Girls' Night Out (처녀들의 저녁식사) (1998)
Tears (눈물) (2000)
La moglie dell'avvocato (A Good Lawyer's Wife) (바람난 가족) (2003) - 3/5
The President's Last Bang (그때 그사람들) (2005)
The Old Garden (오래된 정원) (2006)
A Good Woman in Paris (2007)
The Housemaid (하녀) (2010) - 2,5/5
Im Sang-soo (1962), regista sud coreano, è specializzato in drammi sentimentali/erotici.
-La moglie dell'avvocato
Corea del sud 2003 - drammatico/erotico - 104min.
Ho-jeong, moglie di un facoltoso avvocato di Seoul, ricca, annoiata e insoddisfatta, inizia a sfogare le sue frustrazioni con uno studente suo vicino di casa.
Da un soggetto convenzionale di tradimenti extraconiugali e dramma famigliare, Im Sang-soo (regista del recente The Housemaid) ha cavato un film personale nello stile e coinvolgente nello sviluppo. La sceneggiatura presenta personaggi ottimamente tratteggiati, ciascuno preda di un’insoddisfazione sessuale che si estende poi a livello esistenziale. L’appagamento del desiderio fisico dell’essere umano di tutte le età (ne sono vittime lo studente, la coppia sposata, l’anziana vedova) ha ricadute disastrose sui rapporti interpersonali e sui legami sociali. Il sesso viene visto come una malattia cronica che assilla costantemente i protagonisti del film, una dipendenza dalla quale è impossibile sottrarsi. I rapporti uomo donna dipendono in primo luogo dalla tensione sessuale che li accompagna, e quando il desiderio si esaurisce, la coppia è destinata a scoppiare.
La pellicola descrive in modo dettagliato lo sfilacciarsi progressivo ed irrefrenabile di un rapporto di coppia, in cui vengono man mano a mancare tutti i legami che avevano contribuito a cementificarlo.
Il punto di vista privilegiato è quello della donna, incubatrice di desideri repressi e di sogni infranti, che trova una valvola di sfogo nell’adulterio (perpetrato peraltro anche dal consorte). Una fotografia all’insegna di colori freddi e che predilige il buio alla luce (molte le scene nella semioscurità) conferisce ancor maggiore tristezza ad un quadro che lascia ben poche speranze a concetti come amore, fedeltà, forza di volontà.
Eppure non tutto è negativo, ed un barlume di positività si fa largo in mezzo ad un panorama desolante: non vuol essere un film pessimista, ed alcuni momenti più leggeri, una solleticante colonna sonora e l’indubbia sensualità di molte scene rendono intrigante la visione del film. In bilico fra il più tragico e fosco melodramma e toni da commedia, Im Sang-soo riveste questo film ibrido con scene di elegante erotismo, firmando un sofisticato film sulla precarietà dei sentimenti e la loro subordinazione alle leggi del desiderio fisico.
Voto: 3/5
-The Housemaid
Corea del Sud 2010 - drammatico - 107min.
Remake del film omonimo sudcoreano del 1960, diretto da Kim Ki-young.
Eun-yi, giovane governante, va a lavorare per una ricca famiglia di Seoul. Il padrone, ricco uomo d'affari, è quasi sempre in viaggio. Nell'immensa magione rimangono la moglie, incinta di due gemelli, la figlioletta e l'anziana inserviente. L'ambiente piacevole, l'affetto che si instaura tra Eun-yi e la bimba vengono sconvolti dal desiderio sessuale: l'uomo seduce Eun-yi che, accondiscendente, si lascia possedere. La relazione adulterina prosegue fin quando Eun-yi rimane incinta, palesando l'adulterio. Le conseguenze saranno terribili.
Ancora un melodramma famigliare con risvolti da thriller e un paio d'intermezzi erotici. Il risultato però è meno riuscito che in precedenza, forse per aver voluto mettere troppa carne al fuoco nella seconda metà del film: dopo un'infallibile prima parte, infatti, il racconto di ingorga in un labirinto di macchinazioni e meschinerie che i vari membri della famiglia rivolgono agli altri, in un baratro di malvagità senza fine, sacrificando ritmo e, in qualche caso, verosimiglianza. Un peccato, dato l'ottimo avvio (compresa la sequenza iniziale, solo apparentemente avulsa dal contesto narrativo del film), coinvolgente e teso come una corda di violino. L'impressione è che Im sia andato a tutti i costi alla ricerca dell'effetto spiazzante, dello shock imposto allo spettatore, sacrificando via via la raffinata tensione dell'intreccio (cadendo nello stesso errore commesso, per esempio, da Aronofski nel suo Black Swan). Ne risulta un film interessante nei temi e nello stile (un'estetica di gelida, geometrica bellezza) ma poco coinvolgente e con un finale poco soddisfacente.
Voto: 2,5/5
Questo blog ospita recensioni di film di ogni genere ed epoca. Ogni regista ha una scheda dedicata, con l'indicazione della sua filmografia, seguita dalle recensioni dei singoli film. I film qui recensiti sono solo una parte di tutti quelli che ho visto. In basso troverete gli indici di film e registi. Per gli ultimi aggiornamenti consultate la sezione News nella colonna di destra. Le F.A.Q. sono poco più sotto. Film recensiti: 900
venerdì 29 luglio 2011
mercoledì 27 luglio 2011
Inna Evlannikova
1993 — Яблоко (дипломная работа)
1996 — Зиг и Пюс спасают Ненетт (Zig et Puce sauvent Nenette)
1997-1999 — Иван и Митрофан
2006 — Микрополис
2010 — Space Dogs 3D (Белка и Стрелка. Звёздные собаки) - 2/5
Evlannikova (1964) è una regista d'animazione russa.
-Space Dogs 3D
(Belka i Strelka. Zvezdnye sobaki) di Inna Evlannikova, Svyatoslav Ushakov - Russia 2010 - animazione - 85min.
Realizzato in occasione del cinquantesimo anniversario del volo spaziale delle due cagnette Belka e Strelka, protagoniste del primo lancio spaziale operato dall'URSS conclusosi con un riuscito ritorno degli animali sulla Terra, è il primo film di animazione in 3D girato in Russia, dove ha raggiunto i migliori incassi della scorsa stagione. Per commemorare l'impresa canina (alla loro morte le cagnette sono state impagliate e venerate come eroi nazionali) è stato realizzato questo simpatico film di sapore disneyano, con una forte umanizzazione dei personaggi animali (di cui vengono romanzate le origini e le vicende; in fondo nella realtà erano solo due bastardine!).
Mosca. Sul finire dell'anno 1950, per le strade di Mosca si aggira un inquietante furgoncino nero che fa incetta di cani randagi. Gli animali tentano di fuggire, ma di quelli che vengono presi nessuno conosce le sorti. due cagnette, una randagia di nome Strelka ed una star del circo di nome Belka, assieme ad un topolino loro amico, stanno per vivere l'esperienza in prima persona. Cadute nella rete dell'accalappiacani, vengono condotte in una base militare, dove viene loro rivelata un'incredibile verità: sono candidate a diventare protagoniste di un'importante missione spaziale.
Il film procede sempre a passo spedito, forse troppo, accumulando inseguimenti frenetici, dialoghi molto veloci, azione spiccia; sacrificando molto allo sviluppo della vicenda, si è un po' ridotta all'osso la caratterizzazione di molti personaggi, che purtroppo non risultano particolarmente incisivi e simpatici; vero è che la Russia non ha certo una tradizione nel campo dell'animazione paragonabile a quella della Disney/Pixar, e questo indubbiamente si nota. Se graficamente la modellazione poligonale e la colorazione vivace (anche se come al solito un po' opacizzata dal 3D) non ha sbavature, i registi non hanno trovato quella perfezione drammaturgica di molta controparte americana che rende coinvolgente e divertente la visione di un film d'animazione.
Pur visivamente perfetto (bisogna dire comunque che il 3D, ben implementato, non aggiunte niente alla pellicola se non un po' di spettacolarità in più) il film non riesce insomma ad avvincere, la sequenza nello spazio è decisamente troppo breve, alcuni elementi sono palesi prestiti da altri film (la gag dell'uccelino che cerca di mangiarsi il formaggio senza riuscirci e una scopiazzatura dello scoiattolo de L'Era Glaciale, Strelka che cerca suo padre guardando le stelle rimanda al Simba de Il Re Leone e così via...) con conseguente mancanza di originalità. Insomma una prova riuscita a metà per la Russia, destinata, come per la corsa allo spazio, a restare seconda.
voto: 2/5
1996 — Зиг и Пюс спасают Ненетт (Zig et Puce sauvent Nenette)
1997-1999 — Иван и Митрофан
2006 — Микрополис
2010 — Space Dogs 3D (Белка и Стрелка. Звёздные собаки) - 2/5
Evlannikova (1964) è una regista d'animazione russa.
-Space Dogs 3D
(Belka i Strelka. Zvezdnye sobaki) di Inna Evlannikova, Svyatoslav Ushakov - Russia 2010 - animazione - 85min.
Realizzato in occasione del cinquantesimo anniversario del volo spaziale delle due cagnette Belka e Strelka, protagoniste del primo lancio spaziale operato dall'URSS conclusosi con un riuscito ritorno degli animali sulla Terra, è il primo film di animazione in 3D girato in Russia, dove ha raggiunto i migliori incassi della scorsa stagione. Per commemorare l'impresa canina (alla loro morte le cagnette sono state impagliate e venerate come eroi nazionali) è stato realizzato questo simpatico film di sapore disneyano, con una forte umanizzazione dei personaggi animali (di cui vengono romanzate le origini e le vicende; in fondo nella realtà erano solo due bastardine!).
Mosca. Sul finire dell'anno 1950, per le strade di Mosca si aggira un inquietante furgoncino nero che fa incetta di cani randagi. Gli animali tentano di fuggire, ma di quelli che vengono presi nessuno conosce le sorti. due cagnette, una randagia di nome Strelka ed una star del circo di nome Belka, assieme ad un topolino loro amico, stanno per vivere l'esperienza in prima persona. Cadute nella rete dell'accalappiacani, vengono condotte in una base militare, dove viene loro rivelata un'incredibile verità: sono candidate a diventare protagoniste di un'importante missione spaziale.
Il film procede sempre a passo spedito, forse troppo, accumulando inseguimenti frenetici, dialoghi molto veloci, azione spiccia; sacrificando molto allo sviluppo della vicenda, si è un po' ridotta all'osso la caratterizzazione di molti personaggi, che purtroppo non risultano particolarmente incisivi e simpatici; vero è che la Russia non ha certo una tradizione nel campo dell'animazione paragonabile a quella della Disney/Pixar, e questo indubbiamente si nota. Se graficamente la modellazione poligonale e la colorazione vivace (anche se come al solito un po' opacizzata dal 3D) non ha sbavature, i registi non hanno trovato quella perfezione drammaturgica di molta controparte americana che rende coinvolgente e divertente la visione di un film d'animazione.
Pur visivamente perfetto (bisogna dire comunque che il 3D, ben implementato, non aggiunte niente alla pellicola se non un po' di spettacolarità in più) il film non riesce insomma ad avvincere, la sequenza nello spazio è decisamente troppo breve, alcuni elementi sono palesi prestiti da altri film (la gag dell'uccelino che cerca di mangiarsi il formaggio senza riuscirci e una scopiazzatura dello scoiattolo de L'Era Glaciale, Strelka che cerca suo padre guardando le stelle rimanda al Simba de Il Re Leone e così via...) con conseguente mancanza di originalità. Insomma una prova riuscita a metà per la Russia, destinata, come per la corsa allo spazio, a restare seconda.
voto: 2/5
lunedì 25 luglio 2011
Marc Evans
House of America (1996)
Resurrection Man (1997)
Beautiful Mistake (2000)
My Little Eye (2002) - 1/5
Trauma (2004)
Snow Cake (2006)
In Prison My Whole Life (2007)
Patagonia (2010)
Evans (1963), gallese, ha iniziato come regista televisivo (medium per cui ha continuato a realizzare film anche in tempi recenti), prima di approdare al cinema.
-My Little Eye
USA/UK/Francia/Canada 2002 - thriller - 95min.
Tre ragazzi e due ragazze si offrono di partecipare ad un nuovo reality show: dovranno risiedere in una villa di montagna isolata sotto l'occhio delle telecamere. Se uno solo decide di andarsene, tutti perdono. In palio c'è un bel milioncino di dollari, ma resistere all'isolamento totale non è cosa facile, soprattutto se le cose non sono come sembrano...
Questo thriller dai risvolti horror è il tipico film da noleggio per passare la serata con gli amici: cosa che purtroppo io non ho fatto, dato che me lo sono sorbito da solo. In compagnia si può almeno ridere dei numerosi difetti che affliggono la pellicola, a cominciare dalla prevedibilità assoluta del plot e dal citazionismo esasperato (Shining in primis, ovviamente). Se l'idea di fondo poteva essere carina, la realizzazione scialba ed i soliti attorucoli teenagers insignificanti rendono la visione assai tediosa. La fugace apparizione di qualche mammella non aumenta il coinvolgimento...
Voto: 1/5
Resurrection Man (1997)
Beautiful Mistake (2000)
My Little Eye (2002) - 1/5
Trauma (2004)
Snow Cake (2006)
In Prison My Whole Life (2007)
Patagonia (2010)
Evans (1963), gallese, ha iniziato come regista televisivo (medium per cui ha continuato a realizzare film anche in tempi recenti), prima di approdare al cinema.
-My Little Eye
USA/UK/Francia/Canada 2002 - thriller - 95min.
Tre ragazzi e due ragazze si offrono di partecipare ad un nuovo reality show: dovranno risiedere in una villa di montagna isolata sotto l'occhio delle telecamere. Se uno solo decide di andarsene, tutti perdono. In palio c'è un bel milioncino di dollari, ma resistere all'isolamento totale non è cosa facile, soprattutto se le cose non sono come sembrano...
Questo thriller dai risvolti horror è il tipico film da noleggio per passare la serata con gli amici: cosa che purtroppo io non ho fatto, dato che me lo sono sorbito da solo. In compagnia si può almeno ridere dei numerosi difetti che affliggono la pellicola, a cominciare dalla prevedibilità assoluta del plot e dal citazionismo esasperato (Shining in primis, ovviamente). Se l'idea di fondo poteva essere carina, la realizzazione scialba ed i soliti attorucoli teenagers insignificanti rendono la visione assai tediosa. La fugace apparizione di qualche mammella non aumenta il coinvolgimento...
Voto: 1/5
Nick Cassavetes
Una donna molto speciale (Unhook the Stars) (1996)
She's So Lovely - Così carina (She's So Lovely) (1997)
John Q (2002)
Le pagine della nostra vita (The Notebook) (2005)
Alpha Dog (2006) - 3/5
La custode di mia sorella (My Sister's Keeper) (2009)
Cassavetes (1959) è un regista, sceneggiatore ed attore statunitense, figlio del regista John.
-Alpha Dog
USA 2006 - drammatico - 122min.
la gang dello spacciatore di Los Angeles Johnny Truelove (Emile Hirsch) rapisce il quindicenne Zack, fratello del tossico Jake, che deve a Johnny dei soldi. I criminali pensano di tenere Zack come ostaggio fintantochè Jake non pagherà il suo debito. Alcuni gangsters iniziano ad affezionarsi al ragazzo, che mostra di gradire particolarmente la vita facile che i criminali gli propinano, rispetto a quella del ragazzo modello con dei genitori fin troppo presenti. Ma le cose iniziano a sfuggire di mano ai criminali, che, braccati dalla polizia e timorosi di essere condannati all'ergastolo, iniziano a valutare la possibilità di far fuori il ragazzo.
Ispirato ad un vero fatto di cronaca che colpì molto il regista, spingendolo a realizzare questo film, è uno spaccato della microcriminalità (la peggiore) di una delle tante metropoli americane. Ragazzi lasciati a loro stessi, con genitori cocainomani o puttanieri, feste all'insegna della droga, pochi valori e molta violenza. Un viaggio sconsolato nei problemi delle giovani generazioni degli strati sociali più bassi (ma anche di quelli più benestanti), segnati da un vuoto morale che è preambolo dell'azione criminale. Amicizia, generosità e sacrificio sono concetti semplicemente inconcepibili in un mondo che trasuda violenza e volontà di (pre)potenza.
Colonna sonora rap e rock, fotografia a tratti nervosa a tratti "fatta", cast ben scelto e regia competente ne rendono consigliabile la visione.
Voto: 3/5
She's So Lovely - Così carina (She's So Lovely) (1997)
John Q (2002)
Le pagine della nostra vita (The Notebook) (2005)
Alpha Dog (2006) - 3/5
La custode di mia sorella (My Sister's Keeper) (2009)
Cassavetes (1959) è un regista, sceneggiatore ed attore statunitense, figlio del regista John.
-Alpha Dog
USA 2006 - drammatico - 122min.
la gang dello spacciatore di Los Angeles Johnny Truelove (Emile Hirsch) rapisce il quindicenne Zack, fratello del tossico Jake, che deve a Johnny dei soldi. I criminali pensano di tenere Zack come ostaggio fintantochè Jake non pagherà il suo debito. Alcuni gangsters iniziano ad affezionarsi al ragazzo, che mostra di gradire particolarmente la vita facile che i criminali gli propinano, rispetto a quella del ragazzo modello con dei genitori fin troppo presenti. Ma le cose iniziano a sfuggire di mano ai criminali, che, braccati dalla polizia e timorosi di essere condannati all'ergastolo, iniziano a valutare la possibilità di far fuori il ragazzo.
Ispirato ad un vero fatto di cronaca che colpì molto il regista, spingendolo a realizzare questo film, è uno spaccato della microcriminalità (la peggiore) di una delle tante metropoli americane. Ragazzi lasciati a loro stessi, con genitori cocainomani o puttanieri, feste all'insegna della droga, pochi valori e molta violenza. Un viaggio sconsolato nei problemi delle giovani generazioni degli strati sociali più bassi (ma anche di quelli più benestanti), segnati da un vuoto morale che è preambolo dell'azione criminale. Amicizia, generosità e sacrificio sono concetti semplicemente inconcepibili in un mondo che trasuda violenza e volontà di (pre)potenza.
Colonna sonora rap e rock, fotografia a tratti nervosa a tratti "fatta", cast ben scelto e regia competente ne rendono consigliabile la visione.
Voto: 3/5
martedì 19 luglio 2011
Will Gluck
Fired Up (2009)
Easy Girl (2010) - 2,5/5
Friends with Benefits (2011)
Gluck, dapprima autore televisivo, è un regista americano specializzato in commedie.
-Easy Girl
(Easy A) - USA 2010 - commedia - 92min.
Stanca di non essere considerata interessante dalla comunità scolastica, Olive (Emma Stone) si inventa di aver perso la verginità con un ragazzo del college. La notizia si diffonde e, sebbene inizi ad essere considerata una poco di buono, Olive è contenta dell'attenzione che ha suscitato. La bugia finisce per gonfiarsi a dismisura con esiti imprevedibili.
Il film è il tentativo di realizzare un teen movie diverso dai pruriginosi American Pie, Maial College et similia. Pur essendo incentrato (come sempre in questi film) su tematiche sessuali, non ci sono scene spinte, bensì molte chiacchiere sull'argomento. E' un film più costruito degli altri di questo filone: si concentra su pochi personaggi ben caratterizzati, un ritmo spiccio (a volte troppo) ed il più classico degli hollywood endings.
La simpatica Stone è un'attrice più espressiva della media degli attori che recitano in questo tipo di film, il che rende la visione più piacevole.
Voto: 2,5/5
Easy Girl (2010) - 2,5/5
Friends with Benefits (2011)
Gluck, dapprima autore televisivo, è un regista americano specializzato in commedie.
-Easy Girl
(Easy A) - USA 2010 - commedia - 92min.
Stanca di non essere considerata interessante dalla comunità scolastica, Olive (Emma Stone) si inventa di aver perso la verginità con un ragazzo del college. La notizia si diffonde e, sebbene inizi ad essere considerata una poco di buono, Olive è contenta dell'attenzione che ha suscitato. La bugia finisce per gonfiarsi a dismisura con esiti imprevedibili.
Il film è il tentativo di realizzare un teen movie diverso dai pruriginosi American Pie, Maial College et similia. Pur essendo incentrato (come sempre in questi film) su tematiche sessuali, non ci sono scene spinte, bensì molte chiacchiere sull'argomento. E' un film più costruito degli altri di questo filone: si concentra su pochi personaggi ben caratterizzati, un ritmo spiccio (a volte troppo) ed il più classico degli hollywood endings.
La simpatica Stone è un'attrice più espressiva della media degli attori che recitano in questo tipo di film, il che rende la visione più piacevole.
Voto: 2,5/5
domenica 17 luglio 2011
Clint Eastwood
The Beguiled: The Storyteller (1971) - cortometraggio
Brivido nella notte (Play Misty for Me) (1971)
Lo straniero senza nome (High Plains Drifter) (1973)
Breezy (1973)
Assassinio sull'Eiger (The Eiger Sanction) (1975)
Il texano dagli occhi di ghiaccio (The Outlaw Josey Wales) (1976)
L'uomo nel mirino (The Gauntlet) (1977)
Bronco Billy (1980)
Firefox - Volpe di fuoco (Firefox) (1982)
Honkytonk Man (1982)
Coraggio... fatti ammazzare (Sudden Impact) (1983)
Il cavaliere pallido (Pale Rider) (1985)
Gunny (Heartbreak Ridge) (1986) - 2,5/5
Bird (1988)
Cacciatore bianco, cuore nero (White Hunter Black Heart) (1990)
La recluta (The Rookie) (1990)
Gli spietati (Unforgiven) (1992)
Un mondo perfetto (A Perfect World) (1993)
I ponti di Madison County (The Bridges of Madison County) (1995) - 4/5
Potere assoluto (Absolute Power) (1997)
Mezzanotte nel giardino del bene e del male (Midnight in the Garden of Good and Evil) (1997)
Fino a prova contraria (True Crime) (1999) - 3,5/5
Space Cowboys (2000)
The Blues episodio Piano Blues (2002) - documentario
Debito di sangue (Blood Work) (2002)
Mystic River (2003)
Million Dollar Baby (2004) - 3,5/5
Flags of Our Fathers (2006)
Lettere da Iwo Jima (Letters from Iwo Jima) (2006)
Changeling (2008)
Gran Torino (2008)
Invictus - L'invincibile (Invictus) (2009)
Hereafter (2010)
J. Edgar (2011) - 3/5
Eastwood (1930), attore televisivo statunitense, lanciato dai western di Leone, dal 1971 inizia anche una prolifica attività registica, che suscita sempre più il plauso della critica, oltre che del pubblico.
-Gunny
(Heartbreak Ridge) di Clint Eastwood - USA 1986 - commedia/drammatico/guerra - 130min.
Addestramento di un gruppo di scapestrati allievi marines da parte di un navigato, anziano e disilluso veterano di nome Tom Highway (Eastwood), caparbio e in fondo tenero di cuore, divorziato e incapace di trattare con l'altro sesso, dalla lingua lunga e insofferente agli ordini superiori, ubriacone e cinico, patriota convinto: trasforma una manica di mammolette in un reparto di uomini duri e puri che compiono un'eroica azione di conquista durante l'attacco americano all'isola di Grenada il 25/10/83.
Profondamente nei canoni di Eastwood questo film, scritto su misura per il suo personaggio, complesso e pieno di sfaccettature ottimamente suggerite dal potente ed espressivo volto dell'attore/regista americano. Non è tra i suoi film migliori dato l'eccessivo accumulo di stereotipi narrativi che sanno parecchio di già visto, ma il film procede con brio, leggerezza (nonostante le serie tematiche), ironizzando sull'istituzione militare ed il patriottismo, pure considerati entrambi valori importanti da Eastwood. E' un cinema d'autore nel senso che è paradigmatico del pensiero del regista, un misto di odio-amore per il suo paese, che molto apprezza e molto critica in tutti i suoi film.
Non è una visione imperdibile, ma è consigliata a chi apprezza Eastwood. Comparto tecnico nella media.
Voto: 2,5/5
-I ponti di Madison County
USA 1995 - sentimentale - 135min.
Una donna dell'Iowa (Meryl Streep) rimane da sola 4 giorni nella tenuta di famiglia in campagna, perchè figli e marito vanno ad una fiera in città. Un reporter del National Geographic (Clint Eastwood) si ferma a chiedere indicazioni circa i ponti coperti della regione. Tra i due nasce una passione destinata a durare solo per quei 4 giorni, ma non si dimenticheranno mai. Cresciuti, i figli di lei verranno a conoscenza della vicenda leggendo i diari della donna.
Ragione o sentimento? Su questo binomio classico si instaura il film più emozionante, genuino e personale (bench lo spunto di base sia evidentemente molto classico) di Eastwood regista; il pistolero smette i panni dell'uomo d'azione e si mostra vulnerabile, sincero come pochi e dotato di una sensibilità fuori dal comune. Un film dove non accade nulla, la messa in scena di un innamoramento senza futuro ambientato tra le quattro pareti domestiche, un film sulle spalle dei due attori protagonisti, assolutamente straordinari per mimica e credibilità. Nessun avvenimento eclatante, nessuna svolta imprevista: solo un sapiente lavoro di scrittura che offre dialoghi realistici e di rara piacevolezza, consegnandoci la storia di due persone normali i cui sentimenti, grazie alla magia del cinema, toccano lo spettatore raggiungendo soglie di rara intensità. Qualche riserva solo riguardo alla corniche: un po' troppo fiabesco l'escamotage della lettura dei diari da parte dei due fratelli che prosegue per giorni e notti (non altro da fare nella vita?) e del conseguente impatto sulle loro vite.
Intimo, prezioso, imperdibile.
Voto: 4/5
-Fino a prova contraria
USA 1999 - drammatico - 127min.
Mentre a San Quentin un detenuto negro nel braccio della morte dev'essere giustiziato, pur avendo per anni proclamto la sua innocenza, al giornalista vecchio, donnaiolo ed antiautoritario Steve (Eastwood) spetta di fargli l'ultima intervista, dato che la giornalista che se ne doveva occupare è morta in un incidente d'auto. Interessandosi al caso la mattina dell'ultimo giorno di vita dell'uomo, presto si convince della sua innocenza, ma non ha che poche ore per provarlo, prima dell'iniezione letale; nel mentre, Steve deve vedersela con il collega la cui moglie si porta a letto, un capo collerico, la moglie con cui il matrimono sta andando a rotoli, la scarsità di prove, la difficoltà di accedere agli atti del processo vecchio di 6 anni, il brutto tempo.
Un uomo solo contro il mondo in una corsa contro il tempo per salvare un altro uomo: tralasciata la nulla verosimiglianza della storia, è un film di eccellente fattura con tutti gli elementi al posto giusto: cast, sceneggiatura, montaggio, impegno civile nel sollevare i problemi di razzismo e pena capitale. Razzismo e morte sono i due temi principali su cui Eastwood ha costruito la sua filmografia da regista, e qui sono presenti entrambi in un connubio emozionante e che fa riflettere intrattenendo. Grande spasso nel gustare il personaggio autarchico e scorbutico di Eastwood, ma i siparietti isterici di James Woods sono anch'essi da non perdere. Un po' dramma un po' commedia, poliziesco senza esserlo, progressista nel messaggio e conservatore nella messinscena di classica compostezza, è un film dai vari umori che ben figura nei film notabili degli anni '90 americani.
Voto: 3,5/5
-Million Dollar Baby
di Clint Eastwood - USA 2004 - drammatico - 132 min.
quest'opera di Clint Eastwood è difficle da giudicare: ottimamente realizzato, sostenuto da un cast impeccabile e da una trama avvincente, tratta di temi forti ed attuali senza però convincere nelle risposte.
Frankey (Eastwood) è un anziano maestro di boxe proprietario di una palestra: vive da solo, ha una figlia che non vede da anni (il motivo è ignoto) e lavora assieme a quello che una volta era stato un pugile (Morgan Freeman) infortunatosi in un combattimento che gli ha stroncato la carriera. Un giorno si presenta alla sua palestra una donna (Hilary Swank) trentunenne che chiede a Frankey di farle da allenatore. Dopo riluttanze iniziali (Frankey non allena donne) il vecchio acconsente, e fra i due si forma un legame di sincero affetto, quasi come padre (che lei non ha mai visto) e figlia (che lui non vede mai). Vittoria dopo vittoria si avvicina l'ambito titolo di campionessa, ma nell'incontro decisivo una mossa sleale dell'avversaria costringe la povera boxara alla paralisi perenne. Dopo aver definitivamente troncato i rapporti col resto dei famigliari (accorsi al suo capezzale solo per farle firmare un documento sulla trasmissione dei beni), la ragazza chiede a Frankey di darle la morte. L'allenatore, combattuto e lacerato interiormente, dovrà prendere la decisione finale.
C'è chi ha detto che Million dollar baby è un film sulla boxe. Nulla di più sbagliato. E' un film che usa la boxe come strumento per parlare di altro, in particolare di temi come la mancanza e la ricerca di affetto, la volontà di riscatto e, nella parte finale, di eutanasia. Il film ha la cornice narrativa della lettera scritta da Morgan Freeman alla figlia di Frankey, in cui racconta questa vicenda; con questo espediente la voce onniscente fuori campo commenta ciò che accade nel film, facendo spesso riferimento al mondo della boxe, parlandone come di uno sport assurdo, in cui si deve fare il contrario di quello che ogni persona farebbe: non allontanarsi dal colpo avversario, ma avvicinarvisi, inclinare il piede in una direzione per girarsi verso quella opposta eccetera. Allo stesso modo Frankey (che è il vero protagonista del film, non Hilary Swank che ricopre il ruolo di strumento, di mezzo che dà il via alla vicenda sconvolgendo la vita dell'allenatore) di fronte alla determinazione della giovane fa qualcosa di rivoluzionario nella sua vita, ovvero decide di allenarla. Questa scelta gli cambierà la vita, non si può dire se in meglio o in peggio.
Per quanto riguarda il primo tema (la ricerca di affetto), possiamo dire che è quello da cui scaturiscono i momenti più commoventi e coinvolgenti del film: negli sguardi teneri che i due protagonisti si scambiano si legge la profonda solitudine dei due personaggi, che finalmente paiono aver trovato una persona da amare e da cui essere amati. Il secondo tema (la volontà di riscatto) procede di pari passo con la storia della ragazza impersonata da Hilary Swank: proveniente da una famiglia povera e disastrata, lavoratrice in un bar e costretta a cibarsi degli avanzi dei clienti, disposta a tutti i sacrifici pur di ottenere il proprio obbiettivo, che non è solo l'affermazione personale, ma anche la dimostrazione del proprio valore ad una madre e in generale a dei parenti che si dimostrano invece indifferenti ed opportunisti. in ogni caso questo è forse (e paradossalmente, dato che questo cammino occupa la maggior parte del film) l'aspetto meno importante del film, già affrontato in parecchie altre pellicole totalmente incentrate su questo tema, ed infatti il film non termina con il lieto fine che ci si aspetterebbe. Il tema più importante è dunque l'ultimo, l'eutanasia, ma proprio qui la pellicola tentenna. Innanzitutto l'ultima parte del film (il ricovero ospedaliero) tende troppo al melodrammatico, con particolari sicuramente eccessivi (sia l'amputazione della gamba sia, soprattutto, il taglio della lingua) e la mancanza di una vera e propria presa di posizione da parte del regista. Eastwood sicuramente non condanna l'eutanasia, ma non si capisce nemmeno se la condivida totalmente; dal film si capisce solo che la può comprendere in alcuni casi estremi, ma non è chiaro se la approvi o no. Forse Eastwood voleva lasciare la risposta agli spettatori, ma in questo modo il film ha l'aria di non sapere bene da che parte girarsi, terminando così con un finale incerto, in un certo senso abbozzato (di più non posso dire per non svelarne i dettagli).
Tecnicamente è da segnalare una fotografia molto curata, come spesso nei film di Clint Eastwood, incentrata sull'uso di colori scuri e di ombre (con l'eccezione di quel verde sfolgorante dell'uniforme che Frankey dona alla sua allieva). Gradevole la colonna sonora, che ha come tema principale una lenta e malinconica melodia di chitarra, la quale ben si adatta all'atmosfera sconsolata del film.
Ne consiglio la visione, anche se come già detto il finale potrebbe deludere.
Voto: 3,5/5
-J. Edgar
USA 2011 - biografico - 137min.
Biografia di J. Edgar Hoover (1895-1972), primo direttore del FBI, carica che conservò fino alla morte, sotto il governo Nixon. Se ne derive (poco) il lato pubblico e (molto) il privato, in particolare il suo rapporto con la madre autoritaria ed il collega e forse amante Clyde Tolson (1900-1975).
Buona ripresa dopo l'incerto Hereafter, J.Edgar è un robusto film biografico che attraversa disinvoltamente decenni di storia americana e con altrettanta leggerezza ricorre ad un intreccio costituito di continui salti temporali, passando da un Hoover (Leonardo di Caprio nella sua migliore interpretazione di sempre) vecchio ed imbolsito ad uno giovane e rampante. Eastwood percorre agilmente anche una rassegna ideale dei tipici generi americani: gangster, spionaggio, noir, dramma sentimentale (declinato nel rapporto omosessuale che lega Hoover e Tolson) senza dimenticare, a livello estetico, il western con i suoi piani americani e primi piani. Una lunga storia che forse ha la pecca di sceneggiatura di soffermarsi più sul privato che sul pubblico, rendendo più ostica la fruizione per lo spettatore non americano che non conosce nel dettaglio la carriera di Hoover. Si tralascia un po' troppo l'uomo di stato in favore dell'uomo privato e dei suoi conflitti personali, nonché si cerca di dare una rappresentazione del carattere, della psicologia del personaggio, ostinato, forte per certi versi e fragile per altri, sospettoso di tutto e tutti, perfino dei suoi uomini più fidati.
Detto questo, nulla da ridire su comparto tecnico ed artistico, solo la colonna sonora poteva essere più incisiva. Eastwood fa sempre lo stesso cinema, come Woody Allen, ma continua a farlo in maniera formalmente impeccabile.
Voto: 3/5
Brivido nella notte (Play Misty for Me) (1971)
Lo straniero senza nome (High Plains Drifter) (1973)
Breezy (1973)
Assassinio sull'Eiger (The Eiger Sanction) (1975)
Il texano dagli occhi di ghiaccio (The Outlaw Josey Wales) (1976)
L'uomo nel mirino (The Gauntlet) (1977)
Bronco Billy (1980)
Firefox - Volpe di fuoco (Firefox) (1982)
Honkytonk Man (1982)
Coraggio... fatti ammazzare (Sudden Impact) (1983)
Il cavaliere pallido (Pale Rider) (1985)
Gunny (Heartbreak Ridge) (1986) - 2,5/5
Bird (1988)
Cacciatore bianco, cuore nero (White Hunter Black Heart) (1990)
La recluta (The Rookie) (1990)
Gli spietati (Unforgiven) (1992)
Un mondo perfetto (A Perfect World) (1993)
I ponti di Madison County (The Bridges of Madison County) (1995) - 4/5
Potere assoluto (Absolute Power) (1997)
Mezzanotte nel giardino del bene e del male (Midnight in the Garden of Good and Evil) (1997)
Fino a prova contraria (True Crime) (1999) - 3,5/5
Space Cowboys (2000)
The Blues episodio Piano Blues (2002) - documentario
Debito di sangue (Blood Work) (2002)
Mystic River (2003)
Million Dollar Baby (2004) - 3,5/5
Flags of Our Fathers (2006)
Lettere da Iwo Jima (Letters from Iwo Jima) (2006)
Changeling (2008)
Gran Torino (2008)
Invictus - L'invincibile (Invictus) (2009)
Hereafter (2010)
J. Edgar (2011) - 3/5
Eastwood (1930), attore televisivo statunitense, lanciato dai western di Leone, dal 1971 inizia anche una prolifica attività registica, che suscita sempre più il plauso della critica, oltre che del pubblico.
-Gunny
(Heartbreak Ridge) di Clint Eastwood - USA 1986 - commedia/drammatico/guerra - 130min.
Addestramento di un gruppo di scapestrati allievi marines da parte di un navigato, anziano e disilluso veterano di nome Tom Highway (Eastwood), caparbio e in fondo tenero di cuore, divorziato e incapace di trattare con l'altro sesso, dalla lingua lunga e insofferente agli ordini superiori, ubriacone e cinico, patriota convinto: trasforma una manica di mammolette in un reparto di uomini duri e puri che compiono un'eroica azione di conquista durante l'attacco americano all'isola di Grenada il 25/10/83.
Profondamente nei canoni di Eastwood questo film, scritto su misura per il suo personaggio, complesso e pieno di sfaccettature ottimamente suggerite dal potente ed espressivo volto dell'attore/regista americano. Non è tra i suoi film migliori dato l'eccessivo accumulo di stereotipi narrativi che sanno parecchio di già visto, ma il film procede con brio, leggerezza (nonostante le serie tematiche), ironizzando sull'istituzione militare ed il patriottismo, pure considerati entrambi valori importanti da Eastwood. E' un cinema d'autore nel senso che è paradigmatico del pensiero del regista, un misto di odio-amore per il suo paese, che molto apprezza e molto critica in tutti i suoi film.
Non è una visione imperdibile, ma è consigliata a chi apprezza Eastwood. Comparto tecnico nella media.
Voto: 2,5/5
-I ponti di Madison County
USA 1995 - sentimentale - 135min.
Una donna dell'Iowa (Meryl Streep) rimane da sola 4 giorni nella tenuta di famiglia in campagna, perchè figli e marito vanno ad una fiera in città. Un reporter del National Geographic (Clint Eastwood) si ferma a chiedere indicazioni circa i ponti coperti della regione. Tra i due nasce una passione destinata a durare solo per quei 4 giorni, ma non si dimenticheranno mai. Cresciuti, i figli di lei verranno a conoscenza della vicenda leggendo i diari della donna.
Ragione o sentimento? Su questo binomio classico si instaura il film più emozionante, genuino e personale (bench lo spunto di base sia evidentemente molto classico) di Eastwood regista; il pistolero smette i panni dell'uomo d'azione e si mostra vulnerabile, sincero come pochi e dotato di una sensibilità fuori dal comune. Un film dove non accade nulla, la messa in scena di un innamoramento senza futuro ambientato tra le quattro pareti domestiche, un film sulle spalle dei due attori protagonisti, assolutamente straordinari per mimica e credibilità. Nessun avvenimento eclatante, nessuna svolta imprevista: solo un sapiente lavoro di scrittura che offre dialoghi realistici e di rara piacevolezza, consegnandoci la storia di due persone normali i cui sentimenti, grazie alla magia del cinema, toccano lo spettatore raggiungendo soglie di rara intensità. Qualche riserva solo riguardo alla corniche: un po' troppo fiabesco l'escamotage della lettura dei diari da parte dei due fratelli che prosegue per giorni e notti (non altro da fare nella vita?) e del conseguente impatto sulle loro vite.
Intimo, prezioso, imperdibile.
Voto: 4/5
-Fino a prova contraria
USA 1999 - drammatico - 127min.
Mentre a San Quentin un detenuto negro nel braccio della morte dev'essere giustiziato, pur avendo per anni proclamto la sua innocenza, al giornalista vecchio, donnaiolo ed antiautoritario Steve (Eastwood) spetta di fargli l'ultima intervista, dato che la giornalista che se ne doveva occupare è morta in un incidente d'auto. Interessandosi al caso la mattina dell'ultimo giorno di vita dell'uomo, presto si convince della sua innocenza, ma non ha che poche ore per provarlo, prima dell'iniezione letale; nel mentre, Steve deve vedersela con il collega la cui moglie si porta a letto, un capo collerico, la moglie con cui il matrimono sta andando a rotoli, la scarsità di prove, la difficoltà di accedere agli atti del processo vecchio di 6 anni, il brutto tempo.
Un uomo solo contro il mondo in una corsa contro il tempo per salvare un altro uomo: tralasciata la nulla verosimiglianza della storia, è un film di eccellente fattura con tutti gli elementi al posto giusto: cast, sceneggiatura, montaggio, impegno civile nel sollevare i problemi di razzismo e pena capitale. Razzismo e morte sono i due temi principali su cui Eastwood ha costruito la sua filmografia da regista, e qui sono presenti entrambi in un connubio emozionante e che fa riflettere intrattenendo. Grande spasso nel gustare il personaggio autarchico e scorbutico di Eastwood, ma i siparietti isterici di James Woods sono anch'essi da non perdere. Un po' dramma un po' commedia, poliziesco senza esserlo, progressista nel messaggio e conservatore nella messinscena di classica compostezza, è un film dai vari umori che ben figura nei film notabili degli anni '90 americani.
Voto: 3,5/5
-Million Dollar Baby
di Clint Eastwood - USA 2004 - drammatico - 132 min.
quest'opera di Clint Eastwood è difficle da giudicare: ottimamente realizzato, sostenuto da un cast impeccabile e da una trama avvincente, tratta di temi forti ed attuali senza però convincere nelle risposte.
Frankey (Eastwood) è un anziano maestro di boxe proprietario di una palestra: vive da solo, ha una figlia che non vede da anni (il motivo è ignoto) e lavora assieme a quello che una volta era stato un pugile (Morgan Freeman) infortunatosi in un combattimento che gli ha stroncato la carriera. Un giorno si presenta alla sua palestra una donna (Hilary Swank) trentunenne che chiede a Frankey di farle da allenatore. Dopo riluttanze iniziali (Frankey non allena donne) il vecchio acconsente, e fra i due si forma un legame di sincero affetto, quasi come padre (che lei non ha mai visto) e figlia (che lui non vede mai). Vittoria dopo vittoria si avvicina l'ambito titolo di campionessa, ma nell'incontro decisivo una mossa sleale dell'avversaria costringe la povera boxara alla paralisi perenne. Dopo aver definitivamente troncato i rapporti col resto dei famigliari (accorsi al suo capezzale solo per farle firmare un documento sulla trasmissione dei beni), la ragazza chiede a Frankey di darle la morte. L'allenatore, combattuto e lacerato interiormente, dovrà prendere la decisione finale.
C'è chi ha detto che Million dollar baby è un film sulla boxe. Nulla di più sbagliato. E' un film che usa la boxe come strumento per parlare di altro, in particolare di temi come la mancanza e la ricerca di affetto, la volontà di riscatto e, nella parte finale, di eutanasia. Il film ha la cornice narrativa della lettera scritta da Morgan Freeman alla figlia di Frankey, in cui racconta questa vicenda; con questo espediente la voce onniscente fuori campo commenta ciò che accade nel film, facendo spesso riferimento al mondo della boxe, parlandone come di uno sport assurdo, in cui si deve fare il contrario di quello che ogni persona farebbe: non allontanarsi dal colpo avversario, ma avvicinarvisi, inclinare il piede in una direzione per girarsi verso quella opposta eccetera. Allo stesso modo Frankey (che è il vero protagonista del film, non Hilary Swank che ricopre il ruolo di strumento, di mezzo che dà il via alla vicenda sconvolgendo la vita dell'allenatore) di fronte alla determinazione della giovane fa qualcosa di rivoluzionario nella sua vita, ovvero decide di allenarla. Questa scelta gli cambierà la vita, non si può dire se in meglio o in peggio.
Per quanto riguarda il primo tema (la ricerca di affetto), possiamo dire che è quello da cui scaturiscono i momenti più commoventi e coinvolgenti del film: negli sguardi teneri che i due protagonisti si scambiano si legge la profonda solitudine dei due personaggi, che finalmente paiono aver trovato una persona da amare e da cui essere amati. Il secondo tema (la volontà di riscatto) procede di pari passo con la storia della ragazza impersonata da Hilary Swank: proveniente da una famiglia povera e disastrata, lavoratrice in un bar e costretta a cibarsi degli avanzi dei clienti, disposta a tutti i sacrifici pur di ottenere il proprio obbiettivo, che non è solo l'affermazione personale, ma anche la dimostrazione del proprio valore ad una madre e in generale a dei parenti che si dimostrano invece indifferenti ed opportunisti. in ogni caso questo è forse (e paradossalmente, dato che questo cammino occupa la maggior parte del film) l'aspetto meno importante del film, già affrontato in parecchie altre pellicole totalmente incentrate su questo tema, ed infatti il film non termina con il lieto fine che ci si aspetterebbe. Il tema più importante è dunque l'ultimo, l'eutanasia, ma proprio qui la pellicola tentenna. Innanzitutto l'ultima parte del film (il ricovero ospedaliero) tende troppo al melodrammatico, con particolari sicuramente eccessivi (sia l'amputazione della gamba sia, soprattutto, il taglio della lingua) e la mancanza di una vera e propria presa di posizione da parte del regista. Eastwood sicuramente non condanna l'eutanasia, ma non si capisce nemmeno se la condivida totalmente; dal film si capisce solo che la può comprendere in alcuni casi estremi, ma non è chiaro se la approvi o no. Forse Eastwood voleva lasciare la risposta agli spettatori, ma in questo modo il film ha l'aria di non sapere bene da che parte girarsi, terminando così con un finale incerto, in un certo senso abbozzato (di più non posso dire per non svelarne i dettagli).
Tecnicamente è da segnalare una fotografia molto curata, come spesso nei film di Clint Eastwood, incentrata sull'uso di colori scuri e di ombre (con l'eccezione di quel verde sfolgorante dell'uniforme che Frankey dona alla sua allieva). Gradevole la colonna sonora, che ha come tema principale una lenta e malinconica melodia di chitarra, la quale ben si adatta all'atmosfera sconsolata del film.
Ne consiglio la visione, anche se come già detto il finale potrebbe deludere.
Voto: 3,5/5
-J. Edgar
USA 2011 - biografico - 137min.
Biografia di J. Edgar Hoover (1895-1972), primo direttore del FBI, carica che conservò fino alla morte, sotto il governo Nixon. Se ne derive (poco) il lato pubblico e (molto) il privato, in particolare il suo rapporto con la madre autoritaria ed il collega e forse amante Clyde Tolson (1900-1975).
Buona ripresa dopo l'incerto Hereafter, J.Edgar è un robusto film biografico che attraversa disinvoltamente decenni di storia americana e con altrettanta leggerezza ricorre ad un intreccio costituito di continui salti temporali, passando da un Hoover (Leonardo di Caprio nella sua migliore interpretazione di sempre) vecchio ed imbolsito ad uno giovane e rampante. Eastwood percorre agilmente anche una rassegna ideale dei tipici generi americani: gangster, spionaggio, noir, dramma sentimentale (declinato nel rapporto omosessuale che lega Hoover e Tolson) senza dimenticare, a livello estetico, il western con i suoi piani americani e primi piani. Una lunga storia che forse ha la pecca di sceneggiatura di soffermarsi più sul privato che sul pubblico, rendendo più ostica la fruizione per lo spettatore non americano che non conosce nel dettaglio la carriera di Hoover. Si tralascia un po' troppo l'uomo di stato in favore dell'uomo privato e dei suoi conflitti personali, nonché si cerca di dare una rappresentazione del carattere, della psicologia del personaggio, ostinato, forte per certi versi e fragile per altri, sospettoso di tutto e tutti, perfino dei suoi uomini più fidati.
Detto questo, nulla da ridire su comparto tecnico ed artistico, solo la colonna sonora poteva essere più incisiva. Eastwood fa sempre lo stesso cinema, come Woody Allen, ma continua a farlo in maniera formalmente impeccabile.
Voto: 3/5
Jesse Dylan
American Pie - Il matrimonio (2003) - 1/5
Dylan (1966), figlio del cantautore Bob, fondatore della casa di produzione Wondros, ha diretto l'episodio più scadente della trilogia canonica di American Pie.
American Pie - Il matrimonio
(American wedding) - USA 2003 - commedia - 97min.
Il protagonista mette la testa a posto e decide di sposarsi. Fine della spensieratezza uguale fine del divertimento (anche per lo spettatore).
Fiacco e stiracchiato, non diverte. Si vede qualche tetta.
Voto: 1/5
Dylan (1966), figlio del cantautore Bob, fondatore della casa di produzione Wondros, ha diretto l'episodio più scadente della trilogia canonica di American Pie.
American Pie - Il matrimonio
(American wedding) - USA 2003 - commedia - 97min.
Il protagonista mette la testa a posto e decide di sposarsi. Fine della spensieratezza uguale fine del divertimento (anche per lo spettatore).
Fiacco e stiracchiato, non diverte. Si vede qualche tetta.
Voto: 1/5
Luke Greenfield
The Holiday Club
52 Fights
House Broken
The Girl Next Door (2004) - 2,5/5
Go Sick
The Animal
The Right Hook
Something Borrowed
Greenfield (1972) è un regista americano specializzato in commedie.
-The Girl Next Door
USA 2004 - commedia - 108min.
Matthew Kidman, brillante studente di college che punta alla borsa di studio per Georgetown, perde la testa per la vicina di casa appena trasferitasi di fianco a casa sua, Danielle. Scoprirà che è una pornostar, ma lui è così innamorato...
Se c'è una cosa che le commedie americane hanno, anche le più stupide (non è questo il caso), è il ritmo: The Girl Next Door, pur con la sua trama non particolarmente originale, pur non proponendo situazioni così rocambolesche come la trilogia di American Pie, ha un infallibile ritmo di montaggio e sceneggiatura, che lo rende una visione divertente e piacevole nella sua convenzionalità. Al risultato contribuiscono certamente i due simpatici interpreti principali (Emile Hirsch ed Elisha Cutberth) e anche molti caratteristi, ma è il tono leggero, le situazioni da sorriso (più che da riso) ed un convenzionale lieto fine che che rendono questi 108 minuti uno svago raccomandato.
Voto: 2,5/5
52 Fights
House Broken
The Girl Next Door (2004) - 2,5/5
Go Sick
The Animal
The Right Hook
Something Borrowed
Greenfield (1972) è un regista americano specializzato in commedie.
-The Girl Next Door
USA 2004 - commedia - 108min.
Matthew Kidman, brillante studente di college che punta alla borsa di studio per Georgetown, perde la testa per la vicina di casa appena trasferitasi di fianco a casa sua, Danielle. Scoprirà che è una pornostar, ma lui è così innamorato...
Se c'è una cosa che le commedie americane hanno, anche le più stupide (non è questo il caso), è il ritmo: The Girl Next Door, pur con la sua trama non particolarmente originale, pur non proponendo situazioni così rocambolesche come la trilogia di American Pie, ha un infallibile ritmo di montaggio e sceneggiatura, che lo rende una visione divertente e piacevole nella sua convenzionalità. Al risultato contribuiscono certamente i due simpatici interpreti principali (Emile Hirsch ed Elisha Cutberth) e anche molti caratteristi, ma è il tono leggero, le situazioni da sorriso (più che da riso) ed un convenzionale lieto fine che che rendono questi 108 minuti uno svago raccomandato.
Voto: 2,5/5
mercoledì 13 luglio 2011
Andrew Douglas
-The Amityville Horror (2004) - 2/5
Douglas, regista statunitense, ha al suo attivo l'unica prova di "The Amityville Horror".
-The Amityville Horror (2005)
di Andrew Douglas - USA 2005 - horror - 86min.
Remake del film omonimo del '79, ispirato ad un vero fatto di cronaca.
Nel 1975 (la data nel film è imprecisata; per la cronaca fu il 18 dicembre) la famiglia Lutz si trasferisce al 112 Ocean Avenue di Amityville, contea di Suffolk, stato di New York. Un anno prima all'interno della casa era stato compiuto il massacro della famiglia DeFeo ad opera del figlio maggiore dei coniugi DeFeo, Ronald Jr., che asserì che la casa fosse infestata e avesse agito sotto influenze malefiche. Dopo 28 giorni di permanenza (14 gennaio 1976) La famiglia Lutz abbandonò improvvisamente la casa senza tornarvi mai più, lasciando tutte le loro cose e rifiutandosi di dare alcuna spiegazione, se non concedendo qualche intervista anni più tardi (una delle più lunghe concesse da George Lutz: http://www.ghostvillage.com/legends/2005/legends36_04122005.shtml) .
Ovviamente il film è una ricostruzione immaginaria di ciò che la famiglia Lutz possa aver vissuto in quei 28 giorni, dando per scontato che la casa fosse realmente infestata.
Il film in sè è ben fatto, girato con anonima competenza da un regista emergente, ben recitato e non eccede in particolari macabri nè in momenti sanguinosi o violenti, ma cerca di creare un'atmosfera. Questo purtroppo non accade quasi mai a causa dell'eccessiva banalità della vicenda, che riprende il classico filone delle case stregate e i soliti bambini inquietanti. Si può comunque apprezzare la costruzione dei due protagonisti, meno superficiale di quanto ci si aspetterebbe, ed una buona scenografia e fotografia, che rendono il setting piacevolmente. La pellicola insomma non riesce mai a decollare veramente, passando per tutta una serie di luoghi comuni del genere fino a risultare oltremodo prevedibile e per nulla originale.
E' un esempio del preoccupante periodo di stagnazione in cui l'horror americano sta giacendo, arrancando dietro al revival francese ed orientale del dopo 2000.
Voto: 2/5
Douglas, regista statunitense, ha al suo attivo l'unica prova di "The Amityville Horror".
-The Amityville Horror (2005)
di Andrew Douglas - USA 2005 - horror - 86min.
Remake del film omonimo del '79, ispirato ad un vero fatto di cronaca.
Nel 1975 (la data nel film è imprecisata; per la cronaca fu il 18 dicembre) la famiglia Lutz si trasferisce al 112 Ocean Avenue di Amityville, contea di Suffolk, stato di New York. Un anno prima all'interno della casa era stato compiuto il massacro della famiglia DeFeo ad opera del figlio maggiore dei coniugi DeFeo, Ronald Jr., che asserì che la casa fosse infestata e avesse agito sotto influenze malefiche. Dopo 28 giorni di permanenza (14 gennaio 1976) La famiglia Lutz abbandonò improvvisamente la casa senza tornarvi mai più, lasciando tutte le loro cose e rifiutandosi di dare alcuna spiegazione, se non concedendo qualche intervista anni più tardi (una delle più lunghe concesse da George Lutz: http://www.ghostvillage.com/legends/2005/legends36_04122005.shtml) .
Ovviamente il film è una ricostruzione immaginaria di ciò che la famiglia Lutz possa aver vissuto in quei 28 giorni, dando per scontato che la casa fosse realmente infestata.
Il film in sè è ben fatto, girato con anonima competenza da un regista emergente, ben recitato e non eccede in particolari macabri nè in momenti sanguinosi o violenti, ma cerca di creare un'atmosfera. Questo purtroppo non accade quasi mai a causa dell'eccessiva banalità della vicenda, che riprende il classico filone delle case stregate e i soliti bambini inquietanti. Si può comunque apprezzare la costruzione dei due protagonisti, meno superficiale di quanto ci si aspetterebbe, ed una buona scenografia e fotografia, che rendono il setting piacevolmente. La pellicola insomma non riesce mai a decollare veramente, passando per tutta una serie di luoghi comuni del genere fino a risultare oltremodo prevedibile e per nulla originale.
E' un esempio del preoccupante periodo di stagnazione in cui l'horror americano sta giacendo, arrancando dietro al revival francese ed orientale del dopo 2000.
Voto: 2/5
domenica 10 luglio 2011
9.Neorealismo
E’ il movimento che più influenzerà il cinema successivo. Viene convenzionalmente circoscritto fra il 1943 (anno di Ossessione di Luchino Visconti) ed il 1952 (anno di Umberto D. di Vittorio de Sica). Pur avendo ancora molti elementi del cinema narrativo classico, il neorealismo, nato in un periodo di devastazione e miseria, eppure ansioso di raccontare e mostrare, rivoluziona la forma della narrazione. Già il cinema italiano bellico era lontano dagli stereotipi eroistici americani, e ritraeva invece uomini semplici, ansiosi di tornare a casa. Il caos politico-militare della fase finale della guerra in Italia si riflette poi nei film del periodo: i codici del cinema classico sono abbandonati; l’unità base del racconto non è più l’inquadratura, ma il fatto in sè, l’evento appena ripreso dall’obbiettivo. La novità del neorealismo è cioè il caos della realtà quotidiana. Spesso lo spettatore viene coinvolto in prima persona da voci fuori campo o sguardi in macchina; è finito il regime del narratore onnisciente e del montaggio invisibile. Il neorealismo deriva le sua novità dal fatto di essere un cinema povero: di mezzi, soldi, strutture, stile. Altra caratteristica è la predominanza della soggettiva, più propria del reportage che della narrazione: lo spettatore non è più un dio, bensì è incerto e confuso quanto il protagonista della pellicola.
9.1 poetica
E’ un cinema “sporco, disordinato e impreciso”. I neorealisti teorizzano un legame fra cinema e realtà, l’intento è quello di mostrare la realtà così com’è. Ciò è ovviamente impossibile, ma è il loro scopo; per far ciò cercano di ridurre al minimo l’artificialità: le riprese sono sempre in location, mai in studio; gli attori spesso non sono professionisti; si privilegia il piano sequenza con realismo della durata. La poetica è comunque diversa dall’applicazione pratica, dove si ottengono anche effetti paradossalmente opposti.
9.2 Gli autori
-Vittorio de Sica: attore, ex interprete dei film dei “telefoni bianchi” (commedie borghesi). Esordisce alla regia negli anni ’30. Il suo primo film neorealista, Ladri di biciclette (1947) ha in realtà la classica struttura fiabesca della quest, ed è pieno di effetti di drammatizzazione romanzesca. E’ inoltre molto costruito, basato sulla contrapposizione fra interni ed esterni, pieni e vuoti.
Miracolo a Milano è l’estremizzazione fiabesca di questi concetti.
Umberto D. rappresenta l’estremo realismo di durata.
-Roberto Rossellini: cattolico, inizialmente simpatizzante fascista, nel 1945 gira Roma città aperta, in cui tutti i personaggi sono antifascisti. Poi gira Paisà, film a episodi dal nord al sud Italia, e Germania anno zero, fra le rovine di Berlino. Dopo Viaggio in Italia non si occuperà più di cinema, dedicandosi a lavori televisivi.
-Giuseppe de Santis: è l’unico ad avere un successo popolare. Inizialmente critico presso la testata Cinema, subisce l’influenza del modello hollywoodiano di genere (western, musical, commedia) da una parte, di quello russo dall’altra; realizza quindi film ibridi popolari-spettacolari. Il risultato più noto è Riso amaro (1948).
-Luchino Visconti: nobile, cosmopolita, comunista, omosessuale. Inizialmente aiuto regista del francese Renoir, dà il via al movimento neorealista con ossessione (1943) girato a Ferrara con attori non professionisti. Il film è in esterni, sul delta del Po, in una stazione di servizio. La denominazione del movimento si deve al montatore Mario Serandrei, che scrivendo al regista a proposito del girato parla di “immagini neorealiste”.
9.3 Conclusione
Il neorealismo è un movimento, non una scuola, basato sull’idea che l’arte deve affrontare la realtà, il vivere quotidiano, aiutando il pubblico osservatore.
9.1 poetica
E’ un cinema “sporco, disordinato e impreciso”. I neorealisti teorizzano un legame fra cinema e realtà, l’intento è quello di mostrare la realtà così com’è. Ciò è ovviamente impossibile, ma è il loro scopo; per far ciò cercano di ridurre al minimo l’artificialità: le riprese sono sempre in location, mai in studio; gli attori spesso non sono professionisti; si privilegia il piano sequenza con realismo della durata. La poetica è comunque diversa dall’applicazione pratica, dove si ottengono anche effetti paradossalmente opposti.
9.2 Gli autori
-Vittorio de Sica: attore, ex interprete dei film dei “telefoni bianchi” (commedie borghesi). Esordisce alla regia negli anni ’30. Il suo primo film neorealista, Ladri di biciclette (1947) ha in realtà la classica struttura fiabesca della quest, ed è pieno di effetti di drammatizzazione romanzesca. E’ inoltre molto costruito, basato sulla contrapposizione fra interni ed esterni, pieni e vuoti.
Miracolo a Milano è l’estremizzazione fiabesca di questi concetti.
Umberto D. rappresenta l’estremo realismo di durata.
-Roberto Rossellini: cattolico, inizialmente simpatizzante fascista, nel 1945 gira Roma città aperta, in cui tutti i personaggi sono antifascisti. Poi gira Paisà, film a episodi dal nord al sud Italia, e Germania anno zero, fra le rovine di Berlino. Dopo Viaggio in Italia non si occuperà più di cinema, dedicandosi a lavori televisivi.
-Giuseppe de Santis: è l’unico ad avere un successo popolare. Inizialmente critico presso la testata Cinema, subisce l’influenza del modello hollywoodiano di genere (western, musical, commedia) da una parte, di quello russo dall’altra; realizza quindi film ibridi popolari-spettacolari. Il risultato più noto è Riso amaro (1948).
-Luchino Visconti: nobile, cosmopolita, comunista, omosessuale. Inizialmente aiuto regista del francese Renoir, dà il via al movimento neorealista con ossessione (1943) girato a Ferrara con attori non professionisti. Il film è in esterni, sul delta del Po, in una stazione di servizio. La denominazione del movimento si deve al montatore Mario Serandrei, che scrivendo al regista a proposito del girato parla di “immagini neorealiste”.
9.3 Conclusione
Il neorealismo è un movimento, non una scuola, basato sull’idea che l’arte deve affrontare la realtà, il vivere quotidiano, aiutando il pubblico osservatore.
Clive Donner
The Purple Plain (1954)
The Secret Place (1957)
Heart of a Child (1958)
Some People (1962)
The Caretaker (1963)
Nothing But the Best (1964)
Ciao Pussycat (1965) - 3/5
Here We Go Round the Mulberry Bush (1967)
Luv (1967)
Alfred the Great (1969)
Vampira (1974)
Spectre (1977)
The Nude Bomb (1980)
Charlie Chan and the Curse of the Dragon Queen (1981)
A Christmas Carol (1984)
Arthur the King (1985)
Stealing Heaven (1988)
Charlemagne, le prince à cheval (1993)
Donner (1926-2010) è stato un regista britannico, noto in Italia solamente per "Ciao Pussycat", che segna il debutto di Woody Allen al cinema, come attore e sceneggiatore.
recensione: Ciao Pussycat
(What's New Pussycat?) di Clive Donner - USA/Francia 1965 - commedia - 108min.
Ambientata a Parigi, questa commedia grottesca segna il debutto di Woody Allen attore, che l'ha anche sceneggiata. IL film narra delle peripezie sentimentali di un ricco uomo d'affari (Peter O'Toole) che è assolutamente incapace di amare una sola donna, e consuma la sua esistenza tra un'avventura e l'altra. Nemmeno i (dubbi) consigli dello psicanalista (Peter Sellers), ancor più strampalato di lui, gli sono d'aiuto, per non parlare del goffo collega di lavoro (Allen), che è un casinista totale. Fa da contraltare al terzetto maschile una folta schiera di donne avvenenti (Ursula Andress, Romy Schneider, Paula Prentiss, Capucine) mandano in crisi la già labile psiche dei protagonisti.
E' un film rocambolesco e squilibrato, senza una struttura narrativa vera e propria, che sembra avere tanta energia creativa da non riuscire ad esprimerla con ordine, finendo con l'accumulare a folle velocità situazioni assurde, spassose ed irreali con una foga espressa nella dinamicità dell'azione, nell'iperattività dei personaggi, nel folle ritmo di montaggio e nella colonna sonora; è insomma l'incarnazione sia delle rivoluzioni culturali degli anni '60 (si parla molto di sesso) sia del geniale talento di Allen prima maniera (ovvero prettamente comico), che ha ancora qualche difficoltà a gestire le idee. Questo senza nulla togliere alla regia di Donner, che ha un'ottimo occhio per i tempi comici. Affascinante vedere nello stesso film tre attori maschili così diversi tra loro: solo per questo la pellicola meriterebbe la visione.
Voto: 3/5
The Secret Place (1957)
Heart of a Child (1958)
Some People (1962)
The Caretaker (1963)
Nothing But the Best (1964)
Ciao Pussycat (1965) - 3/5
Here We Go Round the Mulberry Bush (1967)
Luv (1967)
Alfred the Great (1969)
Vampira (1974)
Spectre (1977)
The Nude Bomb (1980)
Charlie Chan and the Curse of the Dragon Queen (1981)
A Christmas Carol (1984)
Arthur the King (1985)
Stealing Heaven (1988)
Charlemagne, le prince à cheval (1993)
Donner (1926-2010) è stato un regista britannico, noto in Italia solamente per "Ciao Pussycat", che segna il debutto di Woody Allen al cinema, come attore e sceneggiatore.
recensione: Ciao Pussycat
(What's New Pussycat?) di Clive Donner - USA/Francia 1965 - commedia - 108min.
Ambientata a Parigi, questa commedia grottesca segna il debutto di Woody Allen attore, che l'ha anche sceneggiata. IL film narra delle peripezie sentimentali di un ricco uomo d'affari (Peter O'Toole) che è assolutamente incapace di amare una sola donna, e consuma la sua esistenza tra un'avventura e l'altra. Nemmeno i (dubbi) consigli dello psicanalista (Peter Sellers), ancor più strampalato di lui, gli sono d'aiuto, per non parlare del goffo collega di lavoro (Allen), che è un casinista totale. Fa da contraltare al terzetto maschile una folta schiera di donne avvenenti (Ursula Andress, Romy Schneider, Paula Prentiss, Capucine) mandano in crisi la già labile psiche dei protagonisti.
E' un film rocambolesco e squilibrato, senza una struttura narrativa vera e propria, che sembra avere tanta energia creativa da non riuscire ad esprimerla con ordine, finendo con l'accumulare a folle velocità situazioni assurde, spassose ed irreali con una foga espressa nella dinamicità dell'azione, nell'iperattività dei personaggi, nel folle ritmo di montaggio e nella colonna sonora; è insomma l'incarnazione sia delle rivoluzioni culturali degli anni '60 (si parla molto di sesso) sia del geniale talento di Allen prima maniera (ovvero prettamente comico), che ha ancora qualche difficoltà a gestire le idee. Questo senza nulla togliere alla regia di Donner, che ha un'ottimo occhio per i tempi comici. Affascinante vedere nello stesso film tre attori maschili così diversi tra loro: solo per questo la pellicola meriterebbe la visione.
Voto: 3/5
sabato 9 luglio 2011
Johnny Depp
-Il coraggioso (1997) - 3,5/5
Depp (1964), il miglior attore americano della sua generazione, ha al suo attivo un'unica, interessante regia, che segna anche la sua seconda collaborazione con Marlon Brando.
-Il coraggioso
(The brave) - USA 1997 - drammatico - 120 min.
Raphael (Johnny Depp) è un giovane indiano d'america dei giorni nostri, che vive in una baraccopoli nel deserto americano, e non ha soldi per mantenere sua moglie e i suoi due figli. La situazione di degrado è ai limiti del sostenibile; tutte le persone si muovono lentamente, vagano alla ricerca di chissà cosa in un vastissimo deserto dove non c'è niente. La situazione è talmente disperata che il nostro Raphael scende ad un terribile compromesso: l'unica fonte di possibile "guadagno" della zona è quella di partecipare come attore alla realizzazione di uno snuff movie diretto e prodotto da un sadico pazzo (una breve, intensissima apparizione di Marlon Brando, una delle sue ultime performance cinematografiche), ma ke lo pagherà la bellezza di cinquantamila dollari, il che significa salvezza per tutta la sua famiglia. Tranne però che per Raphael stesso, che troverà la morte nel film. la sua firma comporta quindi la sua auto-condanna, tuttavia ha un' ultima settimana di vita da trascorrere con la sua famiglia, ed in questa settimana riuscirà a riconciliarsi con essa e con sé stesso.
Duro film di denuncia sociale, in cui l'unico uomo veramente vivo (paradossalmente, visto che sa di dover morire a breve in un modo atroce), è più vivo di tutti gli altri vivi, che paiono più morti di lui. La povertà materiale qui coincide con quella spirituale, dimensione che l'uomo da sempre rincorre ma quasi mai raggiunge; possibile che serva qualcuno che ti dica quando morirai per cominciare a vedere le cose in modo differente? Eppure tutti gli uomini sanno di dover morire, ma non ci fanno caso, non se ne curano, fanno finta di non saperlo, e quando arriva il momento sono impauriti, perchè si rendono conto che le loro certezze sono costruite sul nulla. Questo film riesce ad inquietare e intenerire allo stesso tempo e non è cosa facile. Depp mostra di cavarsela egregiamaente dietro la macchina da presa oltre che davanti ad essa. Al risultato finale contribuisce in modo determinante la scenografia, ancor prima che la colonna sonora di Iggy Pop.
Voto: 3,5/5
Depp (1964), il miglior attore americano della sua generazione, ha al suo attivo un'unica, interessante regia, che segna anche la sua seconda collaborazione con Marlon Brando.
-Il coraggioso
(The brave) - USA 1997 - drammatico - 120 min.
Raphael (Johnny Depp) è un giovane indiano d'america dei giorni nostri, che vive in una baraccopoli nel deserto americano, e non ha soldi per mantenere sua moglie e i suoi due figli. La situazione di degrado è ai limiti del sostenibile; tutte le persone si muovono lentamente, vagano alla ricerca di chissà cosa in un vastissimo deserto dove non c'è niente. La situazione è talmente disperata che il nostro Raphael scende ad un terribile compromesso: l'unica fonte di possibile "guadagno" della zona è quella di partecipare come attore alla realizzazione di uno snuff movie diretto e prodotto da un sadico pazzo (una breve, intensissima apparizione di Marlon Brando, una delle sue ultime performance cinematografiche), ma ke lo pagherà la bellezza di cinquantamila dollari, il che significa salvezza per tutta la sua famiglia. Tranne però che per Raphael stesso, che troverà la morte nel film. la sua firma comporta quindi la sua auto-condanna, tuttavia ha un' ultima settimana di vita da trascorrere con la sua famiglia, ed in questa settimana riuscirà a riconciliarsi con essa e con sé stesso.
Duro film di denuncia sociale, in cui l'unico uomo veramente vivo (paradossalmente, visto che sa di dover morire a breve in un modo atroce), è più vivo di tutti gli altri vivi, che paiono più morti di lui. La povertà materiale qui coincide con quella spirituale, dimensione che l'uomo da sempre rincorre ma quasi mai raggiunge; possibile che serva qualcuno che ti dica quando morirai per cominciare a vedere le cose in modo differente? Eppure tutti gli uomini sanno di dover morire, ma non ci fanno caso, non se ne curano, fanno finta di non saperlo, e quando arriva il momento sono impauriti, perchè si rendono conto che le loro certezze sono costruite sul nulla. Questo film riesce ad inquietare e intenerire allo stesso tempo e non è cosa facile. Depp mostra di cavarsela egregiamaente dietro la macchina da presa oltre che davanti ad essa. Al risultato finale contribuisce in modo determinante la scenografia, ancor prima che la colonna sonora di Iggy Pop.
Voto: 3,5/5
sabato 2 luglio 2011
Ruggero Deodato
Ursus il terrore dei Kirghisi (1964) (co-regia con Antonio Margheriti)
Gungala la pantera nuda (1968)
Fenomenal e il tesoro di Tutankamen (1968)
Donne, botte e bersaglieri (1968)
Vacanze sulla Costa Smeralda (1968)
I quattro del pater noster (1969)
Zenabel (1969)
Ondata di piacere (1975)
Uomini si nasce poliziotti si muore (1976)
Ultimo mondo cannibale (1977)
L'ultimo sapore dell'aria (1978)
Concorde Affaire '79 (1979)
Cannibal Holocaust (1980) - 1/5
La casa sperduta nel parco (1980)
I predatori di Atlantide (1983)
Inferno in diretta (1985)
Camping del terrore (1986)
The Barbarians (1987)
Un delitto poco comune (1988)
Per un pugno di diamanti (1988)
Minaccia d'amore [aka:Telefono mortale] (1988)
Mamma ci penso io (1989)
La lavatrice (1992)
Vortice mortale (1993)
Deodato (1939) regista di film cannibal, thriller iperviolenti e b-movies in genere, è un mestierante competente che sa attirare il pubblico in cerca di emozioni forti. Iniziata l'attività come aiuto regista di Rossellini, collabora in seguito con Antonio Margheriti per poi esordire autonomamente con "Gungala, la pantera nuda". il suo nome è conosciuto soprattutto per "Cannibal Holocaust", il più famoso film cannibal mai creato: difficile trovare un altro film con simili livelli di efferatezza. Ricorre inoltre ad un artificio tecnico (le finte riprese amatoriali da parte dei protagonisti, per ottenere un inedito effetto di realismo) che è stato imitato negli anni da molti film, specie da "The Blair Witch Project" in poi. Se non si fosse macchiato di orrende nefandezze (torture sugli animali) sarebbe stato un prodotto degno di lode.
-Cannibal Holocaust
di Ruggero Deodato - Italia 1980 - Cannibal Horror - 95 min.
Questo film è famoso in quanto rappresentante di un genere eslcusivo (o quasi) dell nostra penisola, ma anche per le ripercussioni che ha avuto nei paesi stranieri, suscitando enormi scandali per i suoi eccessi di violenza. Molti "Cannibal movies", infatti, hanno subito condanne giudiziarie e con essi il cast e la troupe che li ha realizzati, che spesso (come in questo caso) si sono dovute difendere dall'accusa di aver girato veri e propri snuff movies, ovvero di aver filmato le reali torture e morti degli attori protagonisti. in questo caso il regista ha dovuto presentare in tribunale tutto il cast vivo e vegeto a dimostrazione della finzione delle scene (particolarmente famosa quella dell'impalamento di un' indigena, talmente ben realizzata da risultare così verosimile che Deodato ha dovuto spiegare il modo in cui l'aveva realizzata e, ovviamente mostrare ai giudici che l'attrice era viva!).
La trama è molto semplice: una spedizione di "studiosi" si reca in Amazzonia per compiere ricerche sulla popolazione indigena locale, ma scompare senza lasciare traccia. Tempo dopo, un'altra spedizione guidata dal professor Monroe si reca sul posto alla loro ricerca, ma trova solo delle bobine di pellicola che il team aveva girato. Tornato a casa, il professore esamina i nastri per scoprire un agghiacciante verità: nel gruppo alcuni membri sadici e completamente noncuranti dell'obbiettivo scientifico della missione, depredano, distruggono e stuprano donne indigene (oltre che dello stesso team di spedizione), riprendendo il tutto con le loro telecamere, inebriati dalla loro feroce supremazia rispetto alle primitive popolazioni locali. Gli eccessi continuano fino al punto di rottura: gli indigeni, non estranei alle pratiche cannibaliche, si vendicheranno furiosamente, il tutto sotto gli occhi delle telecamere lasciate accese dai componenti della spedizione.
Pur non avendo chissà quale trama, il film è ben girato, anche se con attori non sempre all'altezza, e la dolciastra colonna sonora di Ortolani sovrappposta alle immagini di inaudita violenza presenti sullo schermo provocano il disagio e il disgusto che il regista vuole far provare allo spettatore. L'idea delle riprese amatoriali dei membri della spedizione è azzeccata (e largamente anticipatoria rispetto a pellicole quali "The Blair Witch Project" o [REC]), perchè rende alcune sequenze di un realismo agghiacciante. La corposa componente erotica, tanto in voga nei film di bassa lega di quegli anni, contribuì ad attirare il pubblico nelle sale, anche se tali sequenze, inserite nel contesto del film, riescono a causare nello spettatore uno sconvolgimento che sfocia nello scandalo più che nell'eccitazione; e questo era senza dubbio lo scopo di Deodato.
L'aspetto moralistico è (incredibilmente) presente nella pellicola, che chiarifica molto bene la questione che vuole affrontare: chi è il vero selvaggio, gli indigeni cannibali, che seguono le loro tradizioni da millenni vivendo appartati nella giungla, o l'uomo "civilizzato" che distrugge tutto ciò che incontra non tanto per guadagno, quanto per il potere di farlo, datogli dalla consapevole superiorità di mezzi e forze?
Detto così, sembrerebbe un filmetto discretamente girato con tanto di discorso moraleggiante sui mali della civiltà.
E invece no, è molto peggio: perchè se non è un snuff movie, cioè non vi sono filmate morti reali di persone, vi sono vere morti di animali, le cui uccisioni sono state effettuate proprio per la realizzazione di questo film. E sono uccisioni atroci, depravate, perverse, inferte dagli attori stessi del film, che hanno ucciso animali davanti alla telecamera, in modi ripugnanti, disgustosamente sadici, il tutto per aggiungere violenza nel film. Le urla strazianti degli animali ripresi durante l'agonia sono vere, come l'agonia stessa. Gli attori gioiscono e ridono selvaggiamente (come richiede la loro parte) davanti a questi spettacoli orripilanti, e commettono loro stessi questi scempi. Per questi motivi tutti i "Cannibal movies" (in ognuno è infatti usata questa pratica) sono considerati (giustamente) film malati, realizzati da gente malata per un pubblico malato. le scene mostrate, già al limite della sopportazione, sono rese ripugnanti dalla loro autenticità. Se così non fosse stato, questi film sarebbero film ottimamente realizzati, e seppure nella loro crudezza, elogiabili per la capacità di rendere un estremo realismo; il guaio è che il realismo è così verosimile perchè, in effetti, è reale ( a parte, ripeto, le violenze sulle persone).
Per gli estimatori di questo genere posso dire che, non fosse per queste scene, potrei capirne la bellezza per un amante dell'horror o della violenza sullo schermo, ma fare un film di questo tipo rende ipocrita la sua denuncia sociale: i veri selvaggi sono quelli che hanno diretto e interpretato questo film, caratterizzato da (dal dizionario dei film Morandini) "un inutile e cinico sensazionalismo", una morbosità viscerale e perversa per il sangue e la morte, un tentativo di fare soldi letteralmente sulla vita di esseri viventi, e per questo un'operazione praticamente criminale.
In conclusione:
-è un'operazione semi-criminale
-non insegna nulla
-è consigliato solo ai patiti del genere, o a chi voglia a tutti i costi farsene un'idea.
-per tutti gli altri: statene alla larga, a meno che per voi non sia un problema l'uccisione di animali allo scopo di inserire un pò più di sangue in un film.
Voto: 1/5
Gungala la pantera nuda (1968)
Fenomenal e il tesoro di Tutankamen (1968)
Donne, botte e bersaglieri (1968)
Vacanze sulla Costa Smeralda (1968)
I quattro del pater noster (1969)
Zenabel (1969)
Ondata di piacere (1975)
Uomini si nasce poliziotti si muore (1976)
Ultimo mondo cannibale (1977)
L'ultimo sapore dell'aria (1978)
Concorde Affaire '79 (1979)
Cannibal Holocaust (1980) - 1/5
La casa sperduta nel parco (1980)
I predatori di Atlantide (1983)
Inferno in diretta (1985)
Camping del terrore (1986)
The Barbarians (1987)
Un delitto poco comune (1988)
Per un pugno di diamanti (1988)
Minaccia d'amore [aka:Telefono mortale] (1988)
Mamma ci penso io (1989)
La lavatrice (1992)
Vortice mortale (1993)
Deodato (1939) regista di film cannibal, thriller iperviolenti e b-movies in genere, è un mestierante competente che sa attirare il pubblico in cerca di emozioni forti. Iniziata l'attività come aiuto regista di Rossellini, collabora in seguito con Antonio Margheriti per poi esordire autonomamente con "Gungala, la pantera nuda". il suo nome è conosciuto soprattutto per "Cannibal Holocaust", il più famoso film cannibal mai creato: difficile trovare un altro film con simili livelli di efferatezza. Ricorre inoltre ad un artificio tecnico (le finte riprese amatoriali da parte dei protagonisti, per ottenere un inedito effetto di realismo) che è stato imitato negli anni da molti film, specie da "The Blair Witch Project" in poi. Se non si fosse macchiato di orrende nefandezze (torture sugli animali) sarebbe stato un prodotto degno di lode.
-Cannibal Holocaust
di Ruggero Deodato - Italia 1980 - Cannibal Horror - 95 min.
Questo film è famoso in quanto rappresentante di un genere eslcusivo (o quasi) dell nostra penisola, ma anche per le ripercussioni che ha avuto nei paesi stranieri, suscitando enormi scandali per i suoi eccessi di violenza. Molti "Cannibal movies", infatti, hanno subito condanne giudiziarie e con essi il cast e la troupe che li ha realizzati, che spesso (come in questo caso) si sono dovute difendere dall'accusa di aver girato veri e propri snuff movies, ovvero di aver filmato le reali torture e morti degli attori protagonisti. in questo caso il regista ha dovuto presentare in tribunale tutto il cast vivo e vegeto a dimostrazione della finzione delle scene (particolarmente famosa quella dell'impalamento di un' indigena, talmente ben realizzata da risultare così verosimile che Deodato ha dovuto spiegare il modo in cui l'aveva realizzata e, ovviamente mostrare ai giudici che l'attrice era viva!).
La trama è molto semplice: una spedizione di "studiosi" si reca in Amazzonia per compiere ricerche sulla popolazione indigena locale, ma scompare senza lasciare traccia. Tempo dopo, un'altra spedizione guidata dal professor Monroe si reca sul posto alla loro ricerca, ma trova solo delle bobine di pellicola che il team aveva girato. Tornato a casa, il professore esamina i nastri per scoprire un agghiacciante verità: nel gruppo alcuni membri sadici e completamente noncuranti dell'obbiettivo scientifico della missione, depredano, distruggono e stuprano donne indigene (oltre che dello stesso team di spedizione), riprendendo il tutto con le loro telecamere, inebriati dalla loro feroce supremazia rispetto alle primitive popolazioni locali. Gli eccessi continuano fino al punto di rottura: gli indigeni, non estranei alle pratiche cannibaliche, si vendicheranno furiosamente, il tutto sotto gli occhi delle telecamere lasciate accese dai componenti della spedizione.
Pur non avendo chissà quale trama, il film è ben girato, anche se con attori non sempre all'altezza, e la dolciastra colonna sonora di Ortolani sovrappposta alle immagini di inaudita violenza presenti sullo schermo provocano il disagio e il disgusto che il regista vuole far provare allo spettatore. L'idea delle riprese amatoriali dei membri della spedizione è azzeccata (e largamente anticipatoria rispetto a pellicole quali "The Blair Witch Project" o [REC]), perchè rende alcune sequenze di un realismo agghiacciante. La corposa componente erotica, tanto in voga nei film di bassa lega di quegli anni, contribuì ad attirare il pubblico nelle sale, anche se tali sequenze, inserite nel contesto del film, riescono a causare nello spettatore uno sconvolgimento che sfocia nello scandalo più che nell'eccitazione; e questo era senza dubbio lo scopo di Deodato.
L'aspetto moralistico è (incredibilmente) presente nella pellicola, che chiarifica molto bene la questione che vuole affrontare: chi è il vero selvaggio, gli indigeni cannibali, che seguono le loro tradizioni da millenni vivendo appartati nella giungla, o l'uomo "civilizzato" che distrugge tutto ciò che incontra non tanto per guadagno, quanto per il potere di farlo, datogli dalla consapevole superiorità di mezzi e forze?
Detto così, sembrerebbe un filmetto discretamente girato con tanto di discorso moraleggiante sui mali della civiltà.
E invece no, è molto peggio: perchè se non è un snuff movie, cioè non vi sono filmate morti reali di persone, vi sono vere morti di animali, le cui uccisioni sono state effettuate proprio per la realizzazione di questo film. E sono uccisioni atroci, depravate, perverse, inferte dagli attori stessi del film, che hanno ucciso animali davanti alla telecamera, in modi ripugnanti, disgustosamente sadici, il tutto per aggiungere violenza nel film. Le urla strazianti degli animali ripresi durante l'agonia sono vere, come l'agonia stessa. Gli attori gioiscono e ridono selvaggiamente (come richiede la loro parte) davanti a questi spettacoli orripilanti, e commettono loro stessi questi scempi. Per questi motivi tutti i "Cannibal movies" (in ognuno è infatti usata questa pratica) sono considerati (giustamente) film malati, realizzati da gente malata per un pubblico malato. le scene mostrate, già al limite della sopportazione, sono rese ripugnanti dalla loro autenticità. Se così non fosse stato, questi film sarebbero film ottimamente realizzati, e seppure nella loro crudezza, elogiabili per la capacità di rendere un estremo realismo; il guaio è che il realismo è così verosimile perchè, in effetti, è reale ( a parte, ripeto, le violenze sulle persone).
Per gli estimatori di questo genere posso dire che, non fosse per queste scene, potrei capirne la bellezza per un amante dell'horror o della violenza sullo schermo, ma fare un film di questo tipo rende ipocrita la sua denuncia sociale: i veri selvaggi sono quelli che hanno diretto e interpretato questo film, caratterizzato da (dal dizionario dei film Morandini) "un inutile e cinico sensazionalismo", una morbosità viscerale e perversa per il sangue e la morte, un tentativo di fare soldi letteralmente sulla vita di esseri viventi, e per questo un'operazione praticamente criminale.
In conclusione:
-è un'operazione semi-criminale
-non insegna nulla
-è consigliato solo ai patiti del genere, o a chi voglia a tutti i costi farsene un'idea.
-per tutti gli altri: statene alla larga, a meno che per voi non sia un problema l'uccisione di animali allo scopo di inserire un pò più di sangue in un film.
Voto: 1/5
Lee Demarbre
Jesus Christ Vampire Hunter (2001)
Harry Knuckles and the Pearl Necklace (2004)
Smash Cut (2009)
Summer's Blood [aka: Summer's Moon](2009) - 1,5/5
Demarbre (1972) produttore e regista canadese, è specializzato in horror.
-Summer's Blood (aka: Summer's Moon)
di Lee Demarbre - Canada 2009 - thriller - 91min.
Summer (Ashley Greene) è una ragazza che ha abbandonato la casa materna per andare alla ricerca del padre, che non ha mai conosciuto. Arrivata nel paesino di campagna natio del padre, viene rapita dal folle Tom (Peter Mooney), che incatena giovani donne in cantina, con la complicità della madre.
E' un film che, pur rifacendosi alla lunga tradizione di famiglie di pazzi che abitano le zone rurali d'America, tenta di essere più morboso degli altri trattando del tabù dell'incesto. Tuttavia osa troppo poco, ed il tentativo risulta fiacco e risaputo. Il problema principale del film è di aver scelto un tema scabroso ma di aver rinunciato ad affrontarlo con decisione per una probabile mancanza di coraggio; peccato, perchè la recitazione è buona e l'intreccio non è malaccio.
Film nel complesso insufficiente e privo di elementi che ne giustifichino il consiglio di visione.
Voto: 1,5/5
Harry Knuckles and the Pearl Necklace (2004)
Smash Cut (2009)
Summer's Blood [aka: Summer's Moon](2009) - 1,5/5
Demarbre (1972) produttore e regista canadese, è specializzato in horror.
-Summer's Blood (aka: Summer's Moon)
di Lee Demarbre - Canada 2009 - thriller - 91min.
Summer (Ashley Greene) è una ragazza che ha abbandonato la casa materna per andare alla ricerca del padre, che non ha mai conosciuto. Arrivata nel paesino di campagna natio del padre, viene rapita dal folle Tom (Peter Mooney), che incatena giovani donne in cantina, con la complicità della madre.
E' un film che, pur rifacendosi alla lunga tradizione di famiglie di pazzi che abitano le zone rurali d'America, tenta di essere più morboso degli altri trattando del tabù dell'incesto. Tuttavia osa troppo poco, ed il tentativo risulta fiacco e risaputo. Il problema principale del film è di aver scelto un tema scabroso ma di aver rinunciato ad affrontarlo con decisione per una probabile mancanza di coraggio; peccato, perchè la recitazione è buona e l'intreccio non è malaccio.
Film nel complesso insufficiente e privo di elementi che ne giustifichino il consiglio di visione.
Voto: 1,5/5
Guillermo del Toro
Doña Lupe (1985)
Geometria (1987)
Cronos (1993)
Mimic (1997)
La spina del diavolo (2001)
Blade II (2002)
Hellboy (2004)
Il labirinto del fauno (2006) - 3/5
Hellboy II - The Golden Army (2008)
Pacific Rim (2013) - 2,5/5
Crimson Peak (2014)
del Toro (1964) è un regista spagnolo contemporaneo; i suoi film hanno un'impronta molto personale, alcuni sono di stampo prettamente orrorifico, altri scivolano più nel fantasy, spesso mischiato al mondo reale. Negli anni, all'attività di regista ha affiancato quella di produttore, ruolo che ricopre sempre più attivamente. Nel 2014 è stata annunciata una sua collaborazione con Hideo Kojima per lo sviluppo di un nuovo episodio del franchise videoludico Silent Hill.
-Il labirinto del fauno
(El laberinto del fauno) - di Guillermo del Toro - USA 2006 - fantastico - 112 min.
La storia si svoge nel 1944 in Spagna, durante la dittatura Franchista: Carmen, sposata in seconde nozz con un comandante franchista, si trasferisce con la figlia Ofelia, a casa del nuovo marito, in campagna, da dov egli sta conducendo alcune operazioni militari contro le sacche di resistenza al regime. Trovando insopportabile la nuova vita, Ofelia trova rifugio in un labirinto di pietra vicino alla villa dove incontra un Fauno, magica creatura a guardia del labirinto, che le rivela che essa è la reincarnazione di una principessa di un mondo magico, fuggita sulla terra nelle ere passate; per tornare alla sua terra d'origine dovrà superare alcune prove, impresa ardua a causa degli scontri a fuoco che avvengono nelle zone intorno alla villa, e alla despotica autorità del comandante, interessato solo al figlio che Carmen sta per partorire, suo figlio appunto. Il finale fra sogno e realtà è tipicamente fiabesco, ma ha la particolarità di essere ambientato nel mondo relae, e questo da a tutto un tocco di gustosa originalità.
Il film punta sulla varietà di atmosfere: sembra di vedere due film diversi simultaneamente, da una parte un film di guerra e dall'altra una fiaba nera; la fusione fra le due cose da vita ad una storia originale ed appassionante, divertente da vedere, cromaticamente entusiasmante, e con dei personaggi carismatici.
In conlusione è un mix di generi ben riuscito che, con strizzatine d'occhio anche all'horror, crea una vicenda intrigante. Questo è un grazioso film che vi farà sicuramente rivivere un pò delle emozioni e delle atmosfere magiche che si respirano da piccoli.
Voto: 3/5
-Pacific Rim
USA 2013 - fantascienza - 131min.
Da una breccia che si apre sul fondale dell'oceano pacifico scaturiscono mostri giganteschi chiamati kaiju. La breccia si rivela essere un portale dimensionale. Inizia un conflitto planetario che porterà allad distruzione di gran parte del pianeta. Gli umani si difendono costruendo degli enormi robottoni chiamati jaegers, comandati da una coppia di piloti che si interfacciano con la macchina direttamente per via cerebrale. Nel 2020 in Alaska compare un msotro particolarmente aggressivo. Durante lo scontro, uno dei due piloti dello jaeger muore; l'altro, suo fratello, sopravvive fortunosamente e da allora smette il suo compito andando a lavorare come operaio nella costruzione di un'enorme muraglia difensiva. Ma queste misure di sicurezza non possono reggere contro i kaiju sempre più forti che inizian oad arrivare 5 anni dopo questi fatti. Perciò il pilota, di nome Raleigh (Charlie Hunnam) viene richiamato in servizio dal suo vecchio comandante, Stacker Pentecost (Idris Elba), per pilotare una nuova macchina assieme alla giovane pilota Mako Mori (Rinko Kikuchi), in una disperata missione che ha come obbiettivo la distruzione della breccia.
Si tratta di un calderone contente elementi tipici della cultura fantascientifica giapponese: da Godzilla e i kaiju eiga in generale, a Mazinga, a Neon Genesis Evangelion, Pacific Rim è una specie di opera summa del genere; di originale c'è ben poco a parte forse la contaminazione fra questi generi e la spettacolarità hollywoodiana assieme al suo (piatto) metodo narrativo, ovvero: prima mezz'ora in cui si dà una succinta presentazione dei personaggi principali, ognuno con i suoi problemi, e successivi 90 minuti di mega-battaglie. Peccato che, essendo tutta roba in fin dei conti già vista, Guillermo Del Toro avrebbe dovuto concentrarsi maggiormente sull'aspetto narrativo, se avesse avuto l'intenzione di proporre qualcosa di originale. Così non è stato, e sebbene la confezione sia impeccabile il film intrattiene fino a un certo punto: infatti dati tutti glia ltri esponenti del genere non si capisce in base a cosa uno spettatore dovrebbe essere invogliato a vedere questo film in particolare. La cursioità può derivare dal chiedersi se una produzione americana sia in grado di imitare bene un prodotto tipicamente nipponico, e bisogna dire che da questo punto di vista la scommessa è stata vinta, e non mancano scene efficaci nè imamgini suggestive. Certo che il tutto scade un po' quando vediamo le battaglie fra robot e msotri ridursi a "scazzottate" ben poco sovrumane: non poteva escogitare battaglie più originali, dotando magari i mostri di abilità particolari? Qui invece il loro design, di tipo insettoide-giurassico anche se ogni esemplare è diverso dall'altro, non influisce sul combattimento, che rischia di risultare monotono.
Voto: 2,5/5
Geometria (1987)
Cronos (1993)
Mimic (1997)
La spina del diavolo (2001)
Blade II (2002)
Hellboy (2004)
Il labirinto del fauno (2006) - 3/5
Hellboy II - The Golden Army (2008)
Pacific Rim (2013) - 2,5/5
Crimson Peak (2014)
del Toro (1964) è un regista spagnolo contemporaneo; i suoi film hanno un'impronta molto personale, alcuni sono di stampo prettamente orrorifico, altri scivolano più nel fantasy, spesso mischiato al mondo reale. Negli anni, all'attività di regista ha affiancato quella di produttore, ruolo che ricopre sempre più attivamente. Nel 2014 è stata annunciata una sua collaborazione con Hideo Kojima per lo sviluppo di un nuovo episodio del franchise videoludico Silent Hill.
-Il labirinto del fauno
(El laberinto del fauno) - di Guillermo del Toro - USA 2006 - fantastico - 112 min.
La storia si svoge nel 1944 in Spagna, durante la dittatura Franchista: Carmen, sposata in seconde nozz con un comandante franchista, si trasferisce con la figlia Ofelia, a casa del nuovo marito, in campagna, da dov egli sta conducendo alcune operazioni militari contro le sacche di resistenza al regime. Trovando insopportabile la nuova vita, Ofelia trova rifugio in un labirinto di pietra vicino alla villa dove incontra un Fauno, magica creatura a guardia del labirinto, che le rivela che essa è la reincarnazione di una principessa di un mondo magico, fuggita sulla terra nelle ere passate; per tornare alla sua terra d'origine dovrà superare alcune prove, impresa ardua a causa degli scontri a fuoco che avvengono nelle zone intorno alla villa, e alla despotica autorità del comandante, interessato solo al figlio che Carmen sta per partorire, suo figlio appunto. Il finale fra sogno e realtà è tipicamente fiabesco, ma ha la particolarità di essere ambientato nel mondo relae, e questo da a tutto un tocco di gustosa originalità.
Il film punta sulla varietà di atmosfere: sembra di vedere due film diversi simultaneamente, da una parte un film di guerra e dall'altra una fiaba nera; la fusione fra le due cose da vita ad una storia originale ed appassionante, divertente da vedere, cromaticamente entusiasmante, e con dei personaggi carismatici.
In conlusione è un mix di generi ben riuscito che, con strizzatine d'occhio anche all'horror, crea una vicenda intrigante. Questo è un grazioso film che vi farà sicuramente rivivere un pò delle emozioni e delle atmosfere magiche che si respirano da piccoli.
Voto: 3/5
-Pacific Rim
USA 2013 - fantascienza - 131min.
Da una breccia che si apre sul fondale dell'oceano pacifico scaturiscono mostri giganteschi chiamati kaiju. La breccia si rivela essere un portale dimensionale. Inizia un conflitto planetario che porterà allad distruzione di gran parte del pianeta. Gli umani si difendono costruendo degli enormi robottoni chiamati jaegers, comandati da una coppia di piloti che si interfacciano con la macchina direttamente per via cerebrale. Nel 2020 in Alaska compare un msotro particolarmente aggressivo. Durante lo scontro, uno dei due piloti dello jaeger muore; l'altro, suo fratello, sopravvive fortunosamente e da allora smette il suo compito andando a lavorare come operaio nella costruzione di un'enorme muraglia difensiva. Ma queste misure di sicurezza non possono reggere contro i kaiju sempre più forti che inizian oad arrivare 5 anni dopo questi fatti. Perciò il pilota, di nome Raleigh (Charlie Hunnam) viene richiamato in servizio dal suo vecchio comandante, Stacker Pentecost (Idris Elba), per pilotare una nuova macchina assieme alla giovane pilota Mako Mori (Rinko Kikuchi), in una disperata missione che ha come obbiettivo la distruzione della breccia.
Si tratta di un calderone contente elementi tipici della cultura fantascientifica giapponese: da Godzilla e i kaiju eiga in generale, a Mazinga, a Neon Genesis Evangelion, Pacific Rim è una specie di opera summa del genere; di originale c'è ben poco a parte forse la contaminazione fra questi generi e la spettacolarità hollywoodiana assieme al suo (piatto) metodo narrativo, ovvero: prima mezz'ora in cui si dà una succinta presentazione dei personaggi principali, ognuno con i suoi problemi, e successivi 90 minuti di mega-battaglie. Peccato che, essendo tutta roba in fin dei conti già vista, Guillermo Del Toro avrebbe dovuto concentrarsi maggiormente sull'aspetto narrativo, se avesse avuto l'intenzione di proporre qualcosa di originale. Così non è stato, e sebbene la confezione sia impeccabile il film intrattiene fino a un certo punto: infatti dati tutti glia ltri esponenti del genere non si capisce in base a cosa uno spettatore dovrebbe essere invogliato a vedere questo film in particolare. La cursioità può derivare dal chiedersi se una produzione americana sia in grado di imitare bene un prodotto tipicamente nipponico, e bisogna dire che da questo punto di vista la scommessa è stata vinta, e non mancano scene efficaci nè imamgini suggestive. Certo che il tutto scade un po' quando vediamo le battaglie fra robot e msotri ridursi a "scazzottate" ben poco sovrumane: non poteva escogitare battaglie più originali, dotando magari i mostri di abilità particolari? Qui invece il loro design, di tipo insettoide-giurassico anche se ogni esemplare è diverso dall'altro, non influisce sul combattimento, che rischia di risultare monotono.
Voto: 2,5/5
Luis De La Madrid
The Nun (2005) - 1/5
De La Madrid, spagnolo, ha studiato cinema a Barcellona. Tutt'oggi vi insegna montaggio. Ha collaborato al montaggio di alcuni film spagnoli contemporanei di stampo orrorifico; il suo unico lungometraggio da regista è anch'esso un horror.
-The Nun
(La monja) di Luis De La Madrid - Spagna 2005 - horror - 102min.
In un convento fuori Barcellona, suor Ursula è una spietata aguzzina fanatica che coglie ogni pretesto per infierire sulle sue allieve. Quando tenta di ucciderne una, che ha commesso il più turpe dei peccati (secondo la suora, ovviamente), le ragazze si ribellano e uccidono la cattivaccia, occultandone il corpo in un laghetto (la cui acqua sarebbe sacra per qualche oscuro motivo). Ma anni dopo il fantasma della suora torna dall'aldilà per vendicarsi su di loro e sulla figlia di una di esse...
Non è solo un horror fiacco e privo di qualsivoglia originalità o suspence, è anche mal recitato, scontato, prolisso, per nulla pauroso, effettisticamente scadente e cade spesso nel ridicolo involontario. Se lo trovate a noleggio da Blockbuster, evitatelo come la peste.
Voto: 1/5
De La Madrid, spagnolo, ha studiato cinema a Barcellona. Tutt'oggi vi insegna montaggio. Ha collaborato al montaggio di alcuni film spagnoli contemporanei di stampo orrorifico; il suo unico lungometraggio da regista è anch'esso un horror.
-The Nun
(La monja) di Luis De La Madrid - Spagna 2005 - horror - 102min.
In un convento fuori Barcellona, suor Ursula è una spietata aguzzina fanatica che coglie ogni pretesto per infierire sulle sue allieve. Quando tenta di ucciderne una, che ha commesso il più turpe dei peccati (secondo la suora, ovviamente), le ragazze si ribellano e uccidono la cattivaccia, occultandone il corpo in un laghetto (la cui acqua sarebbe sacra per qualche oscuro motivo). Ma anni dopo il fantasma della suora torna dall'aldilà per vendicarsi su di loro e sulla figlia di una di esse...
Non è solo un horror fiacco e privo di qualsivoglia originalità o suspence, è anche mal recitato, scontato, prolisso, per nulla pauroso, effettisticamente scadente e cade spesso nel ridicolo involontario. Se lo trovate a noleggio da Blockbuster, evitatelo come la peste.
Voto: 1/5
Frank Darabont
The Woman in the Room (1983) - Cortometraggio
Sepolto vivo (1990) - Film TV
Le ali della libertà (1994) - 3/5
Il miglio verde (1999)
The Majestic (2001)
The Mist (2007)
The Walking Dead (2010)
Darabont (1959), americano, è specializzato in adattamenti letterari. Le sue sceneggiature non originali di "Le ali della libertà" e "Il miglio verde" gli hanno valso due nomination agli Oscar.
-Le ali della libertà
(The Shawshank Redemption) - di Frank Darabont - USA 1994 - drammatico - 140 min.
Tempo fa abbiamo visto questo film a scuola; dopo la visione del film, il nostro prof di religione ci ha fatto scrivere una relazione su di esso; eccola.
Cosa può spingere un uomo a commettere un crimine? In quali condizioni si trova una persona per arrivare al punto di comettere un omicidio? Chi non ha provato un'esperienza simile, di certo non può saperlo. Certo, può provare ad immaginarlo: pazia, disagio sociale, vendetta... Ma la verità difficilmente può essere rivelata nella sua interezza. L'unico detenente della verità è il colpevole, o presunto tale. Presunto come nel caso di Andy Dufresne, interpretato dall'ottimo Tim Robbins nel film di Darabont. Egli certo non è responsabile dell'omicidio della moglie e del suo amante, eppure non si può sapere che responsabilità abbia avuto nel creare tale tragica situazione. Forse aveva trascurato la moglie, l'aveva forse tradita a sua volta? Non dimentichiamoci che il suo progetto era proprio quello di macchiarsi del sangue della consorte e della sua "avventura al di fuori del matrimonio". Solo un ripensamento all'ultimo minuto non gli ha fatto commettere un crimine atroce, per sua sfortuna consumato poco dopo da un criminale, in circostanze tali da far ricadere su di lui l'ipotesi di colpevolezza.
Si può quindi ritenere valida la sua presunzione di innocenza, dichiarata strenuamente fino alla fine del film (oltre dieci anni nella finzione cinematografica)? O meglio: si può dar fiducia al repentino pentimento di una persona, fino a poco tempo prima in procinto di compiere un'efferatezza di tale portata? Darabont non esplicita il suo parere, forse anche per non inquinare la soggettività delle riflessioni dello spettatore, il quale può trovare molte risposte diverse a questi quesiti.
In ogni caso, Andy non è l'unico "innocente" della prigione: tutti i carcerati dichiarano la propria estraneità riguardo i crimini di cui sono accusati: fuga dalle proprie responsabilità o reale innocenza? Ancora una volta va agli spettatori l'"ardua sentenza"; probabilmente sono valide entrambe le ipotesi, a seconda dei casi. Eppure fra tante falsità spicca una figura di sincerità fra i prigionieri di Shawshank: Red (un Morgan Freeman in forma), è l'unico ad ammettere la propria colpa, e tale ammissione gli permette una riappacificazione col mondo esterno e con se stesso, grazie a cui può affrontare serenamente il suo ergastolo, pena che gli sarà poi sospesa per buona condotta.
Tra Andy e Red si crea una grande complicità, che col passare del tempo (degli anni) diventa amicizia.
Red dà a Andy l'appoggio di cui ha bisogno per sostenere la lunga pena che deve affrontare, Andy ridà a Red la speranza. Speranza di evasione ma anche di redenzione, di un'altra possibilità, di una nuova libertà. Libertà che spalanca all'uomo le ali come le spalanca Jack, il corvo allevato dal curatore della biblioteca del carcere, Brooks Hatlen.
A proposito di Brooks, il regista introduce un aspetto interessante: la potenziale distruttività che la libertà esercita sull'individuo.
Brooks ha passato tutta la vita vivendo in prigione e improvvisamente si trova "libero"; ma Brooks si considerava già libero all'interno del carcere, e si trova improvvisamente incarcerato nel mondo libero. Tutta la sicurezza che aveva trovato è permutata nell'ignoto più totale di un mondo che non ha mai conosciuto. Allora compie l'atto estremo, nella scena a mio parere più controversa del film.
"ma come -pensai vedendola- il tema principale di questo film è la ricerca della libertà. Perchè il regista ha interrotto la narrazione delle vicende principali per inserire questa lunga sequenza che sembra in contraddizione rispetto al film? Forse perchè non è nelle sue intenzioni trasmettere un messaggio assoluto, non ha la presunzione di adattare un'unica visione del mondo a tutti i personaggi del film. C'è quindi lo spettatore che si identificherà più con Andy che con Red e viceversa, e questo vale per tutti i personaggi."
Non so se questo sia il modo più corretto di interpretare questa sequenza, ma è indubbio che più i personaggi del film sono presi singolarmente, più vi si possono riscontrare caratteristiche uniche che li differenziano fra loro, e questo elemento di estremo realismo è uno dei punti di forza del film.
A questo punto sono sorte alcune domande: "allora cos'è la libertà? E' solo l'assenza di restrizioni o anche la completa espressione del proprio pensiero e della propria individualità?"
[...] In effetti durante alcuni momenti (la bevuta di birra sul tetto della prigione, le "nozze di Figaro" trasmessa agli altoparlanti) i carcerati si sono sentiti tutti liberi.
Dunque la libertà è qualcosa da condividere tutti assieme, che unisce malgrado le diversità.
[...]
la relazione poi continuava con commenti più personali sulla libertà ed altre riflessioni che non riguardano il film.
Voto: 3/5
Sepolto vivo (1990) - Film TV
Le ali della libertà (1994) - 3/5
Il miglio verde (1999)
The Majestic (2001)
The Mist (2007)
The Walking Dead (2010)
Darabont (1959), americano, è specializzato in adattamenti letterari. Le sue sceneggiature non originali di "Le ali della libertà" e "Il miglio verde" gli hanno valso due nomination agli Oscar.
-Le ali della libertà
(The Shawshank Redemption) - di Frank Darabont - USA 1994 - drammatico - 140 min.
Tempo fa abbiamo visto questo film a scuola; dopo la visione del film, il nostro prof di religione ci ha fatto scrivere una relazione su di esso; eccola.
Cosa può spingere un uomo a commettere un crimine? In quali condizioni si trova una persona per arrivare al punto di comettere un omicidio? Chi non ha provato un'esperienza simile, di certo non può saperlo. Certo, può provare ad immaginarlo: pazia, disagio sociale, vendetta... Ma la verità difficilmente può essere rivelata nella sua interezza. L'unico detenente della verità è il colpevole, o presunto tale. Presunto come nel caso di Andy Dufresne, interpretato dall'ottimo Tim Robbins nel film di Darabont. Egli certo non è responsabile dell'omicidio della moglie e del suo amante, eppure non si può sapere che responsabilità abbia avuto nel creare tale tragica situazione. Forse aveva trascurato la moglie, l'aveva forse tradita a sua volta? Non dimentichiamoci che il suo progetto era proprio quello di macchiarsi del sangue della consorte e della sua "avventura al di fuori del matrimonio". Solo un ripensamento all'ultimo minuto non gli ha fatto commettere un crimine atroce, per sua sfortuna consumato poco dopo da un criminale, in circostanze tali da far ricadere su di lui l'ipotesi di colpevolezza.
Si può quindi ritenere valida la sua presunzione di innocenza, dichiarata strenuamente fino alla fine del film (oltre dieci anni nella finzione cinematografica)? O meglio: si può dar fiducia al repentino pentimento di una persona, fino a poco tempo prima in procinto di compiere un'efferatezza di tale portata? Darabont non esplicita il suo parere, forse anche per non inquinare la soggettività delle riflessioni dello spettatore, il quale può trovare molte risposte diverse a questi quesiti.
In ogni caso, Andy non è l'unico "innocente" della prigione: tutti i carcerati dichiarano la propria estraneità riguardo i crimini di cui sono accusati: fuga dalle proprie responsabilità o reale innocenza? Ancora una volta va agli spettatori l'"ardua sentenza"; probabilmente sono valide entrambe le ipotesi, a seconda dei casi. Eppure fra tante falsità spicca una figura di sincerità fra i prigionieri di Shawshank: Red (un Morgan Freeman in forma), è l'unico ad ammettere la propria colpa, e tale ammissione gli permette una riappacificazione col mondo esterno e con se stesso, grazie a cui può affrontare serenamente il suo ergastolo, pena che gli sarà poi sospesa per buona condotta.
Tra Andy e Red si crea una grande complicità, che col passare del tempo (degli anni) diventa amicizia.
Red dà a Andy l'appoggio di cui ha bisogno per sostenere la lunga pena che deve affrontare, Andy ridà a Red la speranza. Speranza di evasione ma anche di redenzione, di un'altra possibilità, di una nuova libertà. Libertà che spalanca all'uomo le ali come le spalanca Jack, il corvo allevato dal curatore della biblioteca del carcere, Brooks Hatlen.
A proposito di Brooks, il regista introduce un aspetto interessante: la potenziale distruttività che la libertà esercita sull'individuo.
Brooks ha passato tutta la vita vivendo in prigione e improvvisamente si trova "libero"; ma Brooks si considerava già libero all'interno del carcere, e si trova improvvisamente incarcerato nel mondo libero. Tutta la sicurezza che aveva trovato è permutata nell'ignoto più totale di un mondo che non ha mai conosciuto. Allora compie l'atto estremo, nella scena a mio parere