad Boys II (2003)
The Island (2005)
Transformers (2007)
Transformers - La vendetta del caduto (2009)
Transformers 3 (2011)
Pain & Gain - Muscoli e denaro (2013) - 3/5
Bay (1965) è un produttore e regista americano. ha all'attivo alcune delle più brutte pellicole della storia recente di hollywood, il lato più brutto e inguardabile del blockbuster made in USA. Investendo milioni di dollari in megaproduzioni ipertecnologiche, Bay ha dato vita ad alcune fra le più noiose parate di effetti speciali fini a sè stessi della storia del cinema.
-Armageddon - Giudizio finale
(Armageddon) di Michael Bay - USA 1998 - fantascienza - 150min.
Un meteorite sta per colpire la terra. La NASA non sa che pesci pigliare, e ingaggia "il miglior trivellatore di pozzi petroliferi del mondo" (Bruce Willis) e la sua squadra di svitati per salvare tutto e tutti.
Disaster movie valido solo per efficaci effetti speciali (che comunque oggi sono già un po' datati), è un prolisso spot pubblicitario dell'uomo americano, super macho e supereroe, che si sacrifica per la famiglia e per il suo paese. Ovviamente il resto del pianeta è dipinto come Terzo Mondo. Attori inerti e regia ipereccitata che alterna primi piani degli attori più famosi a panoramiche sui dispiegamenti di forze militari (che non si sa cosa centrino dato che non sta per scoppiare una guerra contro nessuno...ma non si sa mai!). Ridicole parentesi idillico-sentimentali tra Ben Affleck, uno degli attori più incapaci sfornati da Hollywood, e Liv Tyler, la cui recitazione si risolve in due soluzioni: espressione triste, espressione felice.
La durata estenuante e ingiustificata lo rende particolarmente insopportabile, e cancella anche il supposto fine ultimo del film, ovvero l'intrattenimento.
Siamo lontani dal piglio giocherellone di altri film del genere, quali "Independence Day" o "2012", molto più godibili: "Armageddon" sembra prendersi sul serio. Difetto imperdonabile.
Voto: 1/5
-Pain & Gain - Muscoli e denaro
USA 2013 - azione/commedia/drammatico/biopic/grottesco/noir - 130min.
Storia vera. Miami 1995: il bodybuilder Daniel Lugo (Mark Wahlberg) è stanco di lavorare per i milionari che frequentano il centro sportivo, e sogna di elevarsi lui stesso al loro rango, convinto di avere le capacità per farlo e, sprattutto, di meritarselo. Convincendo il suo collega Adrian Doorbal (Anthony Mackie) e reclutando un ex galeotto con problemi di eroina (Dwayne Johnson), Lugo decide di rapire uno dei clienti della palestra, il facoltoso proprietario di ristoranti Victor Kershaw (Tony Shalhoub) e costringerlo a farsi intestare tutti i suoi soldi e proprietà. Dopo un iniziale successo, il piano va a ramengo innescando morti a catena e l'interessamento di un detective privato, ingaggiato dallo stesso Kershaw.
Il miglior film di Michael Bay? Dobbiamo rivalutare il regista di Armageddon e della trilogia di Transformers?
Il soggetto è intrigante e lo svolgimento lo è ancora di più: Bay gira come un blockbuster d'azione un film essenzialmente drammatico, punteggiandolo di elementi grotteschi e contrappunti umoristici, che un po' divertono e un po' imbarazzano per il loro essere fuori posto in un contesto di messinscena di fatti realmente accaduti. Il bello del film sta proprio nel suo essere politicamente scorretto, nel fregarsene della sensibilità, nel sacrificare tutto allo spettacolo. Non si pensi però che sia un film superficiale: la scrittura è sufficientemente studiata da riuscire a comunicare il senso di delusione che pervade i protagonisti, desiderosi di rivalsa verso un mondo che offre loro solo vite di secondo piano, di ordinaria mediocrità. Dice molto sulla moderna società dell'immagine: i protagonisti sono dei monumenti viventi, masse di carne scolpite che trovano nel perfezionamento estetico del proprio corpo (anche a costo dell'impotenza causata dall'assunzione di steroidi) un contrappeso al piattume della loro esistenza. Non manca nemmeno la figura della donna bellissima e cretina, che vive per essere il giocattolo sessuale di uomini che la mantengono. Gli ambienti sono quelli della più volgare umanità: la palestra appunto (sorta di vetrina da esposizione di giovani e splendide donne ricche o mantenute e di poco atletici uomini di mezza età), ville superlusso di miliardari dell'industria del porno, magazzini di negozi erotici, strip clubs...
con un budget molto ridotto rispetto a suoi standard ("solo" 26 milioni di dollari) Bay non sembra essere a disagio, anzi: grazie ad una fotografia ipersatura di colori sgargianti e ad un montaggio forsennato da disaster movie, infonde grande dinamismo all'azione (anche quando questa si svolge in piccoli interni), e con dialoghi sopra le righe pronunciati da personaggi fuori di testa assicura il divertimento. Ottime prove da parte di tutti i membri del cast, e chi non considera Dwayne Johnson a tutti gli effetti un attore potrebbe ricredersi. Il commento musciale di Steve Jablonsky (attivo anche nel mondo dei videogame), alle prese con sintetizzatori e tappeti sonori elettronici, conferisce un'aura quasi epica a molte sequenze, che a volte fa a pugni con la grettezza degli accadimenti che si stanno verficando a schermo, con uno strano effetto di contrasto. Alcune parentesi di follia pura possono risultare davvero esilaranti (tanto che si è sentito il bisogno di ribadire tramite didascalie che "questa continua ad essere una storia vera"). Si tratta in definitiva di un neo-noir di impronta tarantinana, ma girato in modo più action e con meno fronzoli, con una trama imprevedibile ed un finale che non assolve i protagonisti, anzi li descrive per quel che sono. Anche questo rifiuto di celebrare i cattivi, tanto caro a molti film hollywoodiani, è un punto a favore.
Film costantemente in bilico fra il grottesco ed il cattivo gusto, verso il quale ogni tanto si inclina paurosamente. Ciò non ne inficia il consiglio di visione.
Voto: 3/5
martedì 28 giugno 2011
Jules Bass
Bass (1935) è un produttore, regista e compositore americano, co-fondatore della casa di produzione di film di animazione Rankin/Bass, con cui ha realizzato tantissimi film, tutti per la tv. E' noto per aver realizzato due cartoni ispirati al mondo fantastico inventato da Tolkien, che vanno a formare una trilogia assieme ad un altro film (diretto da Ralph Bakshi) basata sui libri "Lo Hobbit" e "Il signore degli anelli". Potete leggerne nel post che vi ho dedicato: Tolkien a cartoni
Clive Barker
-Salome (1973)
-The Forbidden (1978)
-Hellraiser: Non ci sono limiti (1987)
-Cabal (1990)
-Il signore delle illusioni (1995)
Barker (1958) è principalmente scrittore e fumettista, ma ha anche diretto alcuni film, tutti di stampo orrorifico. La sua prova registica più famosa è sicuramente "Hellraiser", film scadente sotto ogni punto di vista, che nondimeno ebbe notevole successo dando vita ad una lunga saga cinematografica e a numerosi adattamenti a fumetti e libri. ha anche collaborato alla realizzazione di alcuni videogame, come sceneggiatore.
-Hellraiser - Non ci sono limiti (per approfondire vedi il post dedicato alla trilogia: Hellraiser trilogia
di Clive Barker - GB 1987 - horror - 94min.
Larry (Andrew Robinson) si trasferisce a casa del fratello poco di buono Frank (Sean Chapman), scomparso tempo addietro senza lasciare traccia, e la seconda moglie Julia (Clare Higgins) e la figlia di prime nozze Kristy (Ashley Laurence) che non ha simpatia per la donna, ed ha ragione: Julia ebbe in passato una relazione con Frank ed in generale è un po' ninfomane. Ad un certo punto Frank ricompare misteriosamente in soffitta in forma putrescente e chiede aiuto a Julia affinché gli procuri carne umana viva con cui rigenerarsi. Ma Frank ha le ore contate: i Supplizianti, reggenti di una dimensione parallela in cui si può finire solo aprendo una scatola magica (cosa che Frank ha fatto) e che si dedicano alla tortura del malcapitato, il quale trova nel massimo del dolore anche il massimo del piacere, lo stanno cercando per riprenderselo.
Il principale pregio del film è l'originale disegno dei Supplizianti, che sono divenuti una nuova icona dell'horror; non è facile creare nuovi miti della paura quasi da zero, ma Barker c'è riuscito. Peccato che il suo mestiere sia lo scrittore e non il regista: la storia originale e perversa non è supportata da una realizzazione tecnica all'altezza (ridicoli gli effetti speciali nel finale) né da una recitazione adeguata a rendere la psicologia dei vari personaggi. La soluzione finale poi è ai limiti del ridicolo involontario. Nel complesso è il tipico horror anni '80, ovvero che si compiace particolarmente di effetti plastici truculenti, ergo non fa la benché minima paura o impressione.
Evitabile.
Voto: 2/5
-The Forbidden (1978)
-Hellraiser: Non ci sono limiti (1987)
-Cabal (1990)
-Il signore delle illusioni (1995)
Barker (1958) è principalmente scrittore e fumettista, ma ha anche diretto alcuni film, tutti di stampo orrorifico. La sua prova registica più famosa è sicuramente "Hellraiser", film scadente sotto ogni punto di vista, che nondimeno ebbe notevole successo dando vita ad una lunga saga cinematografica e a numerosi adattamenti a fumetti e libri. ha anche collaborato alla realizzazione di alcuni videogame, come sceneggiatore.
-Hellraiser - Non ci sono limiti (per approfondire vedi il post dedicato alla trilogia: Hellraiser trilogia
di Clive Barker - GB 1987 - horror - 94min.
Larry (Andrew Robinson) si trasferisce a casa del fratello poco di buono Frank (Sean Chapman), scomparso tempo addietro senza lasciare traccia, e la seconda moglie Julia (Clare Higgins) e la figlia di prime nozze Kristy (Ashley Laurence) che non ha simpatia per la donna, ed ha ragione: Julia ebbe in passato una relazione con Frank ed in generale è un po' ninfomane. Ad un certo punto Frank ricompare misteriosamente in soffitta in forma putrescente e chiede aiuto a Julia affinché gli procuri carne umana viva con cui rigenerarsi. Ma Frank ha le ore contate: i Supplizianti, reggenti di una dimensione parallela in cui si può finire solo aprendo una scatola magica (cosa che Frank ha fatto) e che si dedicano alla tortura del malcapitato, il quale trova nel massimo del dolore anche il massimo del piacere, lo stanno cercando per riprenderselo.
Il principale pregio del film è l'originale disegno dei Supplizianti, che sono divenuti una nuova icona dell'horror; non è facile creare nuovi miti della paura quasi da zero, ma Barker c'è riuscito. Peccato che il suo mestiere sia lo scrittore e non il regista: la storia originale e perversa non è supportata da una realizzazione tecnica all'altezza (ridicoli gli effetti speciali nel finale) né da una recitazione adeguata a rendere la psicologia dei vari personaggi. La soluzione finale poi è ai limiti del ridicolo involontario. Nel complesso è il tipico horror anni '80, ovvero che si compiace particolarmente di effetti plastici truculenti, ergo non fa la benché minima paura o impressione.
Evitabile.
Voto: 2/5
Jaume Balaguerò
Alicia (1994)
Días sin luz (1995)
Nameless - Entità nascosta (1999)
Operación Triunfo: La Película (2002)
Darkness (2002)
Fragile (2005)
[REC] (2007) - 3/5
[REC] 2 (2009) - 2,5/5
Bed Time (Mientras duermes) (2011) - 3/5
Balaguerò (1968) ha iniziato a lavorare come giornalista e presentatore radiofonico, per poi darsi al cinema dopo un fortunato cortometraggio, "Alicia", presentato a Sitges. E' specializzato nell'horror, e quasi tutti i suoi film sono stati distribuiti anche in Italia. Grandissimo successo ha riscosso il dittico di [REC], co-diretto assieme a Paco Plaza; pare sia in preparazione un terzo episodio.
-[REC] - la paura in diretta
Jaume Balaguerò, Paco Plaza - Spagna 2007 - horror - 75min.
Prodotto innovativo che porta una ventata di freschezza nell'horror del dopo 2000 grazie all'uso sapiente della telecamera.
Barcellona. Angela Vidàl, giornalista, è la conduttrice della trasmissione notturna "Mentre tu dormi". Nella puntata del giorno è ospite in una caserma dei pompieri per descrivere il loro lavoro e la loro vita, fuori e dentro la base. Seguita dal suo cameraman Pablo, esce con un gruppo di pompieri quando ricevono una richiesta di aiuto presso un edifico situato sulla Rambla. Arrivati, trovano gli inquilini riuniti al pianterreno, spaventati dalle grida di una vecchia signora che abita ai piani superiori. Accompagnati anche da due ufficiali di polizia, i pompieri e la troupe televisiva vanno a vedere di che si tratta...
"The Blair Witch Project" può avere molti difetti, ma bisognerebbe riconoscergli di essere il capostipite di un filone che negli ultimi anni è stato particolarmente sfruttato: l'horror (o il "disaster movie" nel caso di Cloverfield) iperrealistico filmato con una telecamera a spalla per dare un effetto di amatorialità e verosimiglianza, aumentando esponenzialmente il coinvolgimento emotivo e, quando ben realizzato, la paura dello spettatore. Questo film ci riesce benissimo grazie alle ottime riprese (Pablo Rosso, che impersona il cameraman, è anche il direttore della fotografia), stabili o mosse a seconda della situazione, che filmano lunghe sequenze senza stacchi, funzionanti grazie ad un ottima tempistica e dinamicità dell'azione. La recitazione non impostata contribuisce a far immedesimare lo spettatore nella storia e farlo sentire come uno degli inquilini dell'edificio (o come il cameraman stesso, dato che abbiamo il suo punto di vista). Altro obbiettivo raggiunto è quello di far sembrare la pellicola più lunga di quanto sia, proprio grazie all'uso di lunghi piani sequenza. Il finale è sì convenzionale e frettoloso, ma anche per questo avvincente. Puro intrattenimento di spavento, deve essere considerato come tale: le critiche alle istituzioni, politiche e religiose, devono essere considerate nell'ottica della necessità dei registi di contestualizzare la pellicola, e non di seria denuncia sociale. Godibile.
Seguito da [REC 2].
Voto: 3/5
-[REC]2
di Jaume Balaguerò, Paco Plaza - Spagna 2009 - horror - 85min.
Dato il successo del precedente era inevitabile un seguito, anche se non se ne sentiva propriamente il bisogno dopo la fine del primo. L'operazione è ben condotta ed evita eccessive ripetizioni, tuttavia diverse incongruenze ed alcune infelici scelte di sceneggiatura lo rendono inferiore al capostipite.
15 minuti dopo la conclusione di [REC]. Una task force di corpi speciali entra nell'edificio posto in quarantena assieme ad un esperto dell'istituto sanitario alla ricerca di superstiti e per studiare il virus. Contemporaneamente, un gruppo di ragazzini alla ricerca di avventura penetra nel palazzo attraverso il sistema fognario, imbattendosi in un pompiere e nel marito di una condomina, che deve portare delle medicine alla figlia malata. Molti morti.
I punti di vista (e quindi le telecamere) si moltiplicano in questo seguito, che assume quasi i connotati di un reality show. L'idea delle telecamere multiple montate sui caschi non è certo una novità (la stessa cosa si può vedere ad esempio in Aliens di Cameron, 1986) ma fare un film interamente costruito su di esse è uno stratagemma originale. Pablo Rosso è ancora direttore della fotografia, e stavolta impersona uno dei soldati, chiamato appunto Rosso (certo, questo all'interno del film è una palese assurdità, però è divertente). Comunque, come molti seguiti di film horror, essendo naturalmente la tensione più bassa in quanto lo spettatore sa già a cosa va incontro, ci si concentra di più sulla storia, spiegando l'inspiegato (con una spiegazione che per altro fa storcere il naso a chi ha visto il primo perchè in parte snatura l'idea di fondo del predecessore) e volendo ad ogni costo inserire un nuovo colpo di scena finale che non aggiunge davvero nulla alla pellicola ed anzi indispettisce. Il film insomma sa un pò tutto di già visto, pur essendo la sua originalità di fondo (la ripresa amatoriale) rimasta inalterata ed anzi sviluppata.
La storia rimarrebbe aperta per un ipotetico terzo episodio, anche se forse sarebbe ora che i due registi si facessero venire nuove idee o si occupassero di nuovi progetti.
Voto: 2,5/5
-Bed Time
Spagna 2011 - thriller/giallo - 102min.
Con una spiccata propensione per i thriller di ambiente condominiale (una sorta di Polanski spagnolo!) Balaguerò firma un'altro thriller ambientato in un oscuro e vecchio stabile di Barcellona, qquasi a voler ritrarre il lato maligno di una città costantemente inondata dalla luce solare.
Cesar (Luis Tosar) è il portinaio dello stabile: conosce le abitudini di tutti i condomini, e li disprezza tutti in un modo o nell'altro. Soprattutto disprezza la loro felicità, emozione a lui sconosciuta, che lo porta costantemente sull'orlo del suicidio, da cui desiste solo con lo scopo di far male agli altri, in modo che essi si sentano vuoti ed inermi come lui si sente costantemente: solo questo sembra fargli provare un barlume di felicità. In particolare si è dato come proponimento quello di rovinare la vita Clara (Marta Etura), giovane donna in carriera di cui detesta il sorriso che le vede stampato in faccia tutte le mattine.
Un bel film, divertente e vagamente inquietante, con un finale che sconfina nel thriller violento e molte parentesi di comica malvagità. Liberatorio a modo suo (ogni tanto tutti avremmo voglia di levare il sorriso dalla faccia di qualcuno, specie quadno noi non siamo felici), è un esercizio di stile recitativo (memorabile Tosar), di scrittura (sceneggiatura impeccabile nel suo continuo traballamento fra i confini del verosimile e dell'irreale), di regia (l'arte dei piani ravvicinati, degli interni semibui e della violenza fulminea). Non convenzionale nel finale nè nella caratterizzazione dei personaggi (la bambina stronza e perversa è azzeccatissima), è un film giallo capovolto (il problema non è chi sia il colpevole, ma se questo riuscirà a farla franca) dal ritmo serrato che non mancherà di coinvolgere lo spettatore.
Voto: 3/5
Días sin luz (1995)
Nameless - Entità nascosta (1999)
Operación Triunfo: La Película (2002)
Darkness (2002)
Fragile (2005)
[REC] (2007) - 3/5
[REC] 2 (2009) - 2,5/5
Bed Time (Mientras duermes) (2011) - 3/5
Balaguerò (1968) ha iniziato a lavorare come giornalista e presentatore radiofonico, per poi darsi al cinema dopo un fortunato cortometraggio, "Alicia", presentato a Sitges. E' specializzato nell'horror, e quasi tutti i suoi film sono stati distribuiti anche in Italia. Grandissimo successo ha riscosso il dittico di [REC], co-diretto assieme a Paco Plaza; pare sia in preparazione un terzo episodio.
-[REC] - la paura in diretta
Jaume Balaguerò, Paco Plaza - Spagna 2007 - horror - 75min.
Prodotto innovativo che porta una ventata di freschezza nell'horror del dopo 2000 grazie all'uso sapiente della telecamera.
Barcellona. Angela Vidàl, giornalista, è la conduttrice della trasmissione notturna "Mentre tu dormi". Nella puntata del giorno è ospite in una caserma dei pompieri per descrivere il loro lavoro e la loro vita, fuori e dentro la base. Seguita dal suo cameraman Pablo, esce con un gruppo di pompieri quando ricevono una richiesta di aiuto presso un edifico situato sulla Rambla. Arrivati, trovano gli inquilini riuniti al pianterreno, spaventati dalle grida di una vecchia signora che abita ai piani superiori. Accompagnati anche da due ufficiali di polizia, i pompieri e la troupe televisiva vanno a vedere di che si tratta...
"The Blair Witch Project" può avere molti difetti, ma bisognerebbe riconoscergli di essere il capostipite di un filone che negli ultimi anni è stato particolarmente sfruttato: l'horror (o il "disaster movie" nel caso di Cloverfield) iperrealistico filmato con una telecamera a spalla per dare un effetto di amatorialità e verosimiglianza, aumentando esponenzialmente il coinvolgimento emotivo e, quando ben realizzato, la paura dello spettatore. Questo film ci riesce benissimo grazie alle ottime riprese (Pablo Rosso, che impersona il cameraman, è anche il direttore della fotografia), stabili o mosse a seconda della situazione, che filmano lunghe sequenze senza stacchi, funzionanti grazie ad un ottima tempistica e dinamicità dell'azione. La recitazione non impostata contribuisce a far immedesimare lo spettatore nella storia e farlo sentire come uno degli inquilini dell'edificio (o come il cameraman stesso, dato che abbiamo il suo punto di vista). Altro obbiettivo raggiunto è quello di far sembrare la pellicola più lunga di quanto sia, proprio grazie all'uso di lunghi piani sequenza. Il finale è sì convenzionale e frettoloso, ma anche per questo avvincente. Puro intrattenimento di spavento, deve essere considerato come tale: le critiche alle istituzioni, politiche e religiose, devono essere considerate nell'ottica della necessità dei registi di contestualizzare la pellicola, e non di seria denuncia sociale. Godibile.
Seguito da [REC 2].
Voto: 3/5
-[REC]2
di Jaume Balaguerò, Paco Plaza - Spagna 2009 - horror - 85min.
Dato il successo del precedente era inevitabile un seguito, anche se non se ne sentiva propriamente il bisogno dopo la fine del primo. L'operazione è ben condotta ed evita eccessive ripetizioni, tuttavia diverse incongruenze ed alcune infelici scelte di sceneggiatura lo rendono inferiore al capostipite.
15 minuti dopo la conclusione di [REC]. Una task force di corpi speciali entra nell'edificio posto in quarantena assieme ad un esperto dell'istituto sanitario alla ricerca di superstiti e per studiare il virus. Contemporaneamente, un gruppo di ragazzini alla ricerca di avventura penetra nel palazzo attraverso il sistema fognario, imbattendosi in un pompiere e nel marito di una condomina, che deve portare delle medicine alla figlia malata. Molti morti.
I punti di vista (e quindi le telecamere) si moltiplicano in questo seguito, che assume quasi i connotati di un reality show. L'idea delle telecamere multiple montate sui caschi non è certo una novità (la stessa cosa si può vedere ad esempio in Aliens di Cameron, 1986) ma fare un film interamente costruito su di esse è uno stratagemma originale. Pablo Rosso è ancora direttore della fotografia, e stavolta impersona uno dei soldati, chiamato appunto Rosso (certo, questo all'interno del film è una palese assurdità, però è divertente). Comunque, come molti seguiti di film horror, essendo naturalmente la tensione più bassa in quanto lo spettatore sa già a cosa va incontro, ci si concentra di più sulla storia, spiegando l'inspiegato (con una spiegazione che per altro fa storcere il naso a chi ha visto il primo perchè in parte snatura l'idea di fondo del predecessore) e volendo ad ogni costo inserire un nuovo colpo di scena finale che non aggiunge davvero nulla alla pellicola ed anzi indispettisce. Il film insomma sa un pò tutto di già visto, pur essendo la sua originalità di fondo (la ripresa amatoriale) rimasta inalterata ed anzi sviluppata.
La storia rimarrebbe aperta per un ipotetico terzo episodio, anche se forse sarebbe ora che i due registi si facessero venire nuove idee o si occupassero di nuovi progetti.
Voto: 2,5/5
-Bed Time
Spagna 2011 - thriller/giallo - 102min.
Con una spiccata propensione per i thriller di ambiente condominiale (una sorta di Polanski spagnolo!) Balaguerò firma un'altro thriller ambientato in un oscuro e vecchio stabile di Barcellona, qquasi a voler ritrarre il lato maligno di una città costantemente inondata dalla luce solare.
Cesar (Luis Tosar) è il portinaio dello stabile: conosce le abitudini di tutti i condomini, e li disprezza tutti in un modo o nell'altro. Soprattutto disprezza la loro felicità, emozione a lui sconosciuta, che lo porta costantemente sull'orlo del suicidio, da cui desiste solo con lo scopo di far male agli altri, in modo che essi si sentano vuoti ed inermi come lui si sente costantemente: solo questo sembra fargli provare un barlume di felicità. In particolare si è dato come proponimento quello di rovinare la vita Clara (Marta Etura), giovane donna in carriera di cui detesta il sorriso che le vede stampato in faccia tutte le mattine.
Un bel film, divertente e vagamente inquietante, con un finale che sconfina nel thriller violento e molte parentesi di comica malvagità. Liberatorio a modo suo (ogni tanto tutti avremmo voglia di levare il sorriso dalla faccia di qualcuno, specie quadno noi non siamo felici), è un esercizio di stile recitativo (memorabile Tosar), di scrittura (sceneggiatura impeccabile nel suo continuo traballamento fra i confini del verosimile e dell'irreale), di regia (l'arte dei piani ravvicinati, degli interni semibui e della violenza fulminea). Non convenzionale nel finale nè nella caratterizzazione dei personaggi (la bambina stronza e perversa è azzeccatissima), è un film giallo capovolto (il problema non è chi sia il colpevole, ma se questo riuscirà a farla franca) dal ritmo serrato che non mancherà di coinvolgere lo spettatore.
Voto: 3/5
Ralph Bakshi
Fritz il gatto (Fritz the Cat) (1972)
Heavy Traffic (1973)
Coonskin (1975)
Wizards (1977)
Il Signore degli Anelli (J.R.R. Tolkien's The Lord of the Rings) (1978) - 2,5/5
American Pop (1981)
Hey Good Lookin' (1982)
Fire and Ice - Fuoco e ghiaccio (Fire and Ice) (1983)
Fuga dal mondo dei sogni (Cool World) (1992)
Cool and the Crazy (1994)
Last Days of Coney Island (2007)
Bakshi (1938) nasce ad Haifa (che ora è in Israele, ma all'epoca era Palestina) ma presto la famiglia si trasferisce in America. Bakshi è un famoso disegnatore ed ha realizzato diversi lungometraggi di animazione. I suoi film più famosi sono "Fritz il gatto", forse il primo esempio di cartone animato per adulti, e l'adattamento parziale del libro di Tolkien de "Il signore degli anelli", progetto sostanzialmente fallito che tuttavia ha acquisito negli anni una certa popolarità.
Ha realizzato anche diversi lavori per la TV. Attualmente vive nel New mexico.
-Il signore degli anelli (per approfondire, leggi il post dedicato all'adattamento a cartoni dell'opera di Tolkien: Tolkien a cartoni)
(The Lord of the rings) di Ralph Bakshi - USA 1978 - animazione/fantasy - 120min.
L'anello trovato da Bilbo nella sua precedente avventura si rivela essere l'Anello del potere del perfido Sauron, signore del male che ora lo cerca ovunque in quanto vi è racchiuso tutto il suo potere maligno. Urge distruggerlo. Il compito spetta a Frodo, nipote di Bilbo, aiutato da altri nove compagni, che formano la Compagnia dell'Anello. Arrivati ad un certo punto però Frodo ed il fido Sam devono staccarsi dal gruppo e proseguire da soli il viaggio, mentre gli altri, capitanati da Aragorn, dovranno affrontare le armate di Saruman, alleato di Sauron, nell'epica battaglia al fosso di Helm.
La narrazione si interrompe bruscamente a questo punto, lasciando spiazzati e scontenti. Inoltre per tutta la durata del film la vicenda appare un pò fumosa e non chiara, con moltissime parti più o meno lunghe del romanzo completamente omesse. Il disegno è più adulto e cupo del film precedente, ed è in generale più truculento e sanguinoso. Il doppiaggio italiano è buono, le musiche anche, inoltre il disegno è mischiato alle riprese di attori in carne ed ossa con un risultato unico, nel bene e nel male. Non malaccio, ma per chi non si intende della saga può essere difficilmente seguibile.
Voto: 2,5/5
Heavy Traffic (1973)
Coonskin (1975)
Wizards (1977)
Il Signore degli Anelli (J.R.R. Tolkien's The Lord of the Rings) (1978) - 2,5/5
American Pop (1981)
Hey Good Lookin' (1982)
Fire and Ice - Fuoco e ghiaccio (Fire and Ice) (1983)
Fuga dal mondo dei sogni (Cool World) (1992)
Cool and the Crazy (1994)
Last Days of Coney Island (2007)
Bakshi (1938) nasce ad Haifa (che ora è in Israele, ma all'epoca era Palestina) ma presto la famiglia si trasferisce in America. Bakshi è un famoso disegnatore ed ha realizzato diversi lungometraggi di animazione. I suoi film più famosi sono "Fritz il gatto", forse il primo esempio di cartone animato per adulti, e l'adattamento parziale del libro di Tolkien de "Il signore degli anelli", progetto sostanzialmente fallito che tuttavia ha acquisito negli anni una certa popolarità.
Ha realizzato anche diversi lavori per la TV. Attualmente vive nel New mexico.
-Il signore degli anelli (per approfondire, leggi il post dedicato all'adattamento a cartoni dell'opera di Tolkien: Tolkien a cartoni)
(The Lord of the rings) di Ralph Bakshi - USA 1978 - animazione/fantasy - 120min.
L'anello trovato da Bilbo nella sua precedente avventura si rivela essere l'Anello del potere del perfido Sauron, signore del male che ora lo cerca ovunque in quanto vi è racchiuso tutto il suo potere maligno. Urge distruggerlo. Il compito spetta a Frodo, nipote di Bilbo, aiutato da altri nove compagni, che formano la Compagnia dell'Anello. Arrivati ad un certo punto però Frodo ed il fido Sam devono staccarsi dal gruppo e proseguire da soli il viaggio, mentre gli altri, capitanati da Aragorn, dovranno affrontare le armate di Saruman, alleato di Sauron, nell'epica battaglia al fosso di Helm.
La narrazione si interrompe bruscamente a questo punto, lasciando spiazzati e scontenti. Inoltre per tutta la durata del film la vicenda appare un pò fumosa e non chiara, con moltissime parti più o meno lunghe del romanzo completamente omesse. Il disegno è più adulto e cupo del film precedente, ed è in generale più truculento e sanguinoso. Il doppiaggio italiano è buono, le musiche anche, inoltre il disegno è mischiato alle riprese di attori in carne ed ossa con un risultato unico, nel bene e nel male. Non malaccio, ma per chi non si intende della saga può essere difficilmente seguibile.
Voto: 2,5/5
Théo Anghelopulos
Ricostruzione di un delitto (1970)
I giorni del '36 (1972)
La recita (1975)
I cacciatori (1977)
Alessandro il Grande (1980)
Viaggio a Cyteria (1984)
Il volo (1986)
Paesaggio nella nebbia(1988)
Il passo sospeso della cicogna (1991)
Lo sguardo di Ulisse (1995) - 4/5
L'eternità e un giorno (1998)
La sorgente del fiume (2004)
Chacun son cinéma (2007) [Episodio "Trois minutes"]
La polvere del tempo (2009)
Anghelopulos (1935-2012) è forse il regista greco più conosciuto a livello internazionale; molto noto nel panorama del cinema d'autore, sovente ospite di festival internazionali, realizza spesso film lunghissimi, trasudanti atmosfere da epica classica, poemi di viaggio ed esistenziali, con poco dialogo e lunghissimi piani sequenza. Il suo film più famoso è forse "La recita", ma in italia sono conosciuti anche "Il passo sospeso della cicogna" (per la presenza di Mastroianni) e "Lo sguardo di Ulisse"(cui doveva prendere alle riprese Gian Maria Volontè, morto poco dopo l'inizio della lavorazione e sostituito). E' morto nel 2012 investito da una moto.
-Lo sguardo di Ulisse
(To vlemma tou Odyssea) di Théo Anghelopulos - Grecia/Francia/Germania/Italia 1995 - drammatico/fantastico - 175min.
Un regista greco (Harvey Keitel) torna in patria alla ricerca di tre rulli di pellicola girata nel 1905 dai fratelli Manakis, pionieri del cinema balcanico, che potrebbe rappresentare il primo vero film della storia del cinema. Il guaio è che non si sa esattamente che fine abbiano fatto questi rulli, e la confusione dovuta alle guerre balcaniche del periodo non facilita certo la ricerca. Durante il suo lungo viaggio, il regista attraversa Grecia, Romania, Serbia, arrivando infine nella Sarajevo distrutta dai bombardamenti dove conosce l'attuale detentore dei rulli, un vecchio (Erland Josephson), curatore dell'archivio cinematografico della città, che conserva le più importanti opere cinematografiche fra cui anche la fantomatica pellicola dei Manakis, che finora nessuno è però riuscito a sviluppare a causa della sconosciuta formula chimica usata per impressionare la pellicola.
Film epico, come suggerisce il titolo è una moderna Odissea in una terra devastata e morta (siamo in inverno: neve, alberi spogli, freddo e desolazione) da parte di un uomo che è alla ricerca di quel primo, inedito e puro sguardo al mondo da parte del cinema, unica forma d'arte rimasta a questo mondo distrutto dalla guerra.
E' certo un film atipico, incentrato sulla Storia e sulla Settima Arte, buia e falsa la prima, pura ed autentica la seconda. Ha lo spessore (e l'ambizione) di un racconto archetipico, che tratta di temi universali (la Guerra, l'Amore, il Viaggio), e lo fa molto più con le immagini che con la parola; Anghelopulos ha uno stile unico, fatto di polverosi e lunghissimi piani sequenza, anche ricorrendo a panoramiche di 360 gradi, in cui le figure umane sono riprese in campo lungo o lunghissimo, perse nella vastità di un ambiente desolato e grigio, oppure condensando genialmente in una stessa scena anni e anni. Nel suo inquieto girovagare, Harvey Keitel, da grande attore qual è, interpreta con dolorosa partecipazione il ruolo di un uomo che ne rappresenta molti, e che incarna sentimenti universali di dolore, nostalgia, smarrimento, disagio esistenziale. Almeno in due scene attinge alla sua precedente interpretazione ne Il cattivo tenente : il nudo integrale ed il pianto mugolante nel finale. Che Anghelopulos l'abbia scelto per questo?
la parte di Josephson sarebbe dovuta essere di Gian Maria Volontè (cui il film è dedicato), morto poco prima dell'inizio delle riprese.
Lunghissimo e (bisogna dirlo) lentissimo, a volte si perde un pò nella descrizione ambientale (come nell'interminabile sequenza del viaggio a bordo di una barca che trasporta i resti di una colossale statua di Lenin), ma sono molte le sequenze potenti, visivamente ed emotivamente (la parentesi amorosa con una donna che ha perso il marito, l'epilogo nella nebbia), sottolineate dalla bella, malinconica colonna sonora di Heleni Karaindrou.
Da vedere, ma solo se si è in vena.
Voto: 4/5
I giorni del '36 (1972)
La recita (1975)
I cacciatori (1977)
Alessandro il Grande (1980)
Viaggio a Cyteria (1984)
Il volo (1986)
Paesaggio nella nebbia(1988)
Il passo sospeso della cicogna (1991)
Lo sguardo di Ulisse (1995) - 4/5
L'eternità e un giorno (1998)
La sorgente del fiume (2004)
Chacun son cinéma (2007) [Episodio "Trois minutes"]
La polvere del tempo (2009)
Anghelopulos (1935-2012) è forse il regista greco più conosciuto a livello internazionale; molto noto nel panorama del cinema d'autore, sovente ospite di festival internazionali, realizza spesso film lunghissimi, trasudanti atmosfere da epica classica, poemi di viaggio ed esistenziali, con poco dialogo e lunghissimi piani sequenza. Il suo film più famoso è forse "La recita", ma in italia sono conosciuti anche "Il passo sospeso della cicogna" (per la presenza di Mastroianni) e "Lo sguardo di Ulisse"(cui doveva prendere alle riprese Gian Maria Volontè, morto poco dopo l'inizio della lavorazione e sostituito). E' morto nel 2012 investito da una moto.
-Lo sguardo di Ulisse
(To vlemma tou Odyssea) di Théo Anghelopulos - Grecia/Francia/Germania/Italia 1995 - drammatico/fantastico - 175min.
Un regista greco (Harvey Keitel) torna in patria alla ricerca di tre rulli di pellicola girata nel 1905 dai fratelli Manakis, pionieri del cinema balcanico, che potrebbe rappresentare il primo vero film della storia del cinema. Il guaio è che non si sa esattamente che fine abbiano fatto questi rulli, e la confusione dovuta alle guerre balcaniche del periodo non facilita certo la ricerca. Durante il suo lungo viaggio, il regista attraversa Grecia, Romania, Serbia, arrivando infine nella Sarajevo distrutta dai bombardamenti dove conosce l'attuale detentore dei rulli, un vecchio (Erland Josephson), curatore dell'archivio cinematografico della città, che conserva le più importanti opere cinematografiche fra cui anche la fantomatica pellicola dei Manakis, che finora nessuno è però riuscito a sviluppare a causa della sconosciuta formula chimica usata per impressionare la pellicola.
Film epico, come suggerisce il titolo è una moderna Odissea in una terra devastata e morta (siamo in inverno: neve, alberi spogli, freddo e desolazione) da parte di un uomo che è alla ricerca di quel primo, inedito e puro sguardo al mondo da parte del cinema, unica forma d'arte rimasta a questo mondo distrutto dalla guerra.
E' certo un film atipico, incentrato sulla Storia e sulla Settima Arte, buia e falsa la prima, pura ed autentica la seconda. Ha lo spessore (e l'ambizione) di un racconto archetipico, che tratta di temi universali (la Guerra, l'Amore, il Viaggio), e lo fa molto più con le immagini che con la parola; Anghelopulos ha uno stile unico, fatto di polverosi e lunghissimi piani sequenza, anche ricorrendo a panoramiche di 360 gradi, in cui le figure umane sono riprese in campo lungo o lunghissimo, perse nella vastità di un ambiente desolato e grigio, oppure condensando genialmente in una stessa scena anni e anni. Nel suo inquieto girovagare, Harvey Keitel, da grande attore qual è, interpreta con dolorosa partecipazione il ruolo di un uomo che ne rappresenta molti, e che incarna sentimenti universali di dolore, nostalgia, smarrimento, disagio esistenziale. Almeno in due scene attinge alla sua precedente interpretazione ne Il cattivo tenente : il nudo integrale ed il pianto mugolante nel finale. Che Anghelopulos l'abbia scelto per questo?
la parte di Josephson sarebbe dovuta essere di Gian Maria Volontè (cui il film è dedicato), morto poco prima dell'inizio delle riprese.
Lunghissimo e (bisogna dirlo) lentissimo, a volte si perde un pò nella descrizione ambientale (come nell'interminabile sequenza del viaggio a bordo di una barca che trasporta i resti di una colossale statua di Lenin), ma sono molte le sequenze potenti, visivamente ed emotivamente (la parentesi amorosa con una donna che ha perso il marito, l'epilogo nella nebbia), sottolineate dalla bella, malinconica colonna sonora di Heleni Karaindrou.
Da vedere, ma solo se si è in vena.
Voto: 4/5
Paul W.S. Anderson
Shopping (1994)
Mortal Kombat (1995)
Punto di non ritorno (Event Horizon) (1997)
Soldier (1998)
Resident Evil (2002)
Alien vs. Predator (AVP: Alien vs. Predator) (2004) - 1/5
Death Race (2008)
Resident Evil: Afterlife (2010) - 2/5
I Tre Moschettieri (2011)
Paul W.S. Anderson (1965) è un regista americano specializzato in horror e fantahorror, spesso adattamenti da serie videoludiche di successo, come Resident Evil. Non particolarmente dotato, ha realizzato pellicole spesso scadenti e indegne di nota. Nonostante questo ha girato blockbuster di successo, il che gli permette di avere la fiducia dei produttori.
-Alien Vs. Predator
di Paul W.S. Anderson - USA/Canada/Germania/Rep.Ceca/GB 2004 - fantahorror - 97min.
Una spedizione scientifica nei ghiacci antartici trova qualcosa che sarebbe stato meglio lasciare sepolto. In breve si trovano preda degli Aliens da una parte e dei Predators dall'altra: i secondi crearono sulla Terra una labirintica arena gladiatoria per i loro esercizi di caccia a danni dei primi; è proprio tale struttura che i "nostri eroi" hanno incautamente riesumato.
Non che ci si aspettasse chissà cosa, ma questo film riesce comunque a deludere le aspettative, mettendo insieme due "mostri sacri" del fantahorror e ridicolizzandoli, in quanto li trasforma da metafore di paure inconsce a volgari mattatori dello splatter stile "Freddy Vs. Jason". Gli umani sono semplicemente carne da macello e il copione si riduce a battute scontatissime che abbassano la recitazione ad inediti livelli di piattezza. Solo il reparto luci è meritevole di qualche elogio, creando un minimo di suspence che convince lo spettatore a non uscire dalla sala. Deludente. Hanno pensato bene di girarne anche un seguito.
Voto: 1/5
-Resident Evil: Afterlife
di Paul W.S. Anderson - USA 2010 - azione/horror - 97min.
Del videogame non è rimasta traccia, a parte qualche nome, un mostro preso dall'ultimo capitolo e il look del cattivone.
Alice (Milla Jovovich) assalta la base della Umbrella Corp. a Tokyo con il suo esercito di cloni a caccia del presidente Wesker, che però le inietta l'antidoto al virus T togliendole tutti i poteri (non che cambi molto: fa comunque cose che credo quasi nessuno umano potrebbe fare!). Dopo lo scontro che si conclude con la fuga di Wesker, Alice si dirige verso Arcadia, luogo privo di infezione, a quanto dice un comunicato radio che ha intercettato. Non trova nulla, ma incontra l'amica Claire, che però non la riconosce perchè le è stato installato un coso che la controlla mentalmente. Alice la libera dall'affare e insieme partono per L.A. dove atterrano su un edificio con dei superstiti anch'essi intenzionati a raggiungere Arcadia.
Finale aperto.
L'unica ragione per vedere questo film è rifarsi gli occhi con un 3D ben implementato, che rende ancor più spettacolari le scene d'azione. Proprio la componente action è stata privilegiata a discapito di quella horror: di zombi se ne vedono pochi. E' valido come intrattenimento visivo, ma rimane un film senza inizio e senza fine, e la cosa infastidisce non poco.
Comparto tecnico valido, recitazione monocorde da parte di tutti.
Voto: 2/5
Mortal Kombat (1995)
Punto di non ritorno (Event Horizon) (1997)
Soldier (1998)
Resident Evil (2002)
Alien vs. Predator (AVP: Alien vs. Predator) (2004) - 1/5
Death Race (2008)
Resident Evil: Afterlife (2010) - 2/5
I Tre Moschettieri (2011)
Paul W.S. Anderson (1965) è un regista americano specializzato in horror e fantahorror, spesso adattamenti da serie videoludiche di successo, come Resident Evil. Non particolarmente dotato, ha realizzato pellicole spesso scadenti e indegne di nota. Nonostante questo ha girato blockbuster di successo, il che gli permette di avere la fiducia dei produttori.
-Alien Vs. Predator
di Paul W.S. Anderson - USA/Canada/Germania/Rep.Ceca/GB 2004 - fantahorror - 97min.
Una spedizione scientifica nei ghiacci antartici trova qualcosa che sarebbe stato meglio lasciare sepolto. In breve si trovano preda degli Aliens da una parte e dei Predators dall'altra: i secondi crearono sulla Terra una labirintica arena gladiatoria per i loro esercizi di caccia a danni dei primi; è proprio tale struttura che i "nostri eroi" hanno incautamente riesumato.
Non che ci si aspettasse chissà cosa, ma questo film riesce comunque a deludere le aspettative, mettendo insieme due "mostri sacri" del fantahorror e ridicolizzandoli, in quanto li trasforma da metafore di paure inconsce a volgari mattatori dello splatter stile "Freddy Vs. Jason". Gli umani sono semplicemente carne da macello e il copione si riduce a battute scontatissime che abbassano la recitazione ad inediti livelli di piattezza. Solo il reparto luci è meritevole di qualche elogio, creando un minimo di suspence che convince lo spettatore a non uscire dalla sala. Deludente. Hanno pensato bene di girarne anche un seguito.
Voto: 1/5
-Resident Evil: Afterlife
di Paul W.S. Anderson - USA 2010 - azione/horror - 97min.
Del videogame non è rimasta traccia, a parte qualche nome, un mostro preso dall'ultimo capitolo e il look del cattivone.
Alice (Milla Jovovich) assalta la base della Umbrella Corp. a Tokyo con il suo esercito di cloni a caccia del presidente Wesker, che però le inietta l'antidoto al virus T togliendole tutti i poteri (non che cambi molto: fa comunque cose che credo quasi nessuno umano potrebbe fare!). Dopo lo scontro che si conclude con la fuga di Wesker, Alice si dirige verso Arcadia, luogo privo di infezione, a quanto dice un comunicato radio che ha intercettato. Non trova nulla, ma incontra l'amica Claire, che però non la riconosce perchè le è stato installato un coso che la controlla mentalmente. Alice la libera dall'affare e insieme partono per L.A. dove atterrano su un edificio con dei superstiti anch'essi intenzionati a raggiungere Arcadia.
Finale aperto.
L'unica ragione per vedere questo film è rifarsi gli occhi con un 3D ben implementato, che rende ancor più spettacolari le scene d'azione. Proprio la componente action è stata privilegiata a discapito di quella horror: di zombi se ne vedono pochi. E' valido come intrattenimento visivo, ma rimane un film senza inizio e senza fine, e la cosa infastidisce non poco.
Comparto tecnico valido, recitazione monocorde da parte di tutti.
Voto: 2/5
Brad Anderson
-The Darien Gap (1996)
-Prossima fermata Wonderland (Next Stop Wonderland, 1998)
-Happy Accidents (2000)
-Session 9 (2001) - 3/5
-L'uomo senza sonno (El Maquinista, 2004)
-Transsiberian (2008)
-Vanishing on 7th Street (2010)
Brad Anderson (1964) è un regista statunitense, particolarmente noto per due suoi thriller che hanno ricevuto ampia distribuzione internazionale, "session 9" e "L'uomo senza sonno". All'oggi solo i due film suddetti sono stati distribuiti sul mercato italiano.
-Session 9
di Brad Anderson - USA 2001 - thriller/horror - 103min.
Buon thriller psicologico con incursioni nell'horror, "Session 9" non è particolarmente originale, ma ha i suoi punti di forza nell'ottima fotografia e nell'essere un film introspettivo, fondato sulla suspence e non sul sangue, sulla malattia mentale e non sullo splatter. Il finale purtroppo non è all'altezza del resto della narrazione, ma il film rimane comunque una buona prova registica ed attoriale.
Gordon è a capo di un'azienda di ristrutturazione edilizia. La sua situazione economica non è delle migliori, così accetta un lavoro ostico ma potenzialmente ben remunerato: ripulire dall'amianto un ex ospedale psichiatrico per permettere il suo riuso da parte dell'amministrazione comunale. Tempo a disposizione: una settimana. Grandezza dell'edificio: sterminata, ma dovendo sfamare moglie e figlio Gordon accetta, ed inizia il lavoro con il suo team (tre colleghi più suo nipote). All'inizio le cose procedono bene. Poi iniziano ad accadere fatti inquietanti, coincidenti con il ritrovamenti di alcuni nastri che si scoprono essere registrazioni di sessioni terapeutiche di una paziente dalla personalità multipla...
I rimandi a "Shining" sono più che evidenti, a cominciare dal tema della doppia personalità di cui si è accennato. Il regista adotta però un metodo personale per raccontare la triste vicenda, prendendosi tutto il tempo necessario per descrivere approfonditamente ogni personaggio e per mostrare in tutta la sua lugubre maestosità l'immenso edificio, spoglio ma pur sempre inquietante, facendo salire improvvisamente la tensione con sequenze dai tempi di montaggio perfetti. Pur con qualche prolissità il film riesce dunque ad essere coinvolgente, anche se il finale si prolunga inutilmente dopo che lo spettatore ha già capito tutto o quasi.
la visione è consigliata a chi abbia voglia di un horror non violento o, viceversa, di un thriller con dai gustosi risvolti orrorifici.
Voto: 3/5
-Prossima fermata Wonderland (Next Stop Wonderland, 1998)
-Happy Accidents (2000)
-Session 9 (2001) - 3/5
-L'uomo senza sonno (El Maquinista, 2004)
-Transsiberian (2008)
-Vanishing on 7th Street (2010)
Brad Anderson (1964) è un regista statunitense, particolarmente noto per due suoi thriller che hanno ricevuto ampia distribuzione internazionale, "session 9" e "L'uomo senza sonno". All'oggi solo i due film suddetti sono stati distribuiti sul mercato italiano.
-Session 9
di Brad Anderson - USA 2001 - thriller/horror - 103min.
Buon thriller psicologico con incursioni nell'horror, "Session 9" non è particolarmente originale, ma ha i suoi punti di forza nell'ottima fotografia e nell'essere un film introspettivo, fondato sulla suspence e non sul sangue, sulla malattia mentale e non sullo splatter. Il finale purtroppo non è all'altezza del resto della narrazione, ma il film rimane comunque una buona prova registica ed attoriale.
Gordon è a capo di un'azienda di ristrutturazione edilizia. La sua situazione economica non è delle migliori, così accetta un lavoro ostico ma potenzialmente ben remunerato: ripulire dall'amianto un ex ospedale psichiatrico per permettere il suo riuso da parte dell'amministrazione comunale. Tempo a disposizione: una settimana. Grandezza dell'edificio: sterminata, ma dovendo sfamare moglie e figlio Gordon accetta, ed inizia il lavoro con il suo team (tre colleghi più suo nipote). All'inizio le cose procedono bene. Poi iniziano ad accadere fatti inquietanti, coincidenti con il ritrovamenti di alcuni nastri che si scoprono essere registrazioni di sessioni terapeutiche di una paziente dalla personalità multipla...
I rimandi a "Shining" sono più che evidenti, a cominciare dal tema della doppia personalità di cui si è accennato. Il regista adotta però un metodo personale per raccontare la triste vicenda, prendendosi tutto il tempo necessario per descrivere approfonditamente ogni personaggio e per mostrare in tutta la sua lugubre maestosità l'immenso edificio, spoglio ma pur sempre inquietante, facendo salire improvvisamente la tensione con sequenze dai tempi di montaggio perfetti. Pur con qualche prolissità il film riesce dunque ad essere coinvolgente, anche se il finale si prolunga inutilmente dopo che lo spettatore ha già capito tutto o quasi.
la visione è consigliata a chi abbia voglia di un horror non violento o, viceversa, di un thriller con dai gustosi risvolti orrorifici.
Voto: 3/5
Aureliano Amadei
-20 sigarette (2010) - 2,5/5
Aureliano Amadei (1975) è noto per essere un superstite dell'attentato a Nassiriya (12/11/2003), episodio traumatico che ha raccontato nel lungometraggio d'esordio "20 sigarette".
-20 sigarette
di Aureliano Amadei - Italia 2010 - biografico - 94min.
La vita dell'allora aspirante regista Aureliano Amadei (Vinicio Marchioni) prima e dopo l'attentato a Nassiriya (12/11/2003, in cui morirono, a seguito dell'esplosione di un'autocisterna guidata da terroristi iracheni, 19 italiani e 9 iracheni).
il film è costituito di tre blocchi narrativi: il primo descrive la vita di Amadei a Roma, prima dell'incidente: fra centri sociali, aspirazioni registiche, un'amica/amante e una madre insopportabile. Insomma una vita normale, fin quando capita l'occasione di poter fare da aiuto regista per il documentarista Stefano Rolla, che sta per andare in Iraq a realizzare una docu-fiction sulla missione militare italiana; è una descrizione ambientale non originale, ma che aiuta a calarsi nel personaggio.
Il secondo blocco descrive l'esperienza irachena di Amadei, i primi giorni di ambientamento nel campo militare e la cronaca dell'attentato, la degenza all'ospedale americano e il ritorno in patria; è il momento più emozionante, ed anche quello che lascia più contrariati. Sarebbe stato molto interessante se la descrizione della vita militare e dei soldati fosse stata più particolareggiata. Tutto invece accade in fretta, senza grande approfondimento.
La terza ed ultima parte, la convalescenza nell'ospedale di Roma, l'incontro con i politici, l'innamoramento con l'amica ed il finale aperto e sconsolato, è la più risaputa ed inutile: volge al melodrammatico ed al privato una vicenda che sarebbe stato ben più interessante analizzare dal punto di vista globale.
L'impostazione soggettivo-biografica del film, pur aggiungendo emozione e un senso di veridicità alla pellicola, ne segna anche un limite: la pellicola si riduce ad un apologo antimilitarista, ma non aiuta a sviluppare un'opinione sulla vicenda militare italiana, di cui si continua a sapere e capire poco alla fine della visione.
Tecnicamente valido, cade un po' a livello recitativo.
Così così.
Voto: 2,5/5
Aureliano Amadei (1975) è noto per essere un superstite dell'attentato a Nassiriya (12/11/2003), episodio traumatico che ha raccontato nel lungometraggio d'esordio "20 sigarette".
-20 sigarette
di Aureliano Amadei - Italia 2010 - biografico - 94min.
La vita dell'allora aspirante regista Aureliano Amadei (Vinicio Marchioni) prima e dopo l'attentato a Nassiriya (12/11/2003, in cui morirono, a seguito dell'esplosione di un'autocisterna guidata da terroristi iracheni, 19 italiani e 9 iracheni).
il film è costituito di tre blocchi narrativi: il primo descrive la vita di Amadei a Roma, prima dell'incidente: fra centri sociali, aspirazioni registiche, un'amica/amante e una madre insopportabile. Insomma una vita normale, fin quando capita l'occasione di poter fare da aiuto regista per il documentarista Stefano Rolla, che sta per andare in Iraq a realizzare una docu-fiction sulla missione militare italiana; è una descrizione ambientale non originale, ma che aiuta a calarsi nel personaggio.
Il secondo blocco descrive l'esperienza irachena di Amadei, i primi giorni di ambientamento nel campo militare e la cronaca dell'attentato, la degenza all'ospedale americano e il ritorno in patria; è il momento più emozionante, ed anche quello che lascia più contrariati. Sarebbe stato molto interessante se la descrizione della vita militare e dei soldati fosse stata più particolareggiata. Tutto invece accade in fretta, senza grande approfondimento.
La terza ed ultima parte, la convalescenza nell'ospedale di Roma, l'incontro con i politici, l'innamoramento con l'amica ed il finale aperto e sconsolato, è la più risaputa ed inutile: volge al melodrammatico ed al privato una vicenda che sarebbe stato ben più interessante analizzare dal punto di vista globale.
L'impostazione soggettivo-biografica del film, pur aggiungendo emozione e un senso di veridicità alla pellicola, ne segna anche un limite: la pellicola si riduce ad un apologo antimilitarista, ma non aiuta a sviluppare un'opinione sulla vicenda militare italiana, di cui si continua a sapere e capire poco alla fine della visione.
Tecnicamente valido, cade un po' a livello recitativo.
Così così.
Voto: 2,5/5
Woody Allen
-Che fai, rubi? (1966) - 2/5
-Prendi i soldi e scappa (1969) - 2,5/5
-Il dittatore dello stato libero di Bananas (1971) - 2,5/5
-Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso * (*ma non avete mai osato chiedere) (1972) - 2/5
-Il dormiglione (1973) - 2/5
-Amore e guerra (1975) - 3/5
-Io e Annie (1977) - 3,5/5
-Interiors (1978) - 3/5
-Manhattan (1979) - 4,5/5
-Stardust Memories (1980) - 3/5
-Commedia sexy in una notte di mezza estate (1982) - 2,5/5
-Zelig (1983) - 3/5
-Broadway Danny Rose (1984) - 2,5/5
-Hannah e le sue sorelle (1985) - 3,5/5
-La rosa purpurea del Cairo (1985) - 3,5/5
-Radio Days (1987) - 3/5
-Settembre (1987) - 2/5
-Un'altra donna (1988) - 3/5
-Crimini e misfatti (1989) - 4/5
-New York Stories (1989) - 3/5
-Alice (1990) - 2,5/5
-Ombre e nebbia (1991) - 3/5
-Mariti e mogli (1992) - 4/5
-Misterioso omicidio a Manhattan (1993) - 3/5
-Don't Drink the Water (1994) - 3/5
-Pallottole su Broadway (1994) - 3,5/5
-La dea dell'amore (1995) - 3/5
-Tutti dicono I love you (1996) - 3/5
-Harry a pezzi (1997) - 4/5
-Celebrity (1998) - 3,5/5
-Accordi e disaccordi (1999) - 3,5/5
-Criminali da strapazzo (2000) - 2,5/5
-La maledizione dello scorpione di giada (2001) - 3/5
-Hollywood Ending (2002) - 2,5/5
-Anything Else (2003) - 2,5/5
-Melinda e melinda (2004) - 2/5
-Matchpoint (2005) - 5/5
-Scoop (2006) - 2,5/5
-Sogni e delitti (2007) - 3/5
-Vicky Cristina Barcelona (2008) - 2/5
-Basta che funzioni (2009) - 3/5
-Incontrerai l'uomo dei tuoi sogni (2010) - 2,5/5
-Midnight in Paris (2011) - 3/5
-To Rome with Love (2012) - 2/5
-Blue Jasmine (2013) - 4/5
Woody Allen (1935) è uno dei più importanti registi americani. Del tutto indifferente a logiche di mercato e a dictat hollywoodiani, ha scelto N.Y. come luogo privilegiato per molte sue produzioni; più apprezzato in Europa che nella madrepatria, ha attraversato varie fasi, da quella comico-demenziale degli esordi, alla commedia raffinata e malinconica degli anni 70, fino ad un'alternanza di film brillanti e spiritosi ad altri fortemente drammatici e senza speranza. Mago dei dialoghi e della battuta pronta, citazionista, esilarante attore ed accorto regista, spesso circondato da un team (tecnico ed attoriale) di primo piano, ha realizzato alcune delle più belle pellicole del cinema americano. Alterna fasi di scarsa ispirazione a momenti di grande creatività, il che forse riflette la sua personalità schizoide. Al ritmo costante di un film all'anno (a volte anche di più) non sembra avere alcuna intenzione di smettere di fare film.
-Che fai, rubi?
(What's Up, Tiger Lily?) di Senkichi Taniguchi, Woody Allen - USA/Giappone 1966 - avventura - 85min.
Nel 1965 il regista e sceneggiatore giapponese Taniguchi (1912 - 2007), amico di Kurosawa Akira, diresse il film spionistico Kizino Kizi (Secret Police: Key of Keys). L'anno seguente fu acquistato dal mercato estero e l'edizione americana fu affidata a Woody Allen. Quest'ultimo, reduce dal successo del precedente Ciao Pussycat, pensò bene di ridoppiarlo, riscriverlo ed inserirvi scene aggiuntive per trasformarlo in una parodia dei film alla James Bond, in cui gli eroi sono alla ricerca di una fantomatica ricetta di insalata di uova che permetterà a chi la possiede di dominare il mondo.
Un film più sgangherato di questo è difficile trovarlo. A parte gli assurdi interventi di Allen a inizio, metà e fine film (per una volta non doppiato da Lionello), ciò che diverte è che della storia si capisce poco o nulla tanto è assurda, e veder recitare degli attori giapponesi che pronunciano battute alla Allen ha indubbiamente un effetto straniante. Certo è che la riuscita del film dipende da quanto lo spettatore decide di stare al gioco: il completo sconvolgimento del film ha il risultato di concatenare situazioni demenziali una dietro l'altra; quindi se siete alla ricerca di trame ben definite siete capitati nel posto sbagliato. Anche coloro che apprezzano la comicità brillante dell'Allen più maturo rimarranno delusi dal livello generalmente "basso" di comicità. Non si perde molto a non vederlo, a parte qualche momento decisamente spassoso.
Voto: 2/5
-Prendi i soldi e scappa
(Take the Money and Run) di Woody Allen - USA 1969 - comico/mockumentary - 85min.
Biografia di un immaginario ladruncolo di Baltimora di stirpe ebraica, maltrattato in gioventù, senza talenti, che si improvvisa rapinatore vivendo avventure rocambolesche; il tutto raccontato sotto forma di documentario d'inchiesta.
Esordio di Allen alla regia (dopo la sceneggiatura di "Ciao, Pussycat!", la mezza regia di "Che fai, rubi?" ed anni di cabaret), è uno spassoso esercizio di comicità verbale e gestuale ricco di trovate. Battute a raffica, è spesso esilarante, anche grazie all'eccezionale mimica dell'attore-regista. Contiene già molti elementi caratteristici del suo cinema, primo fra tutti la trasposizione nel suo personaggio di caratteristiche comportamentali appartenenti a lui medesimo, in primo luogo l'amata-odiata ebraicità.
Divertente.
Voto: 2,5/5
-Il dittatore dello stato libero di Bananas
(Bananas) di Woody Allen - USA 1971 - comico - 80min.
Nell'immaginario stato sudamericano del Bananas un dittatore assume il potere con un colpo di stato. Per una serie di circostanze improbabili il collaudatore industriale Fielding Mellish (Allen) si ritrova a far parte della resistenza, fin quando non viene lui stesso eletto presidente.
Seconda regia di Allen, ancora pienamente comica. L'unico scopo del film è far schiattare lo spettatore dalle risate. A volte ci riesce, a volte no. Tuttavia l'eccezionale mimica di Allen e la sua frenetica gestualità rendono avvincenti molte gag, sparate a getto continuo per tutta la durata della pellicola. Ottima colonna sonora, mentre la recitazione è ahimè altalenante. Particolarmente divertenti i mockumentary di apertura e chiusura del film.
Così così, raccomandato solo ai fan del regista.
Voto: 2,5/5
-Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso* (*ma non avete mai osato chiedere)
(Evreything You Always Wanted to Know About Sex*(But Were Afraid to Ask)) di Woody Allen - USA 1972 - comico - 88min.
Film a episodi ispirato al libro divulgativo omonimo del sessuologo David Reuben.
-Gli afrodisiaci funzionano?
In imprecisato castello medievale, il giullare di corte (Allen) riceve dallo spirito del babbo defunto il compito di sedurre la dama del palazzo; per farlo si rivolge ad uno stregone che gli prepara un filtro d'amore, ma le cose prenderanno una brutta piega.
All'insegna del nonsense più totale, è divertente ma anche abbastanza lugubre.
-Che cos'è la sodomia?
Un dottore (Gene Wilder) riceve nel suo studio un pastore armeno che gli rivela di essere innamorato di una sua pecora di nome Daisy. Quando gliela mostra, il dottore si prende una cotta tremenda per il sensuale ovino, e instaura con esso una relazione tormentata.
Dopo Black Sheep - Pecore assassine, è un altro film che vi farà vedere gli ovini sotto un'ottica decisamente particolare. Spassoso.
-Perchè alcune donne faticano a raggiungere l'orgasmo?
In Italia, Faustino (Allen) non sa come soddisfare la moglie bolognese, apparentemente frigida. Un amico gli confida che la donna frigida non esiste di per sé, e lo esorta a trovare la fantasia giusta per stimolarla. Scopre che le piace scopare nei locali pubblici...
Questo frammento ha l'aria di essere un omaggio ai film di Antonioni, per la cura della fotografia, la gestione degli spazi ed i movimenti dei personaggi. Allen ne approfitta per limonare con una bella bionda.
-I travestiti sono omosessuali?
Un'anziana coppia borghese entra in crisi quando si scopre che lui ama vestirsi da donna. Dopo qualche titubanza, la moglie accetta la perversione del marito e ci fanno anche quattro risate sopra.
Forse è l'episodio migliore del lotto, mette in mostra una debolezza umana e come ci si possa passare sopra. Certo, serve molta buona volontà...
-Cosa sono le perversioni sessuali?
Finto quiz televisivo denominato "Qual è la mia perversione?", in cui vari concorrenti parlano a turno della questione. E' l'episodio più fiacco e meno divertente.
-Gli studi sul sesso sono affidabili?
Ricevuti in villa da eminente scienziato, uno studente (Allen) ed un'avvenente giornalista scoprono che lo scienziato è completamente pazzo e ha imbastito un laboratorio in cui compie depravati esperimenti. i due distruggono tutto, ma dalla villa in fiamme esce una tetta gigante che fa strage di gente allattandola a morte.
Parodia degli horror fantascientifici degli anni '50, diverte solo se si sta al gioco.
-Cosa succede durante l'eiaculazione?
Ovvero l'approccio sessuale di un uomo verso una donna visto dall'interno del corpo umano.
Uno degli episodi più riusciti, pieno di gag divertenti e trovate demenziali.
Conclusione: tipica comicità idiota dell'Allen prima maniera, la qualità degli episodi è altalenante, ma il film è un'ottima occasione per farsi qualche risata.
Voto: 2/5
-Il dormiglione
(Sleeper) - di Woody Allen - USA 1973 - fantascienza (comico) - 88 min.
beh, non avendo proprio nessun altra idea, mi è venuto in mente questo film, uno dei primi lavori di Woody Allen regista (e qui anche attore) alle prese ccon la parodia del genere fantascientifico. Ovviamente, essendo uno dei primi film di Allen, è una pellicola puramente comica, siamo nel campo della follia pura!!!
In sintesi, Allen viene ibernato e si risveglia nel futuro, dove prenderà parte (inutile spiegare come, anche per l'assurdità degli eventi) alla lotta della resistenza contro un mega-dittatore, che è stato quasi ucciso in un attentato: in effetti ne è sopravvissuto solo il naso, che viene tenuto in vita grazie a sofisticate e futuristiche macchine. Ovviamente tutto finirà bene, in ogni caso non è certo la trama il punto di forza del film (e vorrei vedere!) quanto la comicità: fa spisciare (scusate l'espressione) dalle risate per tutta la durata del film.
Ovvio che, counque, non è che si possa dare sta grande valutazione ad un film del genere; indubbiamente il suo scopo lo raggiunge, ma non per questo è un capolavoro nel suo genere, e non è nemmeno un granchè se comparato con altri film di Allen sullo stesso stile (a mio parere "Il dittatore dello stato libero di Bananas", o "Tutto quello che avreste sempre voluto sapere sul sesso e non avete mai osato chiedere", sono di gran lunga superiori).
In ogni caso ha la scusante di essere una delle prime opere di Woody, che sappiamo essersi rivelato un gran regista.
Quindi, se siete in cerca di risate il divertimento è garantito, ma non pensiate di vedere chissà cosa..
Voto: 2/5
-Amore e guerra
(Love and Death) di Woody Allen - USA 1975 - commedia - 85min.
Boris Grushenko (Allen), ebreo polacco impacciato e innamorato della cugina Sonia (Diane Keaton) che ama suo fratello, è da quest'ultima incitato affinchè compia un attentato contro Napoleone, che minaccia la grande madre Russia.
In pochi anni Allen passa dalla comicità pura alla commedia grottesca, senza perdere il suo gusto per le gag surreali che spesso sconfinano nel fantastico. Dopo la parodia fantascientifica de Il dormiglione il regista si cimenta con quella in ambito di ricostruzione storica con risultati sicuramente migliori. Interpretando perfettamente la parte del fallito insicuro (il regista stesso è in terapia psicanalitica dal 1959) Allen ha costruito il personaggio che riproporrà costantemente nel corso della sua carriera. Memorabili duetti verbali con Diane Keaton per il secondo film che li vede insieme sullo schermo (dopo "Provaci ancora, Sam",1972).
Divertentissimo, anche per la sarabanda di omaggi e citazioni, dal montaggio delle attrazioni di Ejenstejn al cinema intimista di Bergman.
Voto: 3/5
-Io ed Annie
(Annie Hall) di Woody Allen - USA 1977 - commedia - 93min.
Alvy Singer (Allen), attore e volto noto della tv americana, ha dei problemi a relazionarsi con l'altro sesso. Un giorno il suo amico Rob (Tony Roberts) gli fa conoscere Annie Hall (Diane Keaton), cantante in night club. Alvy se ne innamora, ma la relazione è incerta fra alti e bassi.
Oscar per miglior film '77, è un punto di svolta nella carriera di Allen verso film più ambiziosi e non più prettamente comici. E' il tentativo di analizzare i rapporti di coppia (in particolare la sua relazione con la Keaton) e le difficoltà della comunicazione fra uomo e donna. i dialoghi, fino a quel momento al servizio di una buffoneria fine a sé stessa, diventano più realistici e, seppur spesso divertenti, sconsolati e denunciatari di un certo malessere esistenziale. non mancano gag puramente comiche (le aragoste, il ragno). E' soprattutto una dichiarazione d'amore per l'amata compagna Diane Keaton (il cui vero cognome è appunto Hall), che considererà sempre il grande amore della sua vita (come ha lui stesso dichiarato). Tecnicamente Allen fa ricorso a moltissimi espedienti: animazione, frammentazione temporale, sottotitoli, doppia esposizione, il tutto per ritrarre la confusione mentale dei due scombinati protagonisti.
Oggetto di vari ripensamenti da parte di Allen stesso (il primo director's cut superava le abbondantemente le due ore), risulta uno dei lavori più creativi del regista.
Da vedere.
Voto:3,5/5
-Interiors
di Woody Allen - USA 1978 - drammatico - 93min.
Una famiglia altolocata entra in crisi quando il capofamiglia annuncia la decisione di volersene andare di casa. La moglie entra in depressione e medita il suicidio; le tre figlie reagiscono in modi differenti, chi con rabbia, chi con nervosismo, chi con indifferenza. La situazione peggiora quando l'uomo annuncia di aver trovato una nuova compagna e di volersi risposare.
Probabilmente è il film più cupo (non solo per la fotografia prevalentemente notturna) di Allen, che non vi recita. Con un gruppo d'attori affiatato, camera quasi statica, assenza di colonna sonora, il regista descrive con profondo pessimismo l'incapacità umana di costruire rapporti saldi e duraturi, e di come l'inespresso, il non detto possa avere disastrose conseguenze: l'infelicità coniugale (che sembra riflettersi anche nei rapporti delle figlie con i rispettivi compagni) è il risultato di un'esistenza che si è trascinata senza entusiasmi nè aspettative: i personaggi semplicemente galleggiano tra i tormentati flutti dell'esistenza.
Lento e tetro, deve essere seguito con partecipazione per non annoiarsi.
Voto. 3/5
-Manhattan
di Woody Allen - USA 1979 - commedia - 96min.
A Manhattan, un ritratto sconsolato della vuota upper middle-class liberal che il regista ben conosce: Isaac Davis (Allen) vanta un lavoro insoddisfacente, un matrimonio andato in frantumi con una donna (Meryl Streep, bravissima) diventata lesbica a cui è affidata la custodia del figlio, che sta scrivendo un romanzo sulla loro relazione mettendo a nudo tutti i di lui difetti, una relazione con una studentessa diciassettenne (Mariel Hemingway), l'unica che provi affetto sincero per lui, ma che lui sprona a non innamorarsi e a vivere la sua vita e la cotta spaventosa per l'amante (Diane Keaton, ovviamente) del suo migliore amico, che con essa tradisce la moglie. Sullo sfondo una Manhattan magica, quasi mistica, monumentale e vuota, fotografata in un B/N spettrale e accarezzata dalle musiche di Gershwin (la celebre "Rapsodia in blu").
Affresco di una società afflitta dalla malattia della solitudine e dell'incomunicabilità, questo film è da molti considerato il miglior film di Allen. E' un capolavoro indimenticabile di sceneggiatura e fotografia, contraddistinto da una malinconia di fondo che provoca tristezza e divertimento insieme. Mai più Allen riuscirà a rendere i suoi personaggi (compreso lui stesso) così vulnerabili, patetici, umani. Contrassegnato da una divertentissima sequenza d'apertura ed una straordinaria chiusura (forse il momento emotivamente più denso ed intenso, pur essendo filmato con leggerezza e brevità, di tutto il suo cinema) è paradigmatico del pessimismo di fondo del suo autore, caratterizzato da una sostanziale sfiducia negli uomini.
Resterà come documento dei tempi e di un autore unico.
Memorabile, imperdibile, con la sua alternanza di momenti lieti e tristi "Manhattan" è LA commedia per eccellenza.
Voto: 4,5/5
-Stardust Memories
di Woody Allen - USA 1980 - commedia - 91min.
A questo film è stata mossa la critica di aver copiato "8 e 1/2 ", e perciò è stato generalmente snobbato. In realtà la pellicola, che ci presenta un weekend della vita di un regista (Allen) alle prese con le sue manie, paranoie, immaginazioni, amanti (fra cui Charlotte Rampling), ha diversi momenti puramente personali, come il fuoco di fila di battute nelle scene di conferenza stampa, lo stile decostruito cui Allen ricorrerà in Harry a pezzi, il citazionismo (che è stato scambiato per emulazione) verso Fellini ed il neorealismo italiano (il ricorso al B/N, la scena della visione al cinema di "Ladri di biciclette"). Ricco di spunti ed invenzioni, risulta quindi una visione piacevole e stimolante, sebbene la sua realizzazione dia l'impressione di un'accozzaglia di idee non del tutto risolte. E' consigliabile soprattutto agli estimatori dell'attore/regista.
Voto:3/5
-Commedia sexy in una notte di mezza estate
(A Midsummer night's Sex Comedy) di Woody Allen - USA 1982 - commedia - 88min.
Agli inizi del '900, in una tenuta di campagna vicino N.Y. una coppia borghese, composta da uno strampalato inventore (Allen) e dalla sua infelice moglie, ospita per un weekend un gruppo di amici, fra cui una vecchia fiamma di lui (Mia Farrow). Le coppie scoppiano.
Finito il rapporto sentimentale con Diane Keaton (e sospeso quello lavorativo, che avrà un'eco solo nel 1993) questo film segna l'inizio della fase Allen-Farrow; è una commedia spensierata e libertina sulle difficoltà del rapporto di coppia, sugli amori mancati e quelli impossibili. L'amenità del luogo fa da contraltare alla tempesta di sentimenti che affligge i personaggi, tutti ben interpretati. Leggero, divertente, può costituire un rilassante ed accessorio passatempo. Di certo non è fra i film fondamentali del regista.
Voto: 2,5/5
-Zelig
di Woody Allen - USA 1983 - commedia/mockumentary - 79min.
E' un finto documentario ambientato negli anni Trenta a N.Y. su Leonard Zelig, ebreo, che ha sviluppato la capacità incredibile di trasformarsi in qualunque tipo di individuo gli si pari davanti; gli scienziati che studiano il caso interpretano il comportamento di Zelig come un meccanismo psicologico per cercare di essere accettato dalla comunità. La dottoressa che si occupa di lui, Eudora Fletcher (Mia Farrow), riuscirà a curarlo e lo sposerà. Tutta la vicenda è raccontata da una voce narrante stile documentario televisivo, con tanto di finti spezzoni d'epoca e intervista a personalità intellettuali nella parte di loro medesimi.
E' il film più originale di Allen, un capolavoro di tecnica: grazie agli ottimi effetti speciali e ad un montaggio strepitoso la ricostruzione storica è credibilissima. E' un film abbastanza complesso, che non si capisce bene dove voglia andare a parare: forse è la storia della difficoltà di integrazione degli ebrei nella società americana?
Il sospetto è che sia più che altro un'esibizione del genio egomaniaco del regista e della sua traboccante inventiva. Al limite dell'esercizio di stile, è un film da prendere o lasciare.
Voto: 3,5/5
-Broadway Danny Rose
di Woody Allen - USA 1984 - commedia - 81min.
E' la biografia dell'immaginario Danny Rose (Allen), manager di artisti da strada, che lancia verso il successo per essere da loro abbandonato. le sue peripezie vengono raccontate da un gruppo di conoscenti dell'ambiente che stanno chiacchierando in un bar. Uno di loro in particolare si sofferma sulla sua più incredibile avventura, che coinvolge il cantante confidenziale Lou Canova, la di lui amante (Mia Farrow) ed una pericolosa famiglia mafiosa.
Tipica commedia alla Woody Allen con la novità dell'ambiente mafioso ed italoamericano in generale, è al solito il ritratto di un fallito, innamorato del suo mestiere (l'ambiente descritto è ben conosciuto dal regista che fece anni e anni di cabaret prima di esordire al cinema) ma incapace di riconoscere che i suoi "artisti" puntano al successo più che alla gloria, motivo per cui lo scaricano regolarmente una volta divenuti famosi. non mancano i momenti spassosi, fra cui i duetti Allen-Farrow; fotografato in B/N e realizzato con una particolare cura per la ricostruzione ambientale.
Accessorio, ma divertente.
Voto: 2,5/5
-Hannah e le sue sorelle
(Hannah and her sisters) di Woody Allen - USA 1985 - commedia - 106min.
Un anno nella vita di Hannah (Mia Farrow), sposata con un uomo (Michael Caine) che si è preso una cotta per una delle sue due sorelle (Barbara Herhsey), che però convive con un anziano pittore (Max von Sydow) mentre l'altra (Dianne West) tabagista ed ex cocainomane, finisce per farsela con il suo primo marito (Woody Allen), ipocondriaco scrittore per trasmissioni tv.
Crisi coniugali, scambi di partner, relazioni complicate: tutto il meglio di un Allen in forma, in equilibrio fra umorismo e dramma, come nelle sue opere migliori, dà vita ad una lunga e coinvolgente commedia sulla precarietà dei sentimenti e sulla difficoltà di mantenere stabili i rapporti di coppia. Ottimo il cast, belle le musiche jazz. Insolitamente lieto ed ottimista, finisce bene per tutti quanti. Il personaggio di Allen è forse quello più fuori contesto degli altri, ma la sua presenza rende il film ancor più divertente e piacevole: i suoi sono i momenti di maggiore spasso.
E' consigliabile a chi del regista non sopporta il nichilismo ed il pessimismo cosmico. In questo senso anticipa il recente Basta che funzioni.
Gradevolissimo il contributo di von Sydow. Comparsata di John Turturro.
voto: 3,5/5
-La rosa purpurea del Cairo
(The Purple Rose of Cairo) di Woody Allen - USA 1985 - commedia/fantastico - 82min.
1930, New Jersey. In piena Grande Depressione, Cecilia (Mia Farrow) moglie obbediente ed infelice di un uomo burbero e alcolizzato, si rifugia nella fantasia e nei film. Un giorno il suo personaggio preferito del film "La rosa purpurea del Cairo" (Jeff Daniels) esce dallo schermo, confessandole di averla notata dall'altra parte dello schermo e di essersi innamorato di lei. Scoppia un caso nazionale.
E' un Allen immaginoso e in gran forma a dar vita ad una delle commedie più surreali in assoluto, dove il confine tra realtà e finzione è più volte oltrepassato da ambo le parti, con un effetto di straniamento inedito per lo spettatore, ed una sceneggiatura che è sicuramente una delle più formidabili del regista. Interpretato da un cast eccezionale, è un omaggio all'arte del cinema ed al suo potere di evasione, ma anche una riflessione amara sulla misera ed infelice esistenza di una persona umile e buona; è inoltre un'efficace ricostruzione ambientale ed una divertentissima fiaba moderna; in effetti è, assieme ad Alice, il film di Allen che più scivola nel fantastico, nell'onirico, nel felliniano.
Da vedere.
Voto: 3,5/5
-Radio Days
di Woody Allen - USA 1987 - commedia - 84min.
E' la storia di una famiglia ebraica americana di Rockaway Beach, zona residenziale del Queens, a cavallo fra gli anni '30 e '40, l'epoca in cui la radio spopolava negli States, prima della diffusione della tv.
Il film è parzialmente autobiografico (la voce narrante è quella di Allen, che però non vi compare mai fisicamente) e racconta le vicissitudini dei vari membri della famiglia dal punto di vista del bambino di casa Joe (Seth Green), fan di una fiction radiofonica sull'eroe "Il Vendicatore Mascherato".
La storia si conclude la notte del New Year's Eve del 1944, con un commento malinconico del narratore che rimpiange quegli anni magici che pian piano si allontanano sempre più.
Il film non ha una costruzione lineare, è più che altro un accumulo di episodi, alcuni molto divertenti, altri quasi surreali, altri tragici, che hanno segnato l'infanzia del protagonista e che descrivono l'ambiente modesto della comunità ebraica dove Allen è cresciuto. Raccontano anche molto sulla società del tempo, sulle marcate differenze di classe, etnia e quartiere, e dipingono i quartieri centrali di N.Y. come un luogo magico e fantastico, di cui Allen è sempre stato innamorato. Ampio spazio, ovviamente, è riservato alla musica di quegli anni e spiega la predilezione del regista per i pezzi dell'epoca.
Sono da segnalare l'ottima ricostruzione ambientale e il cast (Dianne West specialmente, nella parte della zia zitella di Joe) vivace ed affiatato.
Ha i limiti di un'operazione nostalgica, ovvero potrebbe non interessare coloro che non hanno vissuto in quei luoghi e in quell'epoca, mentre è sicuramente interessante per gli estimatori del regista che potranno scoprirne le origini raccontate dal diretto interessato.
Voto: 3/5
-Settembre
(September) di Woody Allen - USA 1987 - commedia - 82min.
Durante un'estate si ritrovano nella stessa abitazione Lane (Mia Farrow), che ha tentato il suicidio e sta lentamente tentando di tornare alla normalità, il vicino di casa Peter (Sam Waterson), scrittore in crisi creativa di cui è infatuata, la madre petulante di lei Diane (Elaine Stritch) con il compagno Lloyd (Jack Warden), l'amica Stephanie (Dianne West) arrivata per assisterla ma invaghitasi, ricambiata, di Peter, e il vicino di casa insegnante Howard (Denholm Elliot) che ha badato a lei in questo difficile periodo e se ne è innamorato.
Quindi Howard ama Laine che ama Peter che ama Stephanie: bel casino.
Malgrado le premesse non è un film allegro, è anzi un film di interni fisici e mentali come lo era Interiors, cupo ed incolore, un concentrato di malinconia, tristezza, delusioni e rimorsi. Tuttavia il film non funziona come l'altro per una serie di ragioni: una lentezza di fondo che lo rende pesante da seguire; personaggi cui non ci si affeziona (senza contare che quello della Farrow è assolutamente insopportabile nella sua passività); buio da affaticare la vista; monotonia nella riproposizione di temi affrontati dal regista tante volte senza novità significative.
Allen è sicuramente un maestro nel descrivere le psicologie umane, ma resta l'impressione di un esercizio di stile fine a sè stesso.
Voto: 2/5
-Un'altra donna
(Another Woman) di Woody Allen - USA 1988 - commedia/drammatico - 84min.
Un altro ritratto sconsolato dell'upper-middle class di Manhattan: questa volta la protagonista è una donna scrittrice (Gena Rowlands) in periodo di blocco creativo, che ascolta dal suo appartamento le conversazioni che avvengono in quello adiacente al suo, adibito a studio di uno psicanalista. Attraverso le vicende narrate al dottore da parte di una ragazza (Mia Farrow), la donna è portata a ripensare alle occasioni perdute, alla triste monotonia del suo matrimonio, alla sua vita apatica e priva di stimoli.
Un altro film drammatico di Allen e uno dei più riusciti in questo ambito, che malgrado tutto non si lascia precipitare nel pessimismo nichilista solito del regista, anzi ritrae una donna che nonostante la vacuità della propria esistenza non vuole arrendersi a questa sua condizione. Recitato benissimo, include anche un ruolo per Ian Holm, attore ammirevole che è stato sempre poco sfruttato. Non è fra i più conosciuti film di Allen, invece val bene la visione.
Voto: 3/5
-Crimini e misfatti
(Crimes and Misdemeanors) di Woody Allen - USA 1989 - commedia/drammatico - 107min.
Judah Rosenthal (Martin Landau) è un oculista ebreo di grande prestigio a New York; la sua immagine impeccabile nasconde una frequentazione adulterina con l'hostess Dolores (Anjelica Huston) e alcuni illeciti movimenti finanziari. Quando l'amante, stufa della situazione ed in collasso nervoso, minaccia di rivelare tutto alla moglie di lui, il medico pensa a come sbarazzarsene.
Cliff Stern (Allen), regista di documentari che nessuno produce, ha un matrimonio infelice, una sorella con problemi relazionali, e una cotta per la produttrice (Mia Farrow) di un documentario incensatorio sullo show-man Lester (Alan Alda) a lui insopportabile.
Le due storie, una drammatica una semicomica, sono destinate, seppure per un attimo ad incrociarsi.
E' uno dei migliori film di Allen, di cui si possono elencare solamente pregi: recitazione, sceneggiatura, regia, fotografia (del grande Sven Nykvist) colonna sonora sono a livelli altissimi. Le due storie sono al servizio di una discussione sui massimi sistemi, sul problema della giustizia nel mondo, su bene e male, sull'esistenza di Dio, dubbio che ha sempre attanagliato l'anima tormentata del regista. Se la vicenda di cui Allen è protagonista ricalca situazioni tipiche dei suoi film precedenti, la storia del dottor Rosenthal raggiunge una vetta di drammaticità inedita in Allen, pur senza risultare mai opprimente per lo spettatore: è un risultato straordinario che pochi avrebbero saputo ottenere. Difficile stabilire se il regista, nelle sconsolate battute finali, sia estremamente pessimista o estremamente realista.
Crimini e misfatti è al contempo una delle migliori commedie ed uno dei migliori film drammatici che potrete mai vedere, battuto solo dal successivo Matchpoint per radicalità dei contenuti e pessimismo nichilista.
Voto: 4/5
-New York Stories
di Martin Scorsese, Francis Ford Coppola, Woody Allen - USA 1989 - episodi/commedia - 123min.
Tre episodi, tre grandi registi, n.Y. come città protagonista, incrocio di mondi ed esistenze sui generis:
-Lezioni dal vero (Life lessons, di Scorsese): un pittore (Nick Nolte) che accoglie nel suo studio una donna (Rosanna Arquette) con cui aveva avuto una relazione e di cui ancora è innamorato, mentre per lei non significa più nulla; lui è vittima, lei è carnefice. Quando lei se ne va lui ricomincia a vivere.
E' l'episodio migliore, il più inventivo registicamente, il più musicale e dinamico, e quello con il protagonista più simpatico, un ottimo Nick Nolte. Ritrae la vita sconsolata di chi ama non ricambiato. N.Y. è vista come una città fredda, piena di gente ma vuota di sentimenti, come la bella Arquette. fotografia di Nèstor Almendros.
-La vita senza Zoe (Life Without Zoe, di Coppola): Zoe, figlia di una fotografa che sta sempre in qualche località esotica e di un padre (Giancarlo Giannini) flautista sempre in turnè, vive in una suite di albergo servita e riverita da un maggiordomo che le fa da padre. Frequenta bambini ricchissimi come lei e risolve i problemi di mamma e papà.
Insomma due adulti un po' irresponsabili ed una figlia più matura di loro. N.Y. come luogo da cui fuggire, come gabbia dorata, come artificio sfarzoso quanto vuoto. Elegante e sontuoso, l'episodio è tuttavia il meno riuscito del terzetto, per una certa tendenza all'esagerazione della messinscena che sacrifica molto la descrizione dei personaggi, ridotti spesso a poche battute e qualche primo piano. Notevoli comunque le scene ed i costumi. Il titolo è un gioco di parole: Zoe in greco significa "vita". Fotografia di Vittorio Storaro.
-Edipo relitto (Oedipus Wrecks, di Allen): rapporto conflittuale madre-figlio, lui non sopporta lei, che per tutta risposta scompare, appare in forma soprannaturale sopra il cielo di N.Y., torna a sembianze umane quando riesce ad ottenere che il figlio lasci la sua compagna (Farrow) che a lei non andava a genio e si metta con un'altra che le garba.
N.Y. è una città impicciona ed invadente in questo film di Allen, uno dei suoi più strampalati e grotteschi, e non del tutto risolti. Vale per l'immagine finale, per lo sguardo misto di rassegnazione e dolcezza verso l'amata/odiata figura materna; trattandosi di Allen è lecito presupporre elementi autobiografici. il difetto principlae sta nella scarsezza di materia narrativa, appena sufficiente per i 40 minuti circa di durata. Accessorio, ma talmente assurdo da essere divertente.
Voto: 3/5
-Alice
di Woody Allen - USA 1990 - commedia/fantastico - 106min.
Ricca donna dell'alta borghesia newyorkese (Mia Farrow) sposata con un marito fedifrago (William Hurt) ma lei non lo sa, è scontenta della sua vita sacrificata all'uomo e ai figli e spesa dietro creme, massaggi e pseudo-amiche chiacchierone. Invaghitasi del padre (Joe Mantegna) di una bimba che frequenta la stessa scuola dei suoi due figli, cerca una soluzione affidandosi alle "cure" di un saggio medico alternativo cinese (Keye Luke) che, per mezzo di erbe dai poteri magici, la aiuta a cercare una nuova direzione da dare alla sua vita.
C'è una corposa componente fantastica in questo film, l'undicesimo di Allen che vede la Farrow come attrice: un filtro d'amore, un volo sopra N.Y., uno spirito, erbe dell'invisibilità. C'è poi una curiosa componente mistica, che si manifesta nella figura di madre Teresa di Calcutta e nel finale (dal dizionario dei film Morandini) "...quasi costernante nel suo moralismo".
Film anomalo per Allen, di solito molto più realistico e tetro; sembra di assistere ad una favola moderna, ed in effetti il nome della protagonista suggerisce una componente meravigliosa di cui il film è pregno.La fotografia suggestiva contribuisce a rendere il paesaggio di New York surreale e in un certo modo "magico", grazie agli insoliti ambienti ripresi (lo zoo, la scuola, China Town) ed alle condizioni atmosferiche nebulose, che si rischiarano solo nel finale pacificante per l'anima della protagonista.
Tuttavia la pellicola non sembra del tutto risolta, soprattutto nella parte finale, un po' troppo artificiosa e inconcludente, ed in generale i personaggi non risultano molto interessanti. Quel che Allen non è riuscito a fare è rendere coinvolgente la vicenda.
Voto: 2,5/5
-Ombre e nebbia
(Shadows and Fog) di Woody Allen - USA 1991 - commedia/noir - 86min.
Nell'Europa centrale degli anni '20, in una imprecisata città avvolta nella nebbia notturna, uno strangolatore si aggira per anfratti oscuri mietendo vittime. Un gruppo di cittadini volontari, fra cui l'impacciato Kleinman (Allen) pattugliano le strade per sgominarlo. Gli indizi però sembrano portare allo stesso Kleinman che, totalmente estraneo ai fatti, si vede braccato dalla comunità. La sua vicenda si incrocia con quella di un circo ambulante, in particolare con una mangiatrice di spade (Mia Farrow) e il suo compagno (John Malkovich).
Omaggio al noir, al cinema tedesco degli anni '20-30 (il primo pensiero va ovviamente al capolavoro di Lang, M - Il mostro di Dusseldorf, oltre che a Il Dottor Mabuse), è in realtà una commedia rocambolesca fotografata in modo affascinante, con un ottimo B/N che contribuisce a creare un senso di mistero. Afflitto da qualche difetto, come gli inutili personaggi delle prostitute e tutte le scene ambientate nel bordello, che di per sè non aggiungono nulla al film, ed il finale frettoloso con un criptico messaggio ("Tutti abbiamo bisogno di illusioni"), è pur sempre un valido omaggio al cinema del passato rielaborato originalmente da Allen, che riesce a rendere comica anche la situazione più seria. Francamente sembra pretestuosa ed eccessiva l'affermazione del dizionario Morandini, secondo cui si può leggere come "...una parabola sull'antisemitismo, sull'identità ebrea e sulla pesante colpevolezza che per tradizione le è stata accollata (...) il film più grave di Allen, il più civilmente impegnato.": vede un'eccessiva critica sociologica in un film a mio parere assai meno ambizioso.
Voto: 3/5
-Mariti e mogli
(Husbands and Wives) di Woody Allen - USA 1992 - commedia/drammatico - 107min.
Due coppie di mezza età della borghesia di Manhattan (Woody Allen-Mia Farrow, Sydney Pollack-Judy Davis): i primi, felicemente sposati, entrano in crisi quando gli altri annunciano loro di aver deciso di separarsi. Ognuno reagisce in modo diverso: il mondo dei primi due va in pezzi, quello dei secondi pian piano si ricompone.
Uno dei migliori risultati di Allen regista, uno dei suoi film meglio recitati (memorabile Pollack, considerando che il suo vero lavoro è la regia); è all'insegna di un pessimismo radicale basato sulla convinzione che sia il caos a muovere i fili della vita, e che le persone si dibattano invano nel tentativo di farla girare come vogliono: tutti sono preda degli eventi. L'ambientazione (una N.Y. autunnale, grigia e fredda, che rimanda a Interiors) è il corrispettivo del vuoto esistenziale dei personaggi. Anche lo stile di ripresa (telecamera a spalla che si aggira inquieta per il setting) riflette il dimenarsi frenetico dei protagonisti verso un qualcosa di ignoto persino a loro.
Coinvolge, immalinconisce, fa anche sorridere.
Da vedere.
Voto: 4/5
-Misterioso omicidio a Manhattan
(Manhattan Murder Mystery) di Woody Allen - USA 1993 - commedia/giallo - 104min.
Finito il sodalizio con Mia Farrow, Allen torna a duettare con Diane Keaton a 14 anni di distanza dall'ultima loro collaborazione.
I coniugi Larry (Allen) e Carol (Keaton) Lipton incrociano una sera i loro vicini di casa, una coppia di anziani, con cui non avevano mai interloquito, e prendono un caffè da loro. La sera seguente la donna muore di infarto. Carol sospetta che la morte della donna sia stata provocata, mentre Larry non ne vuol sapere e la prende per paranoica. Pian piano però un susseguirsi di strani avvenimenti convince i due coniugi e dei loro amici ad indagare più a fondo nel mistero. Rischieranno guai grossi.
Il ruolo di Carol era inizialmente stato concepito per essere interpretato dalla Farrow, ma Diane Keaton se la cava egregiamente, e risulta forse più adatta alla parte di quanto potesse esserlo la seconda compagna di Allen. Il film trabocca di citazioni, Orson Wells in primis (La signora di Shanghai), passando per La fiamma del peccato, ed è un omaggio ai gialli di Hitchcock, conditi con una forte dose di comicità surreale propria di Allen. E' un divertissement giocato sul senso di mistero che coinvolge lo spettatore, il quale fino all'ultimo non sa se la supposizione di Carol sia vera o no.
Un appunto è da fare sullo stile di ripresa, basato spesso su telecamere a spalla, con ondeggiamenti sinceramente fastidiosi, che dovrebbero rendere la concitazione e la frenesia di azioni e personaggi.
Molto divertente.
Voto: 3/5
-Don't Drink the Water
USA 1994 - commedia - 100min.
Film per la tv, mai arrivato in Italia, basato sulla piece teatrale omonima dello stesso Allen, già portata sullo schermo da Howard Morris nel 1966 (Come ti dirotto un jet): in un imprecisato stato satellite dell'URSS, un ambasciatore americano deve assentarsi, lasciando le redini della diplomazia all'inesperto figlio Axel (Michael J. Fox), che si trova imprvvisamente a gestire una crisi diplomatica quando una famiglia di turisti americani (padre, madre, figlia) si rifugia nella struttura per fuggire ai tumulti popolari. Progetterà un piano er farli fuggire dal paese in incognito.
Allen e la sua squadra abituale dell'epoca (Carlo di Palma alla fotografia, Susan E. Morse al montaggio) confezionano una perfetta opera per la tv: immagine sempre chiara e leggibile sul piccolo schermo, con praticamente un unico setting in cui i personaggi sono inquadrati per lo più con piani americani. Dialoghi veloci e brillanti, che lasciano ampio spazio ai comprimari oltre che ad Allen stesso. In 100 minuti ci sono satira politica, commedia sentimentale e comicità surreale (esilarante la figura del prete prestigiatore).
L'unica cosa che sinceramente mi lascia perplesso è il titolo, che non sono riuscito a spiegarmi...
Voto: 3/5
-Pallottole su Broadway
(Bullets Over Broadway) di Woody Allen - USA 1994 - commedia - 98min.
Brillante commedia di stampo gangsteristico calata nella N.Y. degli anni '20.
David Shayne (John Cusack) è un autore teatrale senza molto successo, che sta tentando di mettere in piedi una commedia di scarso valore. Per disperazione accetta di farsi finanziare da un gangster, che però gli impone la sua donna (totalmente incapace a recitare) come attrice. Fortunatamente Shayne riesce anche ad ingaggiare la ex diva del teatro Helen Sinclair (Dianne West), ormai sul viale del tramonto, che si innamora persino di lui. La commedia però pare non funzionare del tutto, finchè l'autore non riceve un aiuto provvidenziale dalla persona meno sospettabile del mondo, uno scagnozzo (Chazz Palmintieri, eccezionale) del boss mafioso che produce lo spettacolo.
In connubio costante con l'assurdità più totale, è un film spassoso pieno di inventiva, con un'ottima scenografia e fotografia, che si appoggia sul brio degli interpreti, tutti bravi, e su una sceneggiatura imprevedibile. Allen potrà dire di non essere un artista (battuta pronunciata dal protagonista del film), ma anche quando fa film leggeri come questo riesce a colpire con la sua inventiva formidabile ed i suoi dialoghi esilaranti.
E' forse il film di Allen dove muore più gente.
Voto: 3,5/5
-La dea dell'amore
(Mighty Aphrodite) di Woody Allen - USA 1995 - commedia - 95min.
Lenny Wienrib (Allen), giornalista sportivo, è sposato con Amanda (Helena Bonham Carter) dalla quale non ha ancora avuto figli anche se li vorrebbe. I due decidono di adottarne uno. Il bambino è estremamente intelligente e dotato, e a Lenny viene voglia di scoprire chi sia la madre naturale. La storia è narrata da un coro greco come fosse una tragedia antica.
E' una commedia spassosa e completamente assurda che narra di una vicenda assai improbabile, tanto quanto quelle delle tragedie classiche. E' forse una delle storie più scombinate mai filmate dal regista, che di conseguenza opta per uno scivolamento nel comico surreale con i buffi siparietti del coro in un teatro greco. Numerose le gag che rendono la pellicola semplicemente irresistibile, grazie anche ad un Allen in forma smagliante, specialmente nei duetti dialogici con la madre naturale di suo figlio, la pornoattrice Judy Orgasm (Mira Sorvino).
La morale? Godetevi la vita come viene e non lamentatevi troppo.
Voto: 3/5
-Tutti dicono I Love You
(Everyone Says I Love You) di Woody Allen - USA 1996 - commedia - 101min.
Vita di una famiglia liberal di New York raccontata dall'adolescente Djuna (Natasha Lyonne): la madre Steffi (Goldie Hawn) si dedica a iniziative benefiche, è divorziata dal primo marito Joe (Allen), padre di Djuna, che vive a Parigi e non riesce a trovare la donna ideale, finché si invaghisce di una turista americana di nome Von (Julia Roberts). Bob (Alan Alda), l'attuale compagno di Steffi, è un democratico convinto che non sopporta la sbandata repubblicana del figlio maschio Scott (Lukas Haas); ha anche un'altra figlia di nome Skylar (Drew Barrymore) promessa sposa di Holden (Edward Norton) ma che si invaghisce del criminale Charles (Tim Roth) e altre due, più piccole, Lane (Gaby Hoffmann) e Laura (Natalie Portman), entrambe innamorate dello stesso giovanotto. C'è anche un vecchio nonno rimbambito accudito dalla domestica.
Commedia musicale (stacchetti coreografici sulle musiche stile swing 30-40 orchestrate da Dick Hyman) molto divertente che si snoda attraverso le tre città preferite di Allen (N.Y., Parigi, Venezia), all'insegna del caos più totale che l'amore genera nella vita delle persone. Molti gli elementi surreali (il balletto degli ectoplasmi su tutti) in un film che vuol essere spensierato, giocondo e musicale. E' una gioia per le orecchie e per gli occhi; inoltre tutti i protagonisti sono simpatici e convincenti.
Il ballo finale fra Allen e la Hawn, giustamente famoso, è di una magia e semplicità al tempo stesso che commuove, e vale da solo l'intero film.
Voto: 3/5
-Harry a pezzi
(Deconstructing Harry) di Woody Allen - USA 1997 - commedia - 96min.
Frammenti di vita di Harry, scrittore psicologicamente e sentimentalmente fallito, che nei suoi libri riporta particolari autobiografici non troppo velati, tanto da suscitare le ire della ex moglie; Deve essere onorato all'università dove insegnava ma non ha nessuno con cui andarci: raccatta un amico, una puttana afroamericana, il figlioletto rapito per strada dalle grinfie della coniuge e parte. Si inframezzano alla vicenda degli episodi di alcuni suoi libri (quindi della sua vita), arrivando a con-fondere i diversi piani di realtà.
E' una commedia originalissima e spassosa sul pericoloso mestiere della scrittura creativa: a forza di pescare dal proprio vissuto, un autore riversa parte di sé nelle proprie opere al punto di non riuscire più distinguere realtà e finzione; narrativamente arzigogolato e caotico, è come spesso accade in Allen una messa in scena delle proprie manie ed ossessioni, con tutti i topoi tipici del regista: riferimenti all'ebraismo, psicanalisi, rapporti conflittuali con l'altro sesso.
Alcune invenzioni geniali (Robin Williams "fuori fuoco") mostrano tutto il talento del regista, inalterato dopo tanti anni di onorata carriera. E' un pò triste vederlo nei film di quel periodo, a cavallo fra i '90 e i '00, senza una partner di vita e di recitazione come erano state la Keaton e la Farrow (e prima della sua nuova musa Scarlett Johansonn).
Da vedere.
Voto: 4/5
-Celebrity
di Woody Allen - USA 1998 - commedia - 113min.
La vita di un giornalista (Kenneth Branagh) alle prese con i vizi, i peccati, i capricci delle celebrità; separato dalla moglie, convivente con una donna, infatuato di una ragazza, anch'egli vive gli stessi squilibri dei membri dello star system. La scritta "HELP" compare in cielo a inizio e fine film, come estrema dichiarazione di stato d'emergenza esistenziale.
Uno dei migliori Allen anni '90, è una satira intelligentissima, divertente e accattivante ambientata in una N.Y. fotografata nell'amato B/N del grande Sven Nykvist; il cast è formidabile a cominciare da un Branagh irresistibile, per poi passare a tutti i comprimari, fra cui spiccano Di Caprio, Charlize Theron e Wynona Ryder. Molte le situazioni spassose e molti gli spunti di riflessione in un film comunque leggero e brioso.
Da come Allen ha dipinto Manhattan nel corso degli anni, pare proprio un girone infernale, ma il rapporto che lega il regista alla città rimane sempre di odio/amore: non si è solo frastornati dal mondo ritratto nella pellicola, se n'è anche affascinati.
Voto: 3,5/5
-Accordi e disaccordi
(Sweet and Lowdown) di Woddy Allen - USA 1999 - commedia/mockumentary - 95min.
Dolce e di bassa morale: così Allen, al suo 30esimo film, presenta al mondo la figura (immaginaria) del chitarrista jazz bianco Emmet Ray (Sean Penn) attivo sulla scena musicale americana degli anni '30, bravissimo ma mancante di quel pizzico di genialità che non manca invece al suo idolo, il francese Django Reinhardt (1910-1953). Si tratta di un escamotage per un ennesimo autoritratto del regista? Sicuramente lo è per quanto riguarda l'amore per il jazz: il film è molto musicale e, se il genere piace, può risultare molto piacevole anche solo da ascoltare. Alla recitazione pensa l'ottimo Sean Penn affiancato da un cast in forma tra cui, più che Uma Thurman, spicca Samantha Morton che, nel ruolo dell'amante muta di Emmet, è eccezionale nell'esprimere senza parlare. Ottima anche la ricostruzione ambientale, insolita in Allen che poche volte è evaso dalla sua amata/odiata Manhattan, almeno fino all'ultimo decennio. Qui lo fa con disinvoltura e riuscendo, grazie anche all'ottima fotografia di Zhao Fei (già collaboratore di Zhang Yimou e che lavorerà ancora con Allen in Criminali da strapazzo e La maledizione dello scorpione di giada) a ricreare un'atmosfera, un mondo fatto di occasioni, speranze e fallimenti. Il protagonista stesso è fallimentare: solo alla fine, autodistruggendosi, diverrà quel grande musicista che non era mai riuscito ad essere.
Breve comparsata di Allen in veste di sedicente esperto di Emmet Ray.
Voto. 3,5/5
-Criminali da strapazzo
(Small Time Crooks) di Woody Allen - USA 2000 - commedia - 94min.
N.Y.: Ray (Allen), ladruncolo che vive alla giornata, elabora un piano con dei suoi conoscenti per rapinare una banca: affittare un negozio vuoto, usando come copertura le doti culinarie della moglie nella preparazione dei biscotti, e scavare sotto di esso un tunnel che li porti dritti al caveau della banca. Il piano va a rotoli, ma i biscotti fanno un successo clamoroso.
Il primo Allen del 2000 è un quasi comico: ricco di gag, battute a raffica, ripresa dello stereotipo del ladruncolo nullafacente già interpretato a inizio carriera in Prendi i soldi e scappa. Il regista usa una vicenda surreale e spassosa per tracciare come suo solito un ritratto critico della borghesia americana ignorante e kitch, presentando le figure di due arricchiti che non sanno che farsene delle loro fortune. Grazie anche ad un ottimo cast di comprimari il film scorre via veloce e divertente suscitando risate e stupore per l'inaspettata piega che prendono gli eventi. Molto azzeccata la particina di Hugh Grant nei panni di un cinico mercante d'arte.
Gradevole colonna sonora, come sempre nei film di Allen.
Senza pretese e riuscito nel suo intento di intrattenimento.
Voto: 2,5/5
-La maledizione dello scorpione di giada
(The Curse of the Jade Scorpion) di Woody Allen - USA 2001 - commedia - 102min.
Nel 1940 C.W. (Allen) è l'investigatore privato per una compagnia di assicurazioni. Deve investigare su furti misteriosi che in realtà lui stesso compie sotto ipnosi, manipolato da un astuto criminale prestigiatore. I rapporti conflittuali con la capa miss Fitzgerald (Helen Hunt) non facilitano la soluzione del caso.
Calato nelle atmosfere e nelle musiche dell'epoca, questa commedia gialla è un omaggio spiritoso al genere, tipico di quegli anni. Più che le singole gag e le battute, comunque presenti e spassose, diverte l'estrema assurdità di tutta la vicenda, il suo sviluppo e la sua delirante conclusione. In coppia con la valida Hunt, Allen sembra più giovane, arzillo e pimpante della sua età. Buono anche il cast di contorno, sebbene nessuno brilli particolarmente sopra la media.
Puro intrattenimento d'evasione, esilarante nelle brevi scene con Charlize Teron.
Ottimi costumi.
Voto: 3/5
-Hollywood Ending
di Woody Allen - USA 2002 - commedia - 112min.
Val Waxman (Allen) è un regista ormai ridotto, dopo una stagione di successi e due Oscar, a girare pubblicità e ad elemosinare lavoro. La sua ex moglie Ellie (Tea Leoni), ora fidanzata con il produttore Hal (Treat Williams), lo consiglia a quest'ultimo per dirigere il nuovo film in cantiere, "La città che non dorme mai". Val accetta ma, per l'ansia crescente che lo attanaglia man mano che si avvicina il primo giorno di riprese, si ammala di cecità psicosomatica. Tuttavia Val non può rinunciare a quella che è forse la sua ultima possibilità per tornare alla ribalta, così con l'aiuto del suo manager e di un traduttore cinese inizia a dirigere il film.
La pellicola è giocosa e lieta, una delle più spensierate di Allen, che si conclude con un lieto fine Hollywoodiano. non c'è molto da dire: il cast è ottimo e le gag riuscite, il comparto tecnico pulito e preciso rendono il film piacevole da seguire. Allen sicuramente si ripete un po', ed il film non brilla per originalità, ma resta una divertente e spensierata occasione d'evasione.
Voto: 2,5/5
-Anything Else
di Woody Allen - USA 2003 - commedia - 108min.
La vita di Jerry Falk (Jason Biggs), autore comico che non riesce ad avere una carriera brillante per colpa di un manager incapace (Danny De Vito) che non riesce a scaricare in quanto suo unico cliente, dal tormentato rapporto con la assai indecisa compagna Amanda (Christina Ricci) che gli porta in casa sua madre che suona il pianoforte quando lui vorrebbe un po' di silenzio per concentrarsi sul suo lavoro, e l'improbabile amicizia con un collega molto più anziano di lui (Allen), ebreo come lui, violento e paranoico, che odia tutto e tutti e dispensa perle di saggezza.
Insomma il ritratto di Allen che stavolta si sdoppia in due personaggi distinti eppure complementari, dando alla sua parte più giovane il volto perfetto di Jason Biggs (American Pie), che si muove e parla come lui. Un cast divertente ed affiatato dà vita ad una commedia spiritosa anche se un po' priva di senso: la morale della storia è che "la vita non è particolarmente misteriosa o strana: è come tutto il resto", qualunque cosa voglia dire quest'affermazione. Molto divertente comunque.
Voto: 2,5/5
-Melinda e Melinda
di Woody Allen - USA 2005 - commedia - 100min.
In un bar di N.Y. un gruppo di amici discute se la vita sia essenzialmente tragica o comica. Prendono a esempio la storia di Melinda, conoscente di uno di loro, la cui vicenda può essere vista (e proprio così farà il film) sia con una prospettiva tragica che con una ilare.
Per Allen la vita, in definitiva priva del minimo senso, è un'altalena di momenti tristi e felici, che si mescolano (come i toni delle due storie) in un cocktail di esperienze tragicomiche che segnano la nostra esistenza. L'importante è non affannarsi troppo per cercare di risistemare i cocci, ma adattarsi alla corrente e non farsi troppe domande.
Unico film di Allen fotografato dall'ungherese Vilmos Zsigmond, che predilige ambienti spaziosi e luminosi. Tutto il cast è buono, sebbene nessuno brilli particolarmente sopra la media.
Se Allen riesce molto bene nella parte di commedia, fatica un po' in quella tragica a trovare il giusto pathos, ed in definitiva il film sa troppo di già visto.
Voto: 2/5
-Matchpoint
di Woody Allen - GB/USA /Lussemburgo 2005 - drammatico - 124min.
Il miglior film di Allen regista, si può annoverare fra i capolavori assoluti del cinema tout-court.
Il giovane irlandese Chris (Jonathan Rhys-Meyers), tennista professionista, si trasferisce a Londra e si iscrive ad un tennis club esclusivo frequentato dalla ricca borghesia, per cercare di tessere rapporti con sfere altolocate. In effetti riesce a conquistare il cuore di Chloe (Emily Mortimer), sorella del suo compagno di gioco Tom (Matthew Goode) diventa amico di famiglia ed ottiene dal padre un posto di rilievo nella sua società. Tutto fila per il meglio finchè Chris non si innamora perdutamente della fidanzata di Tom, Nola (Scarlett Johansson), ragazzetta americana senza arte nè parte ma dal sex-appeal irresistibile. Le conseguenze di questo rapporto saranno terribili e spingeranno il protagonista ad elaborare un terribile piano di omicidio.
Il film è innanzitutto un capolavoro di costruzione narrativa, quindi di sceneggiatura: i personaggi sono tutti ottimamente caratterizzati nei loro aspetti sociali e psicologici. In effetti il personaggio di cui si sa meno è proprio il protagonista, che rappresenta l'arrivismo per eccellenza: garbato nei toni e nei modi, freddo e calcolatore nei rapporti, vuoto nella morale.
La scenografia è ottima e aiuta lo spettatore a calarsi nel mondo lussuoso dell'alta società londinese.
La colonna sonora, interamente composta da brani operistici interpretati da Caruso, è un complemento ottimale allo svolgersi degli eventi.
La fotografia è perfetta, precisa al millimetro, senza la più piccola sbavatura, diversa dal solito: Remi Adefarasin conferisce una fredda armonia alla composizione dell'inquadratura.
Il punto cruciale su cui Allen si focalizza è l'importanza del caso: non destino, ma semplice casualità, concatenazione fortuita di eventi disparati, che regolano le nostre esistenze. A volte va bene a volte va male: a volte i delitti vengono castigati a volte no. Non c'è nessuna legge superiore, nessuna autorità suprema, nessuna giustizia divina ad assegnare premi e punizioni. In questo film il regista ha espresso tutto il suo sistema di pensiero con una precisione, una lucidità ed una completezza impossibili da ravvisare in qualsiasi altra pellicola prodotta fino ad oggi (che io abbia visto).
Matchpoint è la Bibbia dell'ateismo, e Allen il suo profeta.
Voto: 5/5
-Scoop
di Woody Allen - USA 2006 - commedia - 96min.
Londra. Una giovane studentessa di giornalismo (Scarlett Johansonn) indaga sul caso del "killer dei tarocchi", che sospetta essere il facoltoso Peter Lyman (Hugh Jackman), in seguito ad una soffiata da parte dello spirito del defunto giornalista Joe Strombel (Ian Mcshane) che le appare all'interno dello "smaterializzatore" del mago Splendini (Allen) durante uno dei suoi spettacoli. La ragazza ed il prestigiatore iniziano ad indagare sul caso.
Il film più disimpegnato e leggero di Allen del primo decennio 2000, si affida al brio dei due interpreti principali, nuove star emergenti, oltre che al talento comico dell'attore-regista stesso. Commedia a tinte gialle con un pizzico di fantastico, è un divertissement fine a sé stesso nemmeno così esilarante, ma comunque simpatico e gradevole. La tendenza ad una certa ripetitività lo fa risultare un meno avvincente di quanto poteva essere.
Voto: 2,5/5
-Sogni e delitti
(Cassandra's dream) - di Woody Allen - USA/Gran Bretagna 2007 - drammatico - 108 min.
"Sogni e delitti" riprende il discorso iniziato con "Matchpoint" e interrotto da "Scoop".
E' la storia di due fratelli (Ewan Mcgregor e Colin Farrel), due falliti che nella loro vita non hanno ancora combinato nulla di buono. Il primo è sempre impegnato a fantasticare in grandi progetti che poi non riesce mai a portare a termine, ed è costretto a lavorare nel ristorante di suo padre; il secondo lavora in un'autofficina e scommettte i suoi pochi soldi a carte o nelle corse dei cani. Ian (Mcgregor) si innamora di una ragazza dopo averla aiutata a sistemare la sua auto in panne, e ciò lo stimola ad iniziare a mettere la testa a posto, senonchè il fratello Terry (Farrel) perde 90000 sterline giocando a carte. A questo punto l'unica soluzione sembra essere quella di chiedere un prestito allo zio Howard, multimiliardario che "si è fatto da solo". Lo zio promette di fornire loro tutto il sostegno finanziario di cui hanno bisogno, ma non prima che essi abbiano fatto qualcosa per lui, qualcosa che li porterà ad oltrepassare un limite "dal quale non si torna indietro"...
Woody Allen conferma la propria attitudine al genere drammatico, anche se il microcosmo tragicomico dei suoi film più celebri non è poi così lontano. Inserendo in brevi scene una sottile quanto macabra ironia, Allen riesce a conferire un sapore particolarmente aspro a questa pellicola, come sempre all'insegna di un pessimismo di fondo riguardo l'uomo e la vita. Il finale particolarmente tragico sembra ancora più cupo di quello di "Matchpoint", ma alla fine l'assunto è differente: il male che una persona commette si ritorce contro di lui, moralmente o fisicamente.
Dopo un inizio calmo che ci presenta i protagonisti della storia, la tensione si fa sempre più palpabile e lo spettatore è ansioso di vedere come va a finire.
Nulla di nuovo o particolarmente originale, ma ben fatto e coinvolgente.
Voto: 3/5
-Vicky Cristina Barcelona
(Vicky Cristina Barcelona) di Woody Allen - USA/Spagna 2008 - commedia - 96min.
Due amiche americane, Vicky (Rebecca Hall), bruna, fidanzata e con rigide idee morali, e Cristina (Scarlett Johansson), bionda, passionale e romantica, vanno a trascorrere le vacanze a Barcellona, dove ricevono la proposta di passare un weekend a Oviedo nutrendosi d'arte e facendo l'amore da parte di un pittore edonista di nome Juan Antonio (Javier Bardem); le cose si complicano ulteriormente con l'ingresso in scena della precedente compagna di lui, la scombinata Maria Elena (Penélope Cruz).
Classica commedia alla Woody Allen con la variante dell'ambientazione spagnola, cui si adeguano di conseguenza musiche e fotografia: calde, avvolgenti e languide.
Per il resto ci sono i soliti ingredienti: coppie che scoppiano, persone che hanno difficoltà a tessere rapporti duraturi, gente preda dei sentimenti e impossibilità di raggiungere un equilibrio mentale duraturo. Il tutto nei toni gradevoli di una commedia senza momenti eccessivamente comici o tristi.
Passabile, ma già visto.
Voto: 2/5
-Basta che funzioni
(Whatever Works) di Woody Allen - USA 2009 - commedia - 92min.
Il premio nobel mancato in meccanica quantistica Boris Yelnikoff (Larry David), misantropo nevrotico ossessionato dalla morte (ha tentato il suicidio rimanendo solo zoppo), incazzato con il mondo, si ritrova ad accogliere in casa una ragazzina vagabonda del profondo Sud (Evan Rachel Wood) semplice ed ignorantotta, che con i suoi modi gentili e stravaganti finisce per conquistarlo. La coppia impossibile convola a nozze, ma la madre di lei non sembra entusiasta.
Commedia di spirito con un Larry David che prende il posto di Allen come attore protagonista, parlando e gesticolando come lui, ma non per questo privo di personalità nell'interpretare il ruolo del secchione invaghito della pupa. La morale, come sempre accade nei film di Allen, è esplicitata dal protagonista nel finale del film: qualunque scombinata piega la vita abbia preso, basta che funzioni. non è all'insegna di una radicale sfiducia nel genere umano questo film, come di solito accade in Allen, che stavolta guarda con simpatia ai suoi personaggi e concede a tutti una soluzione che, seppur stravagante, funziona. E' un inno a prendere la vita come viene e ad accettare quanto di buono ci capita, senza costruirci sopra montagne di riflessioni, dubbi, sovrastrutture metafisiche. E' un omaggio alla spontaneità di vivere, di esistere.
Piacevole anche nella sua sistematica rottura della finzione scenica: per mezzo di Boris, Allen si rivolge direttamente allo spettatore.
voto: 3/5
-Incontrerai l'uomo dei tuoi sogni
(You Will Meet A Tall Dark Stranger) - USA/Spagna 2010 - 98min.
Due coppie sposate, una giovane e una di mezza età, si sfaldano. Noia della quotidianità, insoddisfazione per il presente, odio per la routine sono i motivi che spingono i personaggi ad una crisi esistenziale.
Motivi ricorrenti in un'altra tragicommedia alleniana senza grosse sorprese. Più che mai film d'attori, tutti in forma, a dar vita a personaggi ben caratterizzati, vivi, umani. Piacevole.
Voto: 2,5/5
-Midnight in Paris
USA/Spagna 2011 - commedia/fantastico - 94min.
Gil (owen Wilson) è uno sceneggiatore americano stanco della superficialità del scrivere. Con ambizioni da serio letterato, mentre si trova a Parigi con la sua sua compagna Inez (Rachel McAdams), che sta per sposare, e gli odiosi genitori di lei, si trova catapultato, ogni mezzanotte, nella Parigi degli anni '20, dove ha modo di incontrare le più grandi menti artistiche dell'epoca (scrittori, pittori, registi) nonché di infatuarsi di una splendida "groupie" dell'epoca.
Apertura simil-Manhattan con omaggio da cartolina alla capitale francese; inizio da classica commedia alleniana con protagonista fuori posto e disgustato dalla pseudo-cultura dell'alta borghesia; deriva decisa nel fantastico come non accadeva da La rosa purpurea del Cairo; finale lieto, come nelle favole appunto: nella magica Parigi tutto può accadere. Commedia gradevole, il più disteso e divertente film di Allen del dopo-Matchpoint, dichiarazione d'amore per una città come al tempo fu N.Y. che da anni, come tutta l'America, non sente più affine (con l'eccezione di Basta che funzioni), avendo dirottato verso l'Europa (Spagna, Inghilterra, Francia, Italia).
Ottimo il cast, bella colonna sonora.
Accessorio, sicuramente; consigliato, anche.
Voto: 3/5
-To Rome with Love
USA/Italia/Spagna 2012 - commedia - 111min.
Un vigile urbano di Roma apre e chiude il film facendo da "narratore": dice che a Roma accadono tante storie (come ovunque) e che ce ne narrerà alcune. Il film vero e proprio consta di 4 storie autonome montate alternamente fra loro: una giovane coppia di Pordenone che giunge a Roma per preparare il matrimonio e sogna un avvenire ricco ella città eterna; un impresario musicale in pensione che non si rassegna all'inattività, e scopre nel padre del ragazzo di sua figlia un talento lirico, incapace però di dar sfogo allle sue doti canore al di fuori della doccia; un giovane studente di architettura è implicato in un triangolo che coinvolge lui, la sua fidanzata ed un'amica di quest'ultima, una nevrotica attricetta dalla vita sessuale travagliata; un uomo qualunque, impiegato d'ufficio, diventa famosissimo da u giorno all'altro e la sua vita ne viene sconvolta, per esserlo ancora di più non appena la fama acquisita se ne va.
Il difetto principale del film è la debole sceneggiatura latitante di idee: ci sono solo spunti interessanti ma sono sviluppati in modo banale e spesso tedioso; sebbene Allen mantenga il suo stile leggero e spesso divertente, molti episodi sono futili, poco approfonditi o scontati. Se ne salvano solo due: quello con Allen protagonista, che poggia sul suo personaggio, e quello del triangolo fra i tre giovani americani. Gli episodi che coinvolgono maggiormente gli attori italiani invece sono pressapochisti e simili a cartoline illustrate: non si tratta di stereotipi come alcuni hanno scritto, ma di semplice superficialità di scrittura, tanto a livello di vicenda narrata quanto a livello di descrizione dei personaggi. Anche il cast è altalenante, ma forse questo aspetto dipende maggiormente dal doppiaggio, cosa veramente orrenda dato che snatura totalmente alcuni dialoghi.
Tecnicamente è nella norma.
Debole, con qualche momento spiritoso; manca però il guizzo vincente, l'idea brillante.
Vanta inoltre una delle scene finali più brutte che abbia mai visto.
Voto: 2/5
-Blue Jasmine
USA 2013 - commedia/dramatico -98min.
L'impianto di base è palesemente tratto da Un Tram che si chiama Desiderio: Jasmine (Cate Blanchett) ricca moglie di un ricco uomo d'affari (Alec Baldwin) di New York, vagamente consapevole che lui froda il fisco, lenta a rendersi conto dei suoi continui tradimenti, ha un esaurimento nervoso quando il suo matrimonio va a rotoli, e si rifugia a San Francisco a casa della sorellastra povera, che cambia spesso compagno (quello attuale ripugna particolarmente Jasmine), in cerca di un tetto e di un lavoro; ma ricominciare una vita da zero quando si è abituati a certi standard non è facile, e nemmeno essere sinceri con le persone e con se stessi.
Ripresosi dalla sbandata romana, Woody Allen fa il suo miglior film da Matchpoint. Da tempo non era così lucido nel descrivere le contraddizioni di una persona così verosimilmente. Jasmine è una donna fragilissima, moralmente ambigua, verso cui si prova un'umana pietà ma senza assolvere le sue accidiose mancanze. Rimane a mio parere una delle interpretazioni femminili più impressionanti dell'ultimo decennio: Cate Blanchett è sempre sull'orlo del pianto, sul baratro dell'isterismo, in uno stato di tensione psicologica che riporta alla mente i migliori drammi femminili di Bergman. Qui però il dramma è stemperato dai tipici inserti di commedia Allen-iana, in cui a volte si ride ed altre si sorride con una punta di amarezza. Come spesso avviene in Allen, soprattutto nei suoi film pù seri, la conclusione è in sospeso, la regia si limita a fotografare la situazione senza facili soluzioni: è una "Jasmine a pezzi" quella ritratta, e a ricomporli non possono certo bastare i 98 minuti di film, che invece si concentrano sulla spiegazione dell'attuale stato mentale della donna, di cui si evidenziano colpe ma anche sogni, speranze, in una moltitudine di sfaccettature che rende impossibile catalogarla in modo manicheo come buona o cattiva, ma la pone invece nell'ambiguo grigiore della complessità umana. Fa da contraltare a questa figura drammatica, la coppia "comica" della sorella e del compagno, gente semplice con i suoi problemi ma che si vuole bene e che concettualmente richiama alla mente il titolo di un film precedente del regista, Basta che funzioni. E' proprio l'insoddisfazione generale di Jasmine verso al vita a renderla perennemente infelice, un male di vivere in cui tutti noi possiamo riconoscere un momento della nostra esperienza vissuta.
Splendida la messinscena, con le scenografie di Santo Loquasto che alternano ambienti chic (la casa con terrazza sulla baia di San Francisco farebbe invidia a Richard Misrach) a quartieri popolari, e la fotografia di Javier Aguirresarobe che fa ricorso al formato panoramico 2,35:1 (è solo la terza volta che Allen lo usa, dopo Manhattan e Anything Else).
Imperdibile.
Voto: 4/5
-Prendi i soldi e scappa (1969) - 2,5/5
-Il dittatore dello stato libero di Bananas (1971) - 2,5/5
-Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso * (*ma non avete mai osato chiedere) (1972) - 2/5
-Il dormiglione (1973) - 2/5
-Amore e guerra (1975) - 3/5
-Io e Annie (1977) - 3,5/5
-Interiors (1978) - 3/5
-Manhattan (1979) - 4,5/5
-Stardust Memories (1980) - 3/5
-Commedia sexy in una notte di mezza estate (1982) - 2,5/5
-Zelig (1983) - 3/5
-Broadway Danny Rose (1984) - 2,5/5
-Hannah e le sue sorelle (1985) - 3,5/5
-La rosa purpurea del Cairo (1985) - 3,5/5
-Radio Days (1987) - 3/5
-Settembre (1987) - 2/5
-Un'altra donna (1988) - 3/5
-Crimini e misfatti (1989) - 4/5
-New York Stories (1989) - 3/5
-Alice (1990) - 2,5/5
-Ombre e nebbia (1991) - 3/5
-Mariti e mogli (1992) - 4/5
-Misterioso omicidio a Manhattan (1993) - 3/5
-Don't Drink the Water (1994) - 3/5
-Pallottole su Broadway (1994) - 3,5/5
-La dea dell'amore (1995) - 3/5
-Tutti dicono I love you (1996) - 3/5
-Harry a pezzi (1997) - 4/5
-Celebrity (1998) - 3,5/5
-Accordi e disaccordi (1999) - 3,5/5
-Criminali da strapazzo (2000) - 2,5/5
-La maledizione dello scorpione di giada (2001) - 3/5
-Hollywood Ending (2002) - 2,5/5
-Anything Else (2003) - 2,5/5
-Melinda e melinda (2004) - 2/5
-Matchpoint (2005) - 5/5
-Scoop (2006) - 2,5/5
-Sogni e delitti (2007) - 3/5
-Vicky Cristina Barcelona (2008) - 2/5
-Basta che funzioni (2009) - 3/5
-Incontrerai l'uomo dei tuoi sogni (2010) - 2,5/5
-Midnight in Paris (2011) - 3/5
-To Rome with Love (2012) - 2/5
-Blue Jasmine (2013) - 4/5
Woody Allen (1935) è uno dei più importanti registi americani. Del tutto indifferente a logiche di mercato e a dictat hollywoodiani, ha scelto N.Y. come luogo privilegiato per molte sue produzioni; più apprezzato in Europa che nella madrepatria, ha attraversato varie fasi, da quella comico-demenziale degli esordi, alla commedia raffinata e malinconica degli anni 70, fino ad un'alternanza di film brillanti e spiritosi ad altri fortemente drammatici e senza speranza. Mago dei dialoghi e della battuta pronta, citazionista, esilarante attore ed accorto regista, spesso circondato da un team (tecnico ed attoriale) di primo piano, ha realizzato alcune delle più belle pellicole del cinema americano. Alterna fasi di scarsa ispirazione a momenti di grande creatività, il che forse riflette la sua personalità schizoide. Al ritmo costante di un film all'anno (a volte anche di più) non sembra avere alcuna intenzione di smettere di fare film.
-Che fai, rubi?
(What's Up, Tiger Lily?) di Senkichi Taniguchi, Woody Allen - USA/Giappone 1966 - avventura - 85min.
Nel 1965 il regista e sceneggiatore giapponese Taniguchi (1912 - 2007), amico di Kurosawa Akira, diresse il film spionistico Kizino Kizi (Secret Police: Key of Keys). L'anno seguente fu acquistato dal mercato estero e l'edizione americana fu affidata a Woody Allen. Quest'ultimo, reduce dal successo del precedente Ciao Pussycat, pensò bene di ridoppiarlo, riscriverlo ed inserirvi scene aggiuntive per trasformarlo in una parodia dei film alla James Bond, in cui gli eroi sono alla ricerca di una fantomatica ricetta di insalata di uova che permetterà a chi la possiede di dominare il mondo.
Un film più sgangherato di questo è difficile trovarlo. A parte gli assurdi interventi di Allen a inizio, metà e fine film (per una volta non doppiato da Lionello), ciò che diverte è che della storia si capisce poco o nulla tanto è assurda, e veder recitare degli attori giapponesi che pronunciano battute alla Allen ha indubbiamente un effetto straniante. Certo è che la riuscita del film dipende da quanto lo spettatore decide di stare al gioco: il completo sconvolgimento del film ha il risultato di concatenare situazioni demenziali una dietro l'altra; quindi se siete alla ricerca di trame ben definite siete capitati nel posto sbagliato. Anche coloro che apprezzano la comicità brillante dell'Allen più maturo rimarranno delusi dal livello generalmente "basso" di comicità. Non si perde molto a non vederlo, a parte qualche momento decisamente spassoso.
Voto: 2/5
-Prendi i soldi e scappa
(Take the Money and Run) di Woody Allen - USA 1969 - comico/mockumentary - 85min.
Biografia di un immaginario ladruncolo di Baltimora di stirpe ebraica, maltrattato in gioventù, senza talenti, che si improvvisa rapinatore vivendo avventure rocambolesche; il tutto raccontato sotto forma di documentario d'inchiesta.
Esordio di Allen alla regia (dopo la sceneggiatura di "Ciao, Pussycat!", la mezza regia di "Che fai, rubi?" ed anni di cabaret), è uno spassoso esercizio di comicità verbale e gestuale ricco di trovate. Battute a raffica, è spesso esilarante, anche grazie all'eccezionale mimica dell'attore-regista. Contiene già molti elementi caratteristici del suo cinema, primo fra tutti la trasposizione nel suo personaggio di caratteristiche comportamentali appartenenti a lui medesimo, in primo luogo l'amata-odiata ebraicità.
Divertente.
Voto: 2,5/5
-Il dittatore dello stato libero di Bananas
(Bananas) di Woody Allen - USA 1971 - comico - 80min.
Nell'immaginario stato sudamericano del Bananas un dittatore assume il potere con un colpo di stato. Per una serie di circostanze improbabili il collaudatore industriale Fielding Mellish (Allen) si ritrova a far parte della resistenza, fin quando non viene lui stesso eletto presidente.
Seconda regia di Allen, ancora pienamente comica. L'unico scopo del film è far schiattare lo spettatore dalle risate. A volte ci riesce, a volte no. Tuttavia l'eccezionale mimica di Allen e la sua frenetica gestualità rendono avvincenti molte gag, sparate a getto continuo per tutta la durata della pellicola. Ottima colonna sonora, mentre la recitazione è ahimè altalenante. Particolarmente divertenti i mockumentary di apertura e chiusura del film.
Così così, raccomandato solo ai fan del regista.
Voto: 2,5/5
-Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso* (*ma non avete mai osato chiedere)
(Evreything You Always Wanted to Know About Sex*(But Were Afraid to Ask)) di Woody Allen - USA 1972 - comico - 88min.
Film a episodi ispirato al libro divulgativo omonimo del sessuologo David Reuben.
-Gli afrodisiaci funzionano?
In imprecisato castello medievale, il giullare di corte (Allen) riceve dallo spirito del babbo defunto il compito di sedurre la dama del palazzo; per farlo si rivolge ad uno stregone che gli prepara un filtro d'amore, ma le cose prenderanno una brutta piega.
All'insegna del nonsense più totale, è divertente ma anche abbastanza lugubre.
-Che cos'è la sodomia?
Un dottore (Gene Wilder) riceve nel suo studio un pastore armeno che gli rivela di essere innamorato di una sua pecora di nome Daisy. Quando gliela mostra, il dottore si prende una cotta tremenda per il sensuale ovino, e instaura con esso una relazione tormentata.
Dopo Black Sheep - Pecore assassine, è un altro film che vi farà vedere gli ovini sotto un'ottica decisamente particolare. Spassoso.
-Perchè alcune donne faticano a raggiungere l'orgasmo?
In Italia, Faustino (Allen) non sa come soddisfare la moglie bolognese, apparentemente frigida. Un amico gli confida che la donna frigida non esiste di per sé, e lo esorta a trovare la fantasia giusta per stimolarla. Scopre che le piace scopare nei locali pubblici...
Questo frammento ha l'aria di essere un omaggio ai film di Antonioni, per la cura della fotografia, la gestione degli spazi ed i movimenti dei personaggi. Allen ne approfitta per limonare con una bella bionda.
-I travestiti sono omosessuali?
Un'anziana coppia borghese entra in crisi quando si scopre che lui ama vestirsi da donna. Dopo qualche titubanza, la moglie accetta la perversione del marito e ci fanno anche quattro risate sopra.
Forse è l'episodio migliore del lotto, mette in mostra una debolezza umana e come ci si possa passare sopra. Certo, serve molta buona volontà...
-Cosa sono le perversioni sessuali?
Finto quiz televisivo denominato "Qual è la mia perversione?", in cui vari concorrenti parlano a turno della questione. E' l'episodio più fiacco e meno divertente.
-Gli studi sul sesso sono affidabili?
Ricevuti in villa da eminente scienziato, uno studente (Allen) ed un'avvenente giornalista scoprono che lo scienziato è completamente pazzo e ha imbastito un laboratorio in cui compie depravati esperimenti. i due distruggono tutto, ma dalla villa in fiamme esce una tetta gigante che fa strage di gente allattandola a morte.
Parodia degli horror fantascientifici degli anni '50, diverte solo se si sta al gioco.
-Cosa succede durante l'eiaculazione?
Ovvero l'approccio sessuale di un uomo verso una donna visto dall'interno del corpo umano.
Uno degli episodi più riusciti, pieno di gag divertenti e trovate demenziali.
Conclusione: tipica comicità idiota dell'Allen prima maniera, la qualità degli episodi è altalenante, ma il film è un'ottima occasione per farsi qualche risata.
Voto: 2/5
-Il dormiglione
(Sleeper) - di Woody Allen - USA 1973 - fantascienza (comico) - 88 min.
beh, non avendo proprio nessun altra idea, mi è venuto in mente questo film, uno dei primi lavori di Woody Allen regista (e qui anche attore) alle prese ccon la parodia del genere fantascientifico. Ovviamente, essendo uno dei primi film di Allen, è una pellicola puramente comica, siamo nel campo della follia pura!!!
In sintesi, Allen viene ibernato e si risveglia nel futuro, dove prenderà parte (inutile spiegare come, anche per l'assurdità degli eventi) alla lotta della resistenza contro un mega-dittatore, che è stato quasi ucciso in un attentato: in effetti ne è sopravvissuto solo il naso, che viene tenuto in vita grazie a sofisticate e futuristiche macchine. Ovviamente tutto finirà bene, in ogni caso non è certo la trama il punto di forza del film (e vorrei vedere!) quanto la comicità: fa spisciare (scusate l'espressione) dalle risate per tutta la durata del film.
Ovvio che, counque, non è che si possa dare sta grande valutazione ad un film del genere; indubbiamente il suo scopo lo raggiunge, ma non per questo è un capolavoro nel suo genere, e non è nemmeno un granchè se comparato con altri film di Allen sullo stesso stile (a mio parere "Il dittatore dello stato libero di Bananas", o "Tutto quello che avreste sempre voluto sapere sul sesso e non avete mai osato chiedere", sono di gran lunga superiori).
In ogni caso ha la scusante di essere una delle prime opere di Woody, che sappiamo essersi rivelato un gran regista.
Quindi, se siete in cerca di risate il divertimento è garantito, ma non pensiate di vedere chissà cosa..
Voto: 2/5
-Amore e guerra
(Love and Death) di Woody Allen - USA 1975 - commedia - 85min.
Boris Grushenko (Allen), ebreo polacco impacciato e innamorato della cugina Sonia (Diane Keaton) che ama suo fratello, è da quest'ultima incitato affinchè compia un attentato contro Napoleone, che minaccia la grande madre Russia.
In pochi anni Allen passa dalla comicità pura alla commedia grottesca, senza perdere il suo gusto per le gag surreali che spesso sconfinano nel fantastico. Dopo la parodia fantascientifica de Il dormiglione il regista si cimenta con quella in ambito di ricostruzione storica con risultati sicuramente migliori. Interpretando perfettamente la parte del fallito insicuro (il regista stesso è in terapia psicanalitica dal 1959) Allen ha costruito il personaggio che riproporrà costantemente nel corso della sua carriera. Memorabili duetti verbali con Diane Keaton per il secondo film che li vede insieme sullo schermo (dopo "Provaci ancora, Sam",1972).
Divertentissimo, anche per la sarabanda di omaggi e citazioni, dal montaggio delle attrazioni di Ejenstejn al cinema intimista di Bergman.
Voto: 3/5
-Io ed Annie
(Annie Hall) di Woody Allen - USA 1977 - commedia - 93min.
Alvy Singer (Allen), attore e volto noto della tv americana, ha dei problemi a relazionarsi con l'altro sesso. Un giorno il suo amico Rob (Tony Roberts) gli fa conoscere Annie Hall (Diane Keaton), cantante in night club. Alvy se ne innamora, ma la relazione è incerta fra alti e bassi.
Oscar per miglior film '77, è un punto di svolta nella carriera di Allen verso film più ambiziosi e non più prettamente comici. E' il tentativo di analizzare i rapporti di coppia (in particolare la sua relazione con la Keaton) e le difficoltà della comunicazione fra uomo e donna. i dialoghi, fino a quel momento al servizio di una buffoneria fine a sé stessa, diventano più realistici e, seppur spesso divertenti, sconsolati e denunciatari di un certo malessere esistenziale. non mancano gag puramente comiche (le aragoste, il ragno). E' soprattutto una dichiarazione d'amore per l'amata compagna Diane Keaton (il cui vero cognome è appunto Hall), che considererà sempre il grande amore della sua vita (come ha lui stesso dichiarato). Tecnicamente Allen fa ricorso a moltissimi espedienti: animazione, frammentazione temporale, sottotitoli, doppia esposizione, il tutto per ritrarre la confusione mentale dei due scombinati protagonisti.
Oggetto di vari ripensamenti da parte di Allen stesso (il primo director's cut superava le abbondantemente le due ore), risulta uno dei lavori più creativi del regista.
Da vedere.
Voto:3,5/5
-Interiors
di Woody Allen - USA 1978 - drammatico - 93min.
Una famiglia altolocata entra in crisi quando il capofamiglia annuncia la decisione di volersene andare di casa. La moglie entra in depressione e medita il suicidio; le tre figlie reagiscono in modi differenti, chi con rabbia, chi con nervosismo, chi con indifferenza. La situazione peggiora quando l'uomo annuncia di aver trovato una nuova compagna e di volersi risposare.
Probabilmente è il film più cupo (non solo per la fotografia prevalentemente notturna) di Allen, che non vi recita. Con un gruppo d'attori affiatato, camera quasi statica, assenza di colonna sonora, il regista descrive con profondo pessimismo l'incapacità umana di costruire rapporti saldi e duraturi, e di come l'inespresso, il non detto possa avere disastrose conseguenze: l'infelicità coniugale (che sembra riflettersi anche nei rapporti delle figlie con i rispettivi compagni) è il risultato di un'esistenza che si è trascinata senza entusiasmi nè aspettative: i personaggi semplicemente galleggiano tra i tormentati flutti dell'esistenza.
Lento e tetro, deve essere seguito con partecipazione per non annoiarsi.
Voto. 3/5
-Manhattan
di Woody Allen - USA 1979 - commedia - 96min.
A Manhattan, un ritratto sconsolato della vuota upper middle-class liberal che il regista ben conosce: Isaac Davis (Allen) vanta un lavoro insoddisfacente, un matrimonio andato in frantumi con una donna (Meryl Streep, bravissima) diventata lesbica a cui è affidata la custodia del figlio, che sta scrivendo un romanzo sulla loro relazione mettendo a nudo tutti i di lui difetti, una relazione con una studentessa diciassettenne (Mariel Hemingway), l'unica che provi affetto sincero per lui, ma che lui sprona a non innamorarsi e a vivere la sua vita e la cotta spaventosa per l'amante (Diane Keaton, ovviamente) del suo migliore amico, che con essa tradisce la moglie. Sullo sfondo una Manhattan magica, quasi mistica, monumentale e vuota, fotografata in un B/N spettrale e accarezzata dalle musiche di Gershwin (la celebre "Rapsodia in blu").
Affresco di una società afflitta dalla malattia della solitudine e dell'incomunicabilità, questo film è da molti considerato il miglior film di Allen. E' un capolavoro indimenticabile di sceneggiatura e fotografia, contraddistinto da una malinconia di fondo che provoca tristezza e divertimento insieme. Mai più Allen riuscirà a rendere i suoi personaggi (compreso lui stesso) così vulnerabili, patetici, umani. Contrassegnato da una divertentissima sequenza d'apertura ed una straordinaria chiusura (forse il momento emotivamente più denso ed intenso, pur essendo filmato con leggerezza e brevità, di tutto il suo cinema) è paradigmatico del pessimismo di fondo del suo autore, caratterizzato da una sostanziale sfiducia negli uomini.
Resterà come documento dei tempi e di un autore unico.
Memorabile, imperdibile, con la sua alternanza di momenti lieti e tristi "Manhattan" è LA commedia per eccellenza.
Voto: 4,5/5
-Stardust Memories
di Woody Allen - USA 1980 - commedia - 91min.
A questo film è stata mossa la critica di aver copiato "8 e 1/2 ", e perciò è stato generalmente snobbato. In realtà la pellicola, che ci presenta un weekend della vita di un regista (Allen) alle prese con le sue manie, paranoie, immaginazioni, amanti (fra cui Charlotte Rampling), ha diversi momenti puramente personali, come il fuoco di fila di battute nelle scene di conferenza stampa, lo stile decostruito cui Allen ricorrerà in Harry a pezzi, il citazionismo (che è stato scambiato per emulazione) verso Fellini ed il neorealismo italiano (il ricorso al B/N, la scena della visione al cinema di "Ladri di biciclette"). Ricco di spunti ed invenzioni, risulta quindi una visione piacevole e stimolante, sebbene la sua realizzazione dia l'impressione di un'accozzaglia di idee non del tutto risolte. E' consigliabile soprattutto agli estimatori dell'attore/regista.
Voto:3/5
-Commedia sexy in una notte di mezza estate
(A Midsummer night's Sex Comedy) di Woody Allen - USA 1982 - commedia - 88min.
Agli inizi del '900, in una tenuta di campagna vicino N.Y. una coppia borghese, composta da uno strampalato inventore (Allen) e dalla sua infelice moglie, ospita per un weekend un gruppo di amici, fra cui una vecchia fiamma di lui (Mia Farrow). Le coppie scoppiano.
Finito il rapporto sentimentale con Diane Keaton (e sospeso quello lavorativo, che avrà un'eco solo nel 1993) questo film segna l'inizio della fase Allen-Farrow; è una commedia spensierata e libertina sulle difficoltà del rapporto di coppia, sugli amori mancati e quelli impossibili. L'amenità del luogo fa da contraltare alla tempesta di sentimenti che affligge i personaggi, tutti ben interpretati. Leggero, divertente, può costituire un rilassante ed accessorio passatempo. Di certo non è fra i film fondamentali del regista.
Voto: 2,5/5
-Zelig
di Woody Allen - USA 1983 - commedia/mockumentary - 79min.
E' un finto documentario ambientato negli anni Trenta a N.Y. su Leonard Zelig, ebreo, che ha sviluppato la capacità incredibile di trasformarsi in qualunque tipo di individuo gli si pari davanti; gli scienziati che studiano il caso interpretano il comportamento di Zelig come un meccanismo psicologico per cercare di essere accettato dalla comunità. La dottoressa che si occupa di lui, Eudora Fletcher (Mia Farrow), riuscirà a curarlo e lo sposerà. Tutta la vicenda è raccontata da una voce narrante stile documentario televisivo, con tanto di finti spezzoni d'epoca e intervista a personalità intellettuali nella parte di loro medesimi.
E' il film più originale di Allen, un capolavoro di tecnica: grazie agli ottimi effetti speciali e ad un montaggio strepitoso la ricostruzione storica è credibilissima. E' un film abbastanza complesso, che non si capisce bene dove voglia andare a parare: forse è la storia della difficoltà di integrazione degli ebrei nella società americana?
Il sospetto è che sia più che altro un'esibizione del genio egomaniaco del regista e della sua traboccante inventiva. Al limite dell'esercizio di stile, è un film da prendere o lasciare.
Voto: 3,5/5
-Broadway Danny Rose
di Woody Allen - USA 1984 - commedia - 81min.
E' la biografia dell'immaginario Danny Rose (Allen), manager di artisti da strada, che lancia verso il successo per essere da loro abbandonato. le sue peripezie vengono raccontate da un gruppo di conoscenti dell'ambiente che stanno chiacchierando in un bar. Uno di loro in particolare si sofferma sulla sua più incredibile avventura, che coinvolge il cantante confidenziale Lou Canova, la di lui amante (Mia Farrow) ed una pericolosa famiglia mafiosa.
Tipica commedia alla Woody Allen con la novità dell'ambiente mafioso ed italoamericano in generale, è al solito il ritratto di un fallito, innamorato del suo mestiere (l'ambiente descritto è ben conosciuto dal regista che fece anni e anni di cabaret prima di esordire al cinema) ma incapace di riconoscere che i suoi "artisti" puntano al successo più che alla gloria, motivo per cui lo scaricano regolarmente una volta divenuti famosi. non mancano i momenti spassosi, fra cui i duetti Allen-Farrow; fotografato in B/N e realizzato con una particolare cura per la ricostruzione ambientale.
Accessorio, ma divertente.
Voto: 2,5/5
-Hannah e le sue sorelle
(Hannah and her sisters) di Woody Allen - USA 1985 - commedia - 106min.
Un anno nella vita di Hannah (Mia Farrow), sposata con un uomo (Michael Caine) che si è preso una cotta per una delle sue due sorelle (Barbara Herhsey), che però convive con un anziano pittore (Max von Sydow) mentre l'altra (Dianne West) tabagista ed ex cocainomane, finisce per farsela con il suo primo marito (Woody Allen), ipocondriaco scrittore per trasmissioni tv.
Crisi coniugali, scambi di partner, relazioni complicate: tutto il meglio di un Allen in forma, in equilibrio fra umorismo e dramma, come nelle sue opere migliori, dà vita ad una lunga e coinvolgente commedia sulla precarietà dei sentimenti e sulla difficoltà di mantenere stabili i rapporti di coppia. Ottimo il cast, belle le musiche jazz. Insolitamente lieto ed ottimista, finisce bene per tutti quanti. Il personaggio di Allen è forse quello più fuori contesto degli altri, ma la sua presenza rende il film ancor più divertente e piacevole: i suoi sono i momenti di maggiore spasso.
E' consigliabile a chi del regista non sopporta il nichilismo ed il pessimismo cosmico. In questo senso anticipa il recente Basta che funzioni.
Gradevolissimo il contributo di von Sydow. Comparsata di John Turturro.
voto: 3,5/5
-La rosa purpurea del Cairo
(The Purple Rose of Cairo) di Woody Allen - USA 1985 - commedia/fantastico - 82min.
1930, New Jersey. In piena Grande Depressione, Cecilia (Mia Farrow) moglie obbediente ed infelice di un uomo burbero e alcolizzato, si rifugia nella fantasia e nei film. Un giorno il suo personaggio preferito del film "La rosa purpurea del Cairo" (Jeff Daniels) esce dallo schermo, confessandole di averla notata dall'altra parte dello schermo e di essersi innamorato di lei. Scoppia un caso nazionale.
E' un Allen immaginoso e in gran forma a dar vita ad una delle commedie più surreali in assoluto, dove il confine tra realtà e finzione è più volte oltrepassato da ambo le parti, con un effetto di straniamento inedito per lo spettatore, ed una sceneggiatura che è sicuramente una delle più formidabili del regista. Interpretato da un cast eccezionale, è un omaggio all'arte del cinema ed al suo potere di evasione, ma anche una riflessione amara sulla misera ed infelice esistenza di una persona umile e buona; è inoltre un'efficace ricostruzione ambientale ed una divertentissima fiaba moderna; in effetti è, assieme ad Alice, il film di Allen che più scivola nel fantastico, nell'onirico, nel felliniano.
Da vedere.
Voto: 3,5/5
-Radio Days
di Woody Allen - USA 1987 - commedia - 84min.
E' la storia di una famiglia ebraica americana di Rockaway Beach, zona residenziale del Queens, a cavallo fra gli anni '30 e '40, l'epoca in cui la radio spopolava negli States, prima della diffusione della tv.
Il film è parzialmente autobiografico (la voce narrante è quella di Allen, che però non vi compare mai fisicamente) e racconta le vicissitudini dei vari membri della famiglia dal punto di vista del bambino di casa Joe (Seth Green), fan di una fiction radiofonica sull'eroe "Il Vendicatore Mascherato".
La storia si conclude la notte del New Year's Eve del 1944, con un commento malinconico del narratore che rimpiange quegli anni magici che pian piano si allontanano sempre più.
Il film non ha una costruzione lineare, è più che altro un accumulo di episodi, alcuni molto divertenti, altri quasi surreali, altri tragici, che hanno segnato l'infanzia del protagonista e che descrivono l'ambiente modesto della comunità ebraica dove Allen è cresciuto. Raccontano anche molto sulla società del tempo, sulle marcate differenze di classe, etnia e quartiere, e dipingono i quartieri centrali di N.Y. come un luogo magico e fantastico, di cui Allen è sempre stato innamorato. Ampio spazio, ovviamente, è riservato alla musica di quegli anni e spiega la predilezione del regista per i pezzi dell'epoca.
Sono da segnalare l'ottima ricostruzione ambientale e il cast (Dianne West specialmente, nella parte della zia zitella di Joe) vivace ed affiatato.
Ha i limiti di un'operazione nostalgica, ovvero potrebbe non interessare coloro che non hanno vissuto in quei luoghi e in quell'epoca, mentre è sicuramente interessante per gli estimatori del regista che potranno scoprirne le origini raccontate dal diretto interessato.
Voto: 3/5
-Settembre
(September) di Woody Allen - USA 1987 - commedia - 82min.
Durante un'estate si ritrovano nella stessa abitazione Lane (Mia Farrow), che ha tentato il suicidio e sta lentamente tentando di tornare alla normalità, il vicino di casa Peter (Sam Waterson), scrittore in crisi creativa di cui è infatuata, la madre petulante di lei Diane (Elaine Stritch) con il compagno Lloyd (Jack Warden), l'amica Stephanie (Dianne West) arrivata per assisterla ma invaghitasi, ricambiata, di Peter, e il vicino di casa insegnante Howard (Denholm Elliot) che ha badato a lei in questo difficile periodo e se ne è innamorato.
Quindi Howard ama Laine che ama Peter che ama Stephanie: bel casino.
Malgrado le premesse non è un film allegro, è anzi un film di interni fisici e mentali come lo era Interiors, cupo ed incolore, un concentrato di malinconia, tristezza, delusioni e rimorsi. Tuttavia il film non funziona come l'altro per una serie di ragioni: una lentezza di fondo che lo rende pesante da seguire; personaggi cui non ci si affeziona (senza contare che quello della Farrow è assolutamente insopportabile nella sua passività); buio da affaticare la vista; monotonia nella riproposizione di temi affrontati dal regista tante volte senza novità significative.
Allen è sicuramente un maestro nel descrivere le psicologie umane, ma resta l'impressione di un esercizio di stile fine a sè stesso.
Voto: 2/5
-Un'altra donna
(Another Woman) di Woody Allen - USA 1988 - commedia/drammatico - 84min.
Un altro ritratto sconsolato dell'upper-middle class di Manhattan: questa volta la protagonista è una donna scrittrice (Gena Rowlands) in periodo di blocco creativo, che ascolta dal suo appartamento le conversazioni che avvengono in quello adiacente al suo, adibito a studio di uno psicanalista. Attraverso le vicende narrate al dottore da parte di una ragazza (Mia Farrow), la donna è portata a ripensare alle occasioni perdute, alla triste monotonia del suo matrimonio, alla sua vita apatica e priva di stimoli.
Un altro film drammatico di Allen e uno dei più riusciti in questo ambito, che malgrado tutto non si lascia precipitare nel pessimismo nichilista solito del regista, anzi ritrae una donna che nonostante la vacuità della propria esistenza non vuole arrendersi a questa sua condizione. Recitato benissimo, include anche un ruolo per Ian Holm, attore ammirevole che è stato sempre poco sfruttato. Non è fra i più conosciuti film di Allen, invece val bene la visione.
Voto: 3/5
-Crimini e misfatti
(Crimes and Misdemeanors) di Woody Allen - USA 1989 - commedia/drammatico - 107min.
Judah Rosenthal (Martin Landau) è un oculista ebreo di grande prestigio a New York; la sua immagine impeccabile nasconde una frequentazione adulterina con l'hostess Dolores (Anjelica Huston) e alcuni illeciti movimenti finanziari. Quando l'amante, stufa della situazione ed in collasso nervoso, minaccia di rivelare tutto alla moglie di lui, il medico pensa a come sbarazzarsene.
Cliff Stern (Allen), regista di documentari che nessuno produce, ha un matrimonio infelice, una sorella con problemi relazionali, e una cotta per la produttrice (Mia Farrow) di un documentario incensatorio sullo show-man Lester (Alan Alda) a lui insopportabile.
Le due storie, una drammatica una semicomica, sono destinate, seppure per un attimo ad incrociarsi.
E' uno dei migliori film di Allen, di cui si possono elencare solamente pregi: recitazione, sceneggiatura, regia, fotografia (del grande Sven Nykvist) colonna sonora sono a livelli altissimi. Le due storie sono al servizio di una discussione sui massimi sistemi, sul problema della giustizia nel mondo, su bene e male, sull'esistenza di Dio, dubbio che ha sempre attanagliato l'anima tormentata del regista. Se la vicenda di cui Allen è protagonista ricalca situazioni tipiche dei suoi film precedenti, la storia del dottor Rosenthal raggiunge una vetta di drammaticità inedita in Allen, pur senza risultare mai opprimente per lo spettatore: è un risultato straordinario che pochi avrebbero saputo ottenere. Difficile stabilire se il regista, nelle sconsolate battute finali, sia estremamente pessimista o estremamente realista.
Crimini e misfatti è al contempo una delle migliori commedie ed uno dei migliori film drammatici che potrete mai vedere, battuto solo dal successivo Matchpoint per radicalità dei contenuti e pessimismo nichilista.
Voto: 4/5
-New York Stories
di Martin Scorsese, Francis Ford Coppola, Woody Allen - USA 1989 - episodi/commedia - 123min.
Tre episodi, tre grandi registi, n.Y. come città protagonista, incrocio di mondi ed esistenze sui generis:
-Lezioni dal vero (Life lessons, di Scorsese): un pittore (Nick Nolte) che accoglie nel suo studio una donna (Rosanna Arquette) con cui aveva avuto una relazione e di cui ancora è innamorato, mentre per lei non significa più nulla; lui è vittima, lei è carnefice. Quando lei se ne va lui ricomincia a vivere.
E' l'episodio migliore, il più inventivo registicamente, il più musicale e dinamico, e quello con il protagonista più simpatico, un ottimo Nick Nolte. Ritrae la vita sconsolata di chi ama non ricambiato. N.Y. è vista come una città fredda, piena di gente ma vuota di sentimenti, come la bella Arquette. fotografia di Nèstor Almendros.
-La vita senza Zoe (Life Without Zoe, di Coppola): Zoe, figlia di una fotografa che sta sempre in qualche località esotica e di un padre (Giancarlo Giannini) flautista sempre in turnè, vive in una suite di albergo servita e riverita da un maggiordomo che le fa da padre. Frequenta bambini ricchissimi come lei e risolve i problemi di mamma e papà.
Insomma due adulti un po' irresponsabili ed una figlia più matura di loro. N.Y. come luogo da cui fuggire, come gabbia dorata, come artificio sfarzoso quanto vuoto. Elegante e sontuoso, l'episodio è tuttavia il meno riuscito del terzetto, per una certa tendenza all'esagerazione della messinscena che sacrifica molto la descrizione dei personaggi, ridotti spesso a poche battute e qualche primo piano. Notevoli comunque le scene ed i costumi. Il titolo è un gioco di parole: Zoe in greco significa "vita". Fotografia di Vittorio Storaro.
-Edipo relitto (Oedipus Wrecks, di Allen): rapporto conflittuale madre-figlio, lui non sopporta lei, che per tutta risposta scompare, appare in forma soprannaturale sopra il cielo di N.Y., torna a sembianze umane quando riesce ad ottenere che il figlio lasci la sua compagna (Farrow) che a lei non andava a genio e si metta con un'altra che le garba.
N.Y. è una città impicciona ed invadente in questo film di Allen, uno dei suoi più strampalati e grotteschi, e non del tutto risolti. Vale per l'immagine finale, per lo sguardo misto di rassegnazione e dolcezza verso l'amata/odiata figura materna; trattandosi di Allen è lecito presupporre elementi autobiografici. il difetto principlae sta nella scarsezza di materia narrativa, appena sufficiente per i 40 minuti circa di durata. Accessorio, ma talmente assurdo da essere divertente.
Voto: 3/5
-Alice
di Woody Allen - USA 1990 - commedia/fantastico - 106min.
Ricca donna dell'alta borghesia newyorkese (Mia Farrow) sposata con un marito fedifrago (William Hurt) ma lei non lo sa, è scontenta della sua vita sacrificata all'uomo e ai figli e spesa dietro creme, massaggi e pseudo-amiche chiacchierone. Invaghitasi del padre (Joe Mantegna) di una bimba che frequenta la stessa scuola dei suoi due figli, cerca una soluzione affidandosi alle "cure" di un saggio medico alternativo cinese (Keye Luke) che, per mezzo di erbe dai poteri magici, la aiuta a cercare una nuova direzione da dare alla sua vita.
C'è una corposa componente fantastica in questo film, l'undicesimo di Allen che vede la Farrow come attrice: un filtro d'amore, un volo sopra N.Y., uno spirito, erbe dell'invisibilità. C'è poi una curiosa componente mistica, che si manifesta nella figura di madre Teresa di Calcutta e nel finale (dal dizionario dei film Morandini) "...quasi costernante nel suo moralismo".
Film anomalo per Allen, di solito molto più realistico e tetro; sembra di assistere ad una favola moderna, ed in effetti il nome della protagonista suggerisce una componente meravigliosa di cui il film è pregno.La fotografia suggestiva contribuisce a rendere il paesaggio di New York surreale e in un certo modo "magico", grazie agli insoliti ambienti ripresi (lo zoo, la scuola, China Town) ed alle condizioni atmosferiche nebulose, che si rischiarano solo nel finale pacificante per l'anima della protagonista.
Tuttavia la pellicola non sembra del tutto risolta, soprattutto nella parte finale, un po' troppo artificiosa e inconcludente, ed in generale i personaggi non risultano molto interessanti. Quel che Allen non è riuscito a fare è rendere coinvolgente la vicenda.
Voto: 2,5/5
-Ombre e nebbia
(Shadows and Fog) di Woody Allen - USA 1991 - commedia/noir - 86min.
Nell'Europa centrale degli anni '20, in una imprecisata città avvolta nella nebbia notturna, uno strangolatore si aggira per anfratti oscuri mietendo vittime. Un gruppo di cittadini volontari, fra cui l'impacciato Kleinman (Allen) pattugliano le strade per sgominarlo. Gli indizi però sembrano portare allo stesso Kleinman che, totalmente estraneo ai fatti, si vede braccato dalla comunità. La sua vicenda si incrocia con quella di un circo ambulante, in particolare con una mangiatrice di spade (Mia Farrow) e il suo compagno (John Malkovich).
Omaggio al noir, al cinema tedesco degli anni '20-30 (il primo pensiero va ovviamente al capolavoro di Lang, M - Il mostro di Dusseldorf, oltre che a Il Dottor Mabuse), è in realtà una commedia rocambolesca fotografata in modo affascinante, con un ottimo B/N che contribuisce a creare un senso di mistero. Afflitto da qualche difetto, come gli inutili personaggi delle prostitute e tutte le scene ambientate nel bordello, che di per sè non aggiungono nulla al film, ed il finale frettoloso con un criptico messaggio ("Tutti abbiamo bisogno di illusioni"), è pur sempre un valido omaggio al cinema del passato rielaborato originalmente da Allen, che riesce a rendere comica anche la situazione più seria. Francamente sembra pretestuosa ed eccessiva l'affermazione del dizionario Morandini, secondo cui si può leggere come "...una parabola sull'antisemitismo, sull'identità ebrea e sulla pesante colpevolezza che per tradizione le è stata accollata (...) il film più grave di Allen, il più civilmente impegnato.": vede un'eccessiva critica sociologica in un film a mio parere assai meno ambizioso.
Voto: 3/5
-Mariti e mogli
(Husbands and Wives) di Woody Allen - USA 1992 - commedia/drammatico - 107min.
Due coppie di mezza età della borghesia di Manhattan (Woody Allen-Mia Farrow, Sydney Pollack-Judy Davis): i primi, felicemente sposati, entrano in crisi quando gli altri annunciano loro di aver deciso di separarsi. Ognuno reagisce in modo diverso: il mondo dei primi due va in pezzi, quello dei secondi pian piano si ricompone.
Uno dei migliori risultati di Allen regista, uno dei suoi film meglio recitati (memorabile Pollack, considerando che il suo vero lavoro è la regia); è all'insegna di un pessimismo radicale basato sulla convinzione che sia il caos a muovere i fili della vita, e che le persone si dibattano invano nel tentativo di farla girare come vogliono: tutti sono preda degli eventi. L'ambientazione (una N.Y. autunnale, grigia e fredda, che rimanda a Interiors) è il corrispettivo del vuoto esistenziale dei personaggi. Anche lo stile di ripresa (telecamera a spalla che si aggira inquieta per il setting) riflette il dimenarsi frenetico dei protagonisti verso un qualcosa di ignoto persino a loro.
Coinvolge, immalinconisce, fa anche sorridere.
Da vedere.
Voto: 4/5
-Misterioso omicidio a Manhattan
(Manhattan Murder Mystery) di Woody Allen - USA 1993 - commedia/giallo - 104min.
Finito il sodalizio con Mia Farrow, Allen torna a duettare con Diane Keaton a 14 anni di distanza dall'ultima loro collaborazione.
I coniugi Larry (Allen) e Carol (Keaton) Lipton incrociano una sera i loro vicini di casa, una coppia di anziani, con cui non avevano mai interloquito, e prendono un caffè da loro. La sera seguente la donna muore di infarto. Carol sospetta che la morte della donna sia stata provocata, mentre Larry non ne vuol sapere e la prende per paranoica. Pian piano però un susseguirsi di strani avvenimenti convince i due coniugi e dei loro amici ad indagare più a fondo nel mistero. Rischieranno guai grossi.
Il ruolo di Carol era inizialmente stato concepito per essere interpretato dalla Farrow, ma Diane Keaton se la cava egregiamente, e risulta forse più adatta alla parte di quanto potesse esserlo la seconda compagna di Allen. Il film trabocca di citazioni, Orson Wells in primis (La signora di Shanghai), passando per La fiamma del peccato, ed è un omaggio ai gialli di Hitchcock, conditi con una forte dose di comicità surreale propria di Allen. E' un divertissement giocato sul senso di mistero che coinvolge lo spettatore, il quale fino all'ultimo non sa se la supposizione di Carol sia vera o no.
Un appunto è da fare sullo stile di ripresa, basato spesso su telecamere a spalla, con ondeggiamenti sinceramente fastidiosi, che dovrebbero rendere la concitazione e la frenesia di azioni e personaggi.
Molto divertente.
Voto: 3/5
-Don't Drink the Water
USA 1994 - commedia - 100min.
Film per la tv, mai arrivato in Italia, basato sulla piece teatrale omonima dello stesso Allen, già portata sullo schermo da Howard Morris nel 1966 (Come ti dirotto un jet): in un imprecisato stato satellite dell'URSS, un ambasciatore americano deve assentarsi, lasciando le redini della diplomazia all'inesperto figlio Axel (Michael J. Fox), che si trova imprvvisamente a gestire una crisi diplomatica quando una famiglia di turisti americani (padre, madre, figlia) si rifugia nella struttura per fuggire ai tumulti popolari. Progetterà un piano er farli fuggire dal paese in incognito.
Allen e la sua squadra abituale dell'epoca (Carlo di Palma alla fotografia, Susan E. Morse al montaggio) confezionano una perfetta opera per la tv: immagine sempre chiara e leggibile sul piccolo schermo, con praticamente un unico setting in cui i personaggi sono inquadrati per lo più con piani americani. Dialoghi veloci e brillanti, che lasciano ampio spazio ai comprimari oltre che ad Allen stesso. In 100 minuti ci sono satira politica, commedia sentimentale e comicità surreale (esilarante la figura del prete prestigiatore).
L'unica cosa che sinceramente mi lascia perplesso è il titolo, che non sono riuscito a spiegarmi...
Voto: 3/5
-Pallottole su Broadway
(Bullets Over Broadway) di Woody Allen - USA 1994 - commedia - 98min.
Brillante commedia di stampo gangsteristico calata nella N.Y. degli anni '20.
David Shayne (John Cusack) è un autore teatrale senza molto successo, che sta tentando di mettere in piedi una commedia di scarso valore. Per disperazione accetta di farsi finanziare da un gangster, che però gli impone la sua donna (totalmente incapace a recitare) come attrice. Fortunatamente Shayne riesce anche ad ingaggiare la ex diva del teatro Helen Sinclair (Dianne West), ormai sul viale del tramonto, che si innamora persino di lui. La commedia però pare non funzionare del tutto, finchè l'autore non riceve un aiuto provvidenziale dalla persona meno sospettabile del mondo, uno scagnozzo (Chazz Palmintieri, eccezionale) del boss mafioso che produce lo spettacolo.
In connubio costante con l'assurdità più totale, è un film spassoso pieno di inventiva, con un'ottima scenografia e fotografia, che si appoggia sul brio degli interpreti, tutti bravi, e su una sceneggiatura imprevedibile. Allen potrà dire di non essere un artista (battuta pronunciata dal protagonista del film), ma anche quando fa film leggeri come questo riesce a colpire con la sua inventiva formidabile ed i suoi dialoghi esilaranti.
E' forse il film di Allen dove muore più gente.
Voto: 3,5/5
-La dea dell'amore
(Mighty Aphrodite) di Woody Allen - USA 1995 - commedia - 95min.
Lenny Wienrib (Allen), giornalista sportivo, è sposato con Amanda (Helena Bonham Carter) dalla quale non ha ancora avuto figli anche se li vorrebbe. I due decidono di adottarne uno. Il bambino è estremamente intelligente e dotato, e a Lenny viene voglia di scoprire chi sia la madre naturale. La storia è narrata da un coro greco come fosse una tragedia antica.
E' una commedia spassosa e completamente assurda che narra di una vicenda assai improbabile, tanto quanto quelle delle tragedie classiche. E' forse una delle storie più scombinate mai filmate dal regista, che di conseguenza opta per uno scivolamento nel comico surreale con i buffi siparietti del coro in un teatro greco. Numerose le gag che rendono la pellicola semplicemente irresistibile, grazie anche ad un Allen in forma smagliante, specialmente nei duetti dialogici con la madre naturale di suo figlio, la pornoattrice Judy Orgasm (Mira Sorvino).
La morale? Godetevi la vita come viene e non lamentatevi troppo.
Voto: 3/5
-Tutti dicono I Love You
(Everyone Says I Love You) di Woody Allen - USA 1996 - commedia - 101min.
Vita di una famiglia liberal di New York raccontata dall'adolescente Djuna (Natasha Lyonne): la madre Steffi (Goldie Hawn) si dedica a iniziative benefiche, è divorziata dal primo marito Joe (Allen), padre di Djuna, che vive a Parigi e non riesce a trovare la donna ideale, finché si invaghisce di una turista americana di nome Von (Julia Roberts). Bob (Alan Alda), l'attuale compagno di Steffi, è un democratico convinto che non sopporta la sbandata repubblicana del figlio maschio Scott (Lukas Haas); ha anche un'altra figlia di nome Skylar (Drew Barrymore) promessa sposa di Holden (Edward Norton) ma che si invaghisce del criminale Charles (Tim Roth) e altre due, più piccole, Lane (Gaby Hoffmann) e Laura (Natalie Portman), entrambe innamorate dello stesso giovanotto. C'è anche un vecchio nonno rimbambito accudito dalla domestica.
Commedia musicale (stacchetti coreografici sulle musiche stile swing 30-40 orchestrate da Dick Hyman) molto divertente che si snoda attraverso le tre città preferite di Allen (N.Y., Parigi, Venezia), all'insegna del caos più totale che l'amore genera nella vita delle persone. Molti gli elementi surreali (il balletto degli ectoplasmi su tutti) in un film che vuol essere spensierato, giocondo e musicale. E' una gioia per le orecchie e per gli occhi; inoltre tutti i protagonisti sono simpatici e convincenti.
Il ballo finale fra Allen e la Hawn, giustamente famoso, è di una magia e semplicità al tempo stesso che commuove, e vale da solo l'intero film.
Voto: 3/5
-Harry a pezzi
(Deconstructing Harry) di Woody Allen - USA 1997 - commedia - 96min.
Frammenti di vita di Harry, scrittore psicologicamente e sentimentalmente fallito, che nei suoi libri riporta particolari autobiografici non troppo velati, tanto da suscitare le ire della ex moglie; Deve essere onorato all'università dove insegnava ma non ha nessuno con cui andarci: raccatta un amico, una puttana afroamericana, il figlioletto rapito per strada dalle grinfie della coniuge e parte. Si inframezzano alla vicenda degli episodi di alcuni suoi libri (quindi della sua vita), arrivando a con-fondere i diversi piani di realtà.
E' una commedia originalissima e spassosa sul pericoloso mestiere della scrittura creativa: a forza di pescare dal proprio vissuto, un autore riversa parte di sé nelle proprie opere al punto di non riuscire più distinguere realtà e finzione; narrativamente arzigogolato e caotico, è come spesso accade in Allen una messa in scena delle proprie manie ed ossessioni, con tutti i topoi tipici del regista: riferimenti all'ebraismo, psicanalisi, rapporti conflittuali con l'altro sesso.
Alcune invenzioni geniali (Robin Williams "fuori fuoco") mostrano tutto il talento del regista, inalterato dopo tanti anni di onorata carriera. E' un pò triste vederlo nei film di quel periodo, a cavallo fra i '90 e i '00, senza una partner di vita e di recitazione come erano state la Keaton e la Farrow (e prima della sua nuova musa Scarlett Johansonn).
Da vedere.
Voto: 4/5
-Celebrity
di Woody Allen - USA 1998 - commedia - 113min.
La vita di un giornalista (Kenneth Branagh) alle prese con i vizi, i peccati, i capricci delle celebrità; separato dalla moglie, convivente con una donna, infatuato di una ragazza, anch'egli vive gli stessi squilibri dei membri dello star system. La scritta "HELP" compare in cielo a inizio e fine film, come estrema dichiarazione di stato d'emergenza esistenziale.
Uno dei migliori Allen anni '90, è una satira intelligentissima, divertente e accattivante ambientata in una N.Y. fotografata nell'amato B/N del grande Sven Nykvist; il cast è formidabile a cominciare da un Branagh irresistibile, per poi passare a tutti i comprimari, fra cui spiccano Di Caprio, Charlize Theron e Wynona Ryder. Molte le situazioni spassose e molti gli spunti di riflessione in un film comunque leggero e brioso.
Da come Allen ha dipinto Manhattan nel corso degli anni, pare proprio un girone infernale, ma il rapporto che lega il regista alla città rimane sempre di odio/amore: non si è solo frastornati dal mondo ritratto nella pellicola, se n'è anche affascinati.
Voto: 3,5/5
-Accordi e disaccordi
(Sweet and Lowdown) di Woddy Allen - USA 1999 - commedia/mockumentary - 95min.
Dolce e di bassa morale: così Allen, al suo 30esimo film, presenta al mondo la figura (immaginaria) del chitarrista jazz bianco Emmet Ray (Sean Penn) attivo sulla scena musicale americana degli anni '30, bravissimo ma mancante di quel pizzico di genialità che non manca invece al suo idolo, il francese Django Reinhardt (1910-1953). Si tratta di un escamotage per un ennesimo autoritratto del regista? Sicuramente lo è per quanto riguarda l'amore per il jazz: il film è molto musicale e, se il genere piace, può risultare molto piacevole anche solo da ascoltare. Alla recitazione pensa l'ottimo Sean Penn affiancato da un cast in forma tra cui, più che Uma Thurman, spicca Samantha Morton che, nel ruolo dell'amante muta di Emmet, è eccezionale nell'esprimere senza parlare. Ottima anche la ricostruzione ambientale, insolita in Allen che poche volte è evaso dalla sua amata/odiata Manhattan, almeno fino all'ultimo decennio. Qui lo fa con disinvoltura e riuscendo, grazie anche all'ottima fotografia di Zhao Fei (già collaboratore di Zhang Yimou e che lavorerà ancora con Allen in Criminali da strapazzo e La maledizione dello scorpione di giada) a ricreare un'atmosfera, un mondo fatto di occasioni, speranze e fallimenti. Il protagonista stesso è fallimentare: solo alla fine, autodistruggendosi, diverrà quel grande musicista che non era mai riuscito ad essere.
Breve comparsata di Allen in veste di sedicente esperto di Emmet Ray.
Voto. 3,5/5
-Criminali da strapazzo
(Small Time Crooks) di Woody Allen - USA 2000 - commedia - 94min.
N.Y.: Ray (Allen), ladruncolo che vive alla giornata, elabora un piano con dei suoi conoscenti per rapinare una banca: affittare un negozio vuoto, usando come copertura le doti culinarie della moglie nella preparazione dei biscotti, e scavare sotto di esso un tunnel che li porti dritti al caveau della banca. Il piano va a rotoli, ma i biscotti fanno un successo clamoroso.
Il primo Allen del 2000 è un quasi comico: ricco di gag, battute a raffica, ripresa dello stereotipo del ladruncolo nullafacente già interpretato a inizio carriera in Prendi i soldi e scappa. Il regista usa una vicenda surreale e spassosa per tracciare come suo solito un ritratto critico della borghesia americana ignorante e kitch, presentando le figure di due arricchiti che non sanno che farsene delle loro fortune. Grazie anche ad un ottimo cast di comprimari il film scorre via veloce e divertente suscitando risate e stupore per l'inaspettata piega che prendono gli eventi. Molto azzeccata la particina di Hugh Grant nei panni di un cinico mercante d'arte.
Gradevole colonna sonora, come sempre nei film di Allen.
Senza pretese e riuscito nel suo intento di intrattenimento.
Voto: 2,5/5
-La maledizione dello scorpione di giada
(The Curse of the Jade Scorpion) di Woody Allen - USA 2001 - commedia - 102min.
Nel 1940 C.W. (Allen) è l'investigatore privato per una compagnia di assicurazioni. Deve investigare su furti misteriosi che in realtà lui stesso compie sotto ipnosi, manipolato da un astuto criminale prestigiatore. I rapporti conflittuali con la capa miss Fitzgerald (Helen Hunt) non facilitano la soluzione del caso.
Calato nelle atmosfere e nelle musiche dell'epoca, questa commedia gialla è un omaggio spiritoso al genere, tipico di quegli anni. Più che le singole gag e le battute, comunque presenti e spassose, diverte l'estrema assurdità di tutta la vicenda, il suo sviluppo e la sua delirante conclusione. In coppia con la valida Hunt, Allen sembra più giovane, arzillo e pimpante della sua età. Buono anche il cast di contorno, sebbene nessuno brilli particolarmente sopra la media.
Puro intrattenimento d'evasione, esilarante nelle brevi scene con Charlize Teron.
Ottimi costumi.
Voto: 3/5
-Hollywood Ending
di Woody Allen - USA 2002 - commedia - 112min.
Val Waxman (Allen) è un regista ormai ridotto, dopo una stagione di successi e due Oscar, a girare pubblicità e ad elemosinare lavoro. La sua ex moglie Ellie (Tea Leoni), ora fidanzata con il produttore Hal (Treat Williams), lo consiglia a quest'ultimo per dirigere il nuovo film in cantiere, "La città che non dorme mai". Val accetta ma, per l'ansia crescente che lo attanaglia man mano che si avvicina il primo giorno di riprese, si ammala di cecità psicosomatica. Tuttavia Val non può rinunciare a quella che è forse la sua ultima possibilità per tornare alla ribalta, così con l'aiuto del suo manager e di un traduttore cinese inizia a dirigere il film.
La pellicola è giocosa e lieta, una delle più spensierate di Allen, che si conclude con un lieto fine Hollywoodiano. non c'è molto da dire: il cast è ottimo e le gag riuscite, il comparto tecnico pulito e preciso rendono il film piacevole da seguire. Allen sicuramente si ripete un po', ed il film non brilla per originalità, ma resta una divertente e spensierata occasione d'evasione.
Voto: 2,5/5
-Anything Else
di Woody Allen - USA 2003 - commedia - 108min.
La vita di Jerry Falk (Jason Biggs), autore comico che non riesce ad avere una carriera brillante per colpa di un manager incapace (Danny De Vito) che non riesce a scaricare in quanto suo unico cliente, dal tormentato rapporto con la assai indecisa compagna Amanda (Christina Ricci) che gli porta in casa sua madre che suona il pianoforte quando lui vorrebbe un po' di silenzio per concentrarsi sul suo lavoro, e l'improbabile amicizia con un collega molto più anziano di lui (Allen), ebreo come lui, violento e paranoico, che odia tutto e tutti e dispensa perle di saggezza.
Insomma il ritratto di Allen che stavolta si sdoppia in due personaggi distinti eppure complementari, dando alla sua parte più giovane il volto perfetto di Jason Biggs (American Pie), che si muove e parla come lui. Un cast divertente ed affiatato dà vita ad una commedia spiritosa anche se un po' priva di senso: la morale della storia è che "la vita non è particolarmente misteriosa o strana: è come tutto il resto", qualunque cosa voglia dire quest'affermazione. Molto divertente comunque.
Voto: 2,5/5
-Melinda e Melinda
di Woody Allen - USA 2005 - commedia - 100min.
In un bar di N.Y. un gruppo di amici discute se la vita sia essenzialmente tragica o comica. Prendono a esempio la storia di Melinda, conoscente di uno di loro, la cui vicenda può essere vista (e proprio così farà il film) sia con una prospettiva tragica che con una ilare.
Per Allen la vita, in definitiva priva del minimo senso, è un'altalena di momenti tristi e felici, che si mescolano (come i toni delle due storie) in un cocktail di esperienze tragicomiche che segnano la nostra esistenza. L'importante è non affannarsi troppo per cercare di risistemare i cocci, ma adattarsi alla corrente e non farsi troppe domande.
Unico film di Allen fotografato dall'ungherese Vilmos Zsigmond, che predilige ambienti spaziosi e luminosi. Tutto il cast è buono, sebbene nessuno brilli particolarmente sopra la media.
Se Allen riesce molto bene nella parte di commedia, fatica un po' in quella tragica a trovare il giusto pathos, ed in definitiva il film sa troppo di già visto.
Voto: 2/5
-Matchpoint
di Woody Allen - GB/USA /Lussemburgo 2005 - drammatico - 124min.
Il miglior film di Allen regista, si può annoverare fra i capolavori assoluti del cinema tout-court.
Il giovane irlandese Chris (Jonathan Rhys-Meyers), tennista professionista, si trasferisce a Londra e si iscrive ad un tennis club esclusivo frequentato dalla ricca borghesia, per cercare di tessere rapporti con sfere altolocate. In effetti riesce a conquistare il cuore di Chloe (Emily Mortimer), sorella del suo compagno di gioco Tom (Matthew Goode) diventa amico di famiglia ed ottiene dal padre un posto di rilievo nella sua società. Tutto fila per il meglio finchè Chris non si innamora perdutamente della fidanzata di Tom, Nola (Scarlett Johansson), ragazzetta americana senza arte nè parte ma dal sex-appeal irresistibile. Le conseguenze di questo rapporto saranno terribili e spingeranno il protagonista ad elaborare un terribile piano di omicidio.
Il film è innanzitutto un capolavoro di costruzione narrativa, quindi di sceneggiatura: i personaggi sono tutti ottimamente caratterizzati nei loro aspetti sociali e psicologici. In effetti il personaggio di cui si sa meno è proprio il protagonista, che rappresenta l'arrivismo per eccellenza: garbato nei toni e nei modi, freddo e calcolatore nei rapporti, vuoto nella morale.
La scenografia è ottima e aiuta lo spettatore a calarsi nel mondo lussuoso dell'alta società londinese.
La colonna sonora, interamente composta da brani operistici interpretati da Caruso, è un complemento ottimale allo svolgersi degli eventi.
La fotografia è perfetta, precisa al millimetro, senza la più piccola sbavatura, diversa dal solito: Remi Adefarasin conferisce una fredda armonia alla composizione dell'inquadratura.
Il punto cruciale su cui Allen si focalizza è l'importanza del caso: non destino, ma semplice casualità, concatenazione fortuita di eventi disparati, che regolano le nostre esistenze. A volte va bene a volte va male: a volte i delitti vengono castigati a volte no. Non c'è nessuna legge superiore, nessuna autorità suprema, nessuna giustizia divina ad assegnare premi e punizioni. In questo film il regista ha espresso tutto il suo sistema di pensiero con una precisione, una lucidità ed una completezza impossibili da ravvisare in qualsiasi altra pellicola prodotta fino ad oggi (che io abbia visto).
Matchpoint è la Bibbia dell'ateismo, e Allen il suo profeta.
Voto: 5/5
-Scoop
di Woody Allen - USA 2006 - commedia - 96min.
Londra. Una giovane studentessa di giornalismo (Scarlett Johansonn) indaga sul caso del "killer dei tarocchi", che sospetta essere il facoltoso Peter Lyman (Hugh Jackman), in seguito ad una soffiata da parte dello spirito del defunto giornalista Joe Strombel (Ian Mcshane) che le appare all'interno dello "smaterializzatore" del mago Splendini (Allen) durante uno dei suoi spettacoli. La ragazza ed il prestigiatore iniziano ad indagare sul caso.
Il film più disimpegnato e leggero di Allen del primo decennio 2000, si affida al brio dei due interpreti principali, nuove star emergenti, oltre che al talento comico dell'attore-regista stesso. Commedia a tinte gialle con un pizzico di fantastico, è un divertissement fine a sé stesso nemmeno così esilarante, ma comunque simpatico e gradevole. La tendenza ad una certa ripetitività lo fa risultare un meno avvincente di quanto poteva essere.
Voto: 2,5/5
-Sogni e delitti
(Cassandra's dream) - di Woody Allen - USA/Gran Bretagna 2007 - drammatico - 108 min.
"Sogni e delitti" riprende il discorso iniziato con "Matchpoint" e interrotto da "Scoop".
E' la storia di due fratelli (Ewan Mcgregor e Colin Farrel), due falliti che nella loro vita non hanno ancora combinato nulla di buono. Il primo è sempre impegnato a fantasticare in grandi progetti che poi non riesce mai a portare a termine, ed è costretto a lavorare nel ristorante di suo padre; il secondo lavora in un'autofficina e scommettte i suoi pochi soldi a carte o nelle corse dei cani. Ian (Mcgregor) si innamora di una ragazza dopo averla aiutata a sistemare la sua auto in panne, e ciò lo stimola ad iniziare a mettere la testa a posto, senonchè il fratello Terry (Farrel) perde 90000 sterline giocando a carte. A questo punto l'unica soluzione sembra essere quella di chiedere un prestito allo zio Howard, multimiliardario che "si è fatto da solo". Lo zio promette di fornire loro tutto il sostegno finanziario di cui hanno bisogno, ma non prima che essi abbiano fatto qualcosa per lui, qualcosa che li porterà ad oltrepassare un limite "dal quale non si torna indietro"...
Woody Allen conferma la propria attitudine al genere drammatico, anche se il microcosmo tragicomico dei suoi film più celebri non è poi così lontano. Inserendo in brevi scene una sottile quanto macabra ironia, Allen riesce a conferire un sapore particolarmente aspro a questa pellicola, come sempre all'insegna di un pessimismo di fondo riguardo l'uomo e la vita. Il finale particolarmente tragico sembra ancora più cupo di quello di "Matchpoint", ma alla fine l'assunto è differente: il male che una persona commette si ritorce contro di lui, moralmente o fisicamente.
Dopo un inizio calmo che ci presenta i protagonisti della storia, la tensione si fa sempre più palpabile e lo spettatore è ansioso di vedere come va a finire.
Nulla di nuovo o particolarmente originale, ma ben fatto e coinvolgente.
Voto: 3/5
-Vicky Cristina Barcelona
(Vicky Cristina Barcelona) di Woody Allen - USA/Spagna 2008 - commedia - 96min.
Due amiche americane, Vicky (Rebecca Hall), bruna, fidanzata e con rigide idee morali, e Cristina (Scarlett Johansson), bionda, passionale e romantica, vanno a trascorrere le vacanze a Barcellona, dove ricevono la proposta di passare un weekend a Oviedo nutrendosi d'arte e facendo l'amore da parte di un pittore edonista di nome Juan Antonio (Javier Bardem); le cose si complicano ulteriormente con l'ingresso in scena della precedente compagna di lui, la scombinata Maria Elena (Penélope Cruz).
Classica commedia alla Woody Allen con la variante dell'ambientazione spagnola, cui si adeguano di conseguenza musiche e fotografia: calde, avvolgenti e languide.
Per il resto ci sono i soliti ingredienti: coppie che scoppiano, persone che hanno difficoltà a tessere rapporti duraturi, gente preda dei sentimenti e impossibilità di raggiungere un equilibrio mentale duraturo. Il tutto nei toni gradevoli di una commedia senza momenti eccessivamente comici o tristi.
Passabile, ma già visto.
Voto: 2/5
-Basta che funzioni
(Whatever Works) di Woody Allen - USA 2009 - commedia - 92min.
Il premio nobel mancato in meccanica quantistica Boris Yelnikoff (Larry David), misantropo nevrotico ossessionato dalla morte (ha tentato il suicidio rimanendo solo zoppo), incazzato con il mondo, si ritrova ad accogliere in casa una ragazzina vagabonda del profondo Sud (Evan Rachel Wood) semplice ed ignorantotta, che con i suoi modi gentili e stravaganti finisce per conquistarlo. La coppia impossibile convola a nozze, ma la madre di lei non sembra entusiasta.
Commedia di spirito con un Larry David che prende il posto di Allen come attore protagonista, parlando e gesticolando come lui, ma non per questo privo di personalità nell'interpretare il ruolo del secchione invaghito della pupa. La morale, come sempre accade nei film di Allen, è esplicitata dal protagonista nel finale del film: qualunque scombinata piega la vita abbia preso, basta che funzioni. non è all'insegna di una radicale sfiducia nel genere umano questo film, come di solito accade in Allen, che stavolta guarda con simpatia ai suoi personaggi e concede a tutti una soluzione che, seppur stravagante, funziona. E' un inno a prendere la vita come viene e ad accettare quanto di buono ci capita, senza costruirci sopra montagne di riflessioni, dubbi, sovrastrutture metafisiche. E' un omaggio alla spontaneità di vivere, di esistere.
Piacevole anche nella sua sistematica rottura della finzione scenica: per mezzo di Boris, Allen si rivolge direttamente allo spettatore.
voto: 3/5
-Incontrerai l'uomo dei tuoi sogni
(You Will Meet A Tall Dark Stranger) - USA/Spagna 2010 - 98min.
Due coppie sposate, una giovane e una di mezza età, si sfaldano. Noia della quotidianità, insoddisfazione per il presente, odio per la routine sono i motivi che spingono i personaggi ad una crisi esistenziale.
Motivi ricorrenti in un'altra tragicommedia alleniana senza grosse sorprese. Più che mai film d'attori, tutti in forma, a dar vita a personaggi ben caratterizzati, vivi, umani. Piacevole.
Voto: 2,5/5
-Midnight in Paris
USA/Spagna 2011 - commedia/fantastico - 94min.
Gil (owen Wilson) è uno sceneggiatore americano stanco della superficialità del scrivere. Con ambizioni da serio letterato, mentre si trova a Parigi con la sua sua compagna Inez (Rachel McAdams), che sta per sposare, e gli odiosi genitori di lei, si trova catapultato, ogni mezzanotte, nella Parigi degli anni '20, dove ha modo di incontrare le più grandi menti artistiche dell'epoca (scrittori, pittori, registi) nonché di infatuarsi di una splendida "groupie" dell'epoca.
Apertura simil-Manhattan con omaggio da cartolina alla capitale francese; inizio da classica commedia alleniana con protagonista fuori posto e disgustato dalla pseudo-cultura dell'alta borghesia; deriva decisa nel fantastico come non accadeva da La rosa purpurea del Cairo; finale lieto, come nelle favole appunto: nella magica Parigi tutto può accadere. Commedia gradevole, il più disteso e divertente film di Allen del dopo-Matchpoint, dichiarazione d'amore per una città come al tempo fu N.Y. che da anni, come tutta l'America, non sente più affine (con l'eccezione di Basta che funzioni), avendo dirottato verso l'Europa (Spagna, Inghilterra, Francia, Italia).
Ottimo il cast, bella colonna sonora.
Accessorio, sicuramente; consigliato, anche.
Voto: 3/5
-To Rome with Love
USA/Italia/Spagna 2012 - commedia - 111min.
Un vigile urbano di Roma apre e chiude il film facendo da "narratore": dice che a Roma accadono tante storie (come ovunque) e che ce ne narrerà alcune. Il film vero e proprio consta di 4 storie autonome montate alternamente fra loro: una giovane coppia di Pordenone che giunge a Roma per preparare il matrimonio e sogna un avvenire ricco ella città eterna; un impresario musicale in pensione che non si rassegna all'inattività, e scopre nel padre del ragazzo di sua figlia un talento lirico, incapace però di dar sfogo allle sue doti canore al di fuori della doccia; un giovane studente di architettura è implicato in un triangolo che coinvolge lui, la sua fidanzata ed un'amica di quest'ultima, una nevrotica attricetta dalla vita sessuale travagliata; un uomo qualunque, impiegato d'ufficio, diventa famosissimo da u giorno all'altro e la sua vita ne viene sconvolta, per esserlo ancora di più non appena la fama acquisita se ne va.
Il difetto principale del film è la debole sceneggiatura latitante di idee: ci sono solo spunti interessanti ma sono sviluppati in modo banale e spesso tedioso; sebbene Allen mantenga il suo stile leggero e spesso divertente, molti episodi sono futili, poco approfonditi o scontati. Se ne salvano solo due: quello con Allen protagonista, che poggia sul suo personaggio, e quello del triangolo fra i tre giovani americani. Gli episodi che coinvolgono maggiormente gli attori italiani invece sono pressapochisti e simili a cartoline illustrate: non si tratta di stereotipi come alcuni hanno scritto, ma di semplice superficialità di scrittura, tanto a livello di vicenda narrata quanto a livello di descrizione dei personaggi. Anche il cast è altalenante, ma forse questo aspetto dipende maggiormente dal doppiaggio, cosa veramente orrenda dato che snatura totalmente alcuni dialoghi.
Tecnicamente è nella norma.
Debole, con qualche momento spiritoso; manca però il guizzo vincente, l'idea brillante.
Vanta inoltre una delle scene finali più brutte che abbia mai visto.
Voto: 2/5
-Blue Jasmine
USA 2013 - commedia/dramatico -98min.
L'impianto di base è palesemente tratto da Un Tram che si chiama Desiderio: Jasmine (Cate Blanchett) ricca moglie di un ricco uomo d'affari (Alec Baldwin) di New York, vagamente consapevole che lui froda il fisco, lenta a rendersi conto dei suoi continui tradimenti, ha un esaurimento nervoso quando il suo matrimonio va a rotoli, e si rifugia a San Francisco a casa della sorellastra povera, che cambia spesso compagno (quello attuale ripugna particolarmente Jasmine), in cerca di un tetto e di un lavoro; ma ricominciare una vita da zero quando si è abituati a certi standard non è facile, e nemmeno essere sinceri con le persone e con se stessi.
Ripresosi dalla sbandata romana, Woody Allen fa il suo miglior film da Matchpoint. Da tempo non era così lucido nel descrivere le contraddizioni di una persona così verosimilmente. Jasmine è una donna fragilissima, moralmente ambigua, verso cui si prova un'umana pietà ma senza assolvere le sue accidiose mancanze. Rimane a mio parere una delle interpretazioni femminili più impressionanti dell'ultimo decennio: Cate Blanchett è sempre sull'orlo del pianto, sul baratro dell'isterismo, in uno stato di tensione psicologica che riporta alla mente i migliori drammi femminili di Bergman. Qui però il dramma è stemperato dai tipici inserti di commedia Allen-iana, in cui a volte si ride ed altre si sorride con una punta di amarezza. Come spesso avviene in Allen, soprattutto nei suoi film pù seri, la conclusione è in sospeso, la regia si limita a fotografare la situazione senza facili soluzioni: è una "Jasmine a pezzi" quella ritratta, e a ricomporli non possono certo bastare i 98 minuti di film, che invece si concentrano sulla spiegazione dell'attuale stato mentale della donna, di cui si evidenziano colpe ma anche sogni, speranze, in una moltitudine di sfaccettature che rende impossibile catalogarla in modo manicheo come buona o cattiva, ma la pone invece nell'ambiguo grigiore della complessità umana. Fa da contraltare a questa figura drammatica, la coppia "comica" della sorella e del compagno, gente semplice con i suoi problemi ma che si vuole bene e che concettualmente richiama alla mente il titolo di un film precedente del regista, Basta che funzioni. E' proprio l'insoddisfazione generale di Jasmine verso al vita a renderla perennemente infelice, un male di vivere in cui tutti noi possiamo riconoscere un momento della nostra esperienza vissuta.
Splendida la messinscena, con le scenografie di Santo Loquasto che alternano ambienti chic (la casa con terrazza sulla baia di San Francisco farebbe invidia a Richard Misrach) a quartieri popolari, e la fotografia di Javier Aguirresarobe che fa ricorso al formato panoramico 2,35:1 (è solo la terza volta che Allen lo usa, dopo Manhattan e Anything Else).
Imperdibile.
Voto: 4/5
Iscriviti a:
Post (Atom)
Elenco Film (ordine alfabetico)
Elenco registi - cercate velocemente con Cntrl-F o Cmd-F
- /Autori Vari/
- /Classici Disney/
- /Godzilla-Gojira/
- /Pixar/
- /Studio Ghibli/
- Abrahamson Lenny
- Affleck Ben
- Aldrich Robert
- Algar James
- Allen Woody
- Almodóvar Pedro
- Altman Robert
- Alvarez Fede
- Amadei Aureliano
- Amenábar Alejandro
- Ameur-Zaimeche Rabah
- Améris Jean-Pierre
- Anderson Brad
- Anderson Paul Thomas
- Anderson Paul W.S.
- Anghelopulos Théo
- Annaud Jean-Jacques
- Antal Nimród
- Aoyama Shinji
- Ariola Dante
- Ascher Rodney
- Baiz Andrés
- Bakshi Ralph
- Balaguerò Jaume
- Banno Yoshimitsu
- Barker Clive
- Bass Jules
- Bay Michael
- Bayer Samuel
- Bayona Juan Antonio
- Beck Pola
- Bekmambetov Timur
- Bellocchio Marco
- Belvaux Rémy
- Belón Hernán
- Bergman Ingmar
- Bertolucci Bernardo
- Besson Luc
- Bigelow Kathryn
- Bird Brad
- Blanks Jamie
- Blomkamp Neill
- Bondarcuk Sergej
- Bonzel André
- Boorman John
- Boyle Danny
- Brannon Ash
- Brest Martin
- Brevig Eric
- Browning Tod
- Burton Tim
- Bustillo Alexandre
- Cahill Mike
- Cameron James
- Campbell Martin
- Campogiani Marco
- Canet Guillaume
- Cannizzaro Piero
- Capotondi Giuseppe
- Carax Leos
- Carpenter John
- Carruth Shane
- Cassavetes Nick
- Castellitto Sergio
- Cattani Fabrizio
- Cerami Matteo
- Ceylan Nuri Bilge
- Charles Larry
- Chbosky Stephen
- Cholodenko Lisa
- Chung Lee Isaac
- Clark Larry
- Clouzot Henri-George
- Coen Etan
- Coen Joel
- Columbus Chris
- Comodin Alessandro
- Coppola Francis Ford
- Coppola Sofia
- Corbiau Gérard
- Cortés Rodrigo
- Craven Wes
- Cronenberg David
- Crowe Cameron
- Cuaròn Alfonso
- D'Alatri Alessandro
- Daldry Stephen
- Dandolo Alberto Antonio
- Darabont Frank
- Daves Delmer
- De La Madrid Luis
- De La patellière Alexandre
- De Palma Brian
- De Serio Gianluca
- Demarbre Lee
- Demy Jacques
- Deodato Ruggero
- Depp Johnny
- Dippé Mark A.Z.
- Docter Peter
- Donner Clive
- Douglas Andrew
- Durkin Sean
- Dylan Jesse
- Eastwood Clint
- Edwards Blake
- Elkins Tom
- Espinosa Daniel
- Evans Marc
- Evlannikova Inna
- FIncher David
- Favreau Jon
- Ferguson Norman
- Ferrante Anthony C.
- Ferrara Abel
- Ferreri Marco
- Ficarra Glenn
- Flani Farasi
- Fontaine Anne
- Forman Milos
- Frears Stephen
- Friedkin William
- Fukuda Jun
- Fuqua Antoine
- Gelb David
- Genovesi Alessandro
- Gens Xavier
- Geronimi Clyde
- Gibson Mel
- Gilliam Terry
- Gipi
- Gluck Will
- Godard Jean-Luc
- Goddard Drew
- Gorak Chris
- Gordon-Lewitt Jospeh
- Graham Scott
- Granik Debra
- Greenaway Peter
- Greenfield Luke
- Grofova Iveta
- Guard Charles
- Guard Thomas
- Gyal Sonthar
- Hallström Lasse
- Hancock John Lee
- Hand David
- Haneke Michael
- Hardy Robin
- Harlin Renny
- Hashimoto Koji
- Hazanavicius Michel
- Hee T.
- Hendler Stewart
- Herzog Werner
- Hickox Anthony
- Hill Walter
- Hitchcock Alfred
- Hoblit Gregory
- Hong Sang-soo
- Hooper Tobe
- Hopkins Stephen
- Hopper Dennis
- Howard Ron
- Hui Ann
- Hurwitz Jon
- Huston John
- Im Sang-soo
- Jackson Peter
- Jackson Wilfred
- Jeunet Jean-Pierre
- Jewison Norman
- Jiang Wen
- Jodorowsky Alejandro
- Joffe Roland
- Johnson Rian
- Jonze Spike
- Jordan Neil
- Kaneko Shusuke
- Kasdan Lawrence
- Kazan Elia
- Kazan Nicholas
- Kazuo Inoue
- Kelly Richard
- Kentis Chris
- Khalfoun Franck
- Kim Jee-woon
- Kim Ki-duk
- King Jonathan
- Kinoshita Keisuke
- Kinski Klaus
- Kitamura Ryuhei
- Kitano Takeshi
- Ko Kevin
- Kondo Yoshifumi
- Koppelman Brian
- Kopple Barbara
- Korine Harmony
- Kosinski Joseph
- Kubrick Stanley
- Kurahara Koreyoshi
- Kurosawa Akira
- Kurosawa Kiyoshi
- Kwapis Ken
- Lachman Edward
- Lang Fritz
- Lasseter John
- Laughton Charles
- Laugier Pascal
- LeBesco Maïwenn
- Lean David
- Lee Ang
- Lelio Sebastiàn
- Leonard Brett
- Leonard Mike
- Leterrier Louis
- Levien David
- Lewis Brad
- Liebesman Johnatan
- Lubitsch Ernst
- Luhrmann Baz
- Luketic Robert
- Luske Hamilton
- Lynch David
- Lynch Jennifer Chambers
- Lyne Adrian
- Mackenzie John
- Majewski Lech
- Malick Terrence
- Mangold James
- Mann Michael
- Marchal Olivier
- Marcimain Mikael
- Marshall Rob
- Marshall Thurbern Rawson
- Martelli Massimo
- Maury Julien
- Maíllo Kike
- McLean Greg
- McQueen Steve
- McTiernan John
- Melgar Fernand
- Melville Jean-Pierre
- Meucci Antonio
- Miike Takashi
- Milius John
- Minghella Anthony
- Minnelli Vincente
- Mitre Santiago
- Miyazaki Goro
- Miyazaki Hayao
- Mizoguchi Kenji
- Mochizuki Tomomi
- Monahan William
- Montaldo Giuliano
- Montiel Dito
- Moore Rich
- Moretti Nanni
- Mosso Luca
- Mostow Jonathan
- Mungiu Cristian
- Murgia Pier Giuseppe
- Murnau Friedrich W.
- Muschietti Andy
- Musker John
- Nakashima Tetsuya
- Nakata Hideo
- Natali Vincenzo
- Nelson Ralph
- Nelson Tim Blake
- Newell Mike
- Nichetti Maurizio
- Nichols Jeff
- Nichols Mike
- Nicloux Guillaume
- Nolan Christopher
- Noyce Phillip
- Noé Gaspar
- Nunn James
- Ochiai masayuki
- Oda Motoyoshi
- Oh Ki-hwan
- Okawara Takao
- Oliveira Manoel de
- Oliviero Bruno
- Omori Kazuki
- Oplev Niels Arden
- Ortiz Isidro
- Oshii Mamoru
- Oshima Nagisa
- Otomo Katsuhiro
- Ozu Yasujiro
- Pak Ruslan
- Pang Oxide
- Parisot Dean
- Park Chan-wook
- Park Chul-soo
- Pasolini Pier Paolo
- Passer Ivan
- Peirce Kimberly
- Peli Oren
- Penn Arthur
- Perry Alex Ross
- Peterson Bob
- Petri Elio
- Pfister Wally
- Pietrangeli Antonio
- Pif
- Pisanthanakun Bangjong
- Placido Michele
- Plaza Paco
- Polanski Roman
- Ponsoldt James
- Preminger Otto
- Radford Michael
- Raimi Sam
- Randel Tony
- Rankin Arthur
- Reeves Matt
- Refn Nicolas Winding
- Reitherman Wolfgang
- Reitman Jason
- Requa John
- Rickman Alan
- Risi Dino
- Robinson Bruce
- Rodrigues João Pedro
- Rogers James B.
- Romero George
- Rothemund Marc
- Russel Chuck
- Salles Walter
- Salvatores Gabriele
- Sandoval Vincent
- Scorsese Martin
- Scott Ken
- Scott Ridley
- Selick Henry
- Sharman Jim
- Sharpsteen Ben
- Shimizu Takashi
- Sholder Jack
- Shyamalan M. Night
- Silverman David
- Singh Tarsem
- Sitaru Adrian
- Six Tom
- Slade David
- Smith Carter
- Smith Kevin
- Snyder Zack
- Sokurov Alexandr
- Soldini Silvio
- Sono Sion
- Sorrentino Paolo
- Spielberg Steven
- Stanton Andrew
- Stone Oliver
- Sturridge Charles
- Su Chao-pin
- Sukdapisit Sopon
- Susser Spencer
- Svankmajer Jan
- Takahata Isao
- Talalay Rachel
- Tamahori Lee
- Taniguchi Senkichi
- Tarantino Quentin
- Tarkovskij Andrej
- Tavernier Bertrand
- Taylor Alan
- Tezuka Masaaki
- Thompson Ronnie
- To Jonnie
- Toback James
- Tornatore Giuseppe
- Torregrossa Jorge
- Trier Lars von
- Trousdale Gary
- Tsai Ming-liang
- Tsui Hark
- Tsukamoto Shinya
- Turtletaub Jon
- Turturro John
- Tykwer Tom
- Unkrich Lee
- Ushakov Svyatoslav
- Vallée Jean-Marc
- Vaughn Matthew
- Verbinski Gore
- Verdone Carlo
- Verhoeven Paul
- Visconti Luchino
- Viveiros Craig
- Vladimirovič Bodrov Sergej
- Wachowski Andy
- Wachowski Larry
- Wallace Tommy Lee
- Wan James
- Waters John
- Weitz Paul
- Welles Orson
- Wenders Wim
- Whale James
- Whedon Joss
- Wingard Adam
- Winterbottom Michael
- Wirkola Tommy
- Wise Kirk
- Wiseman Frederick
- Wong Kar-wai
- Wongpoom Parkpoom
- Woo John
- Wright Dean
- Yamamoto Eiichi
- Yapo Mennan
- Yates David
- Yim Pil-Sung
- Yimou Zhang
- Yonebayashi Hiromasa
- Yu Ronny
- Yuzna Brian
- Zemeckis Robert
- Zombie Rob
- Zulawski Andrzej
- del Toro Guillermo
- van Geffen Marco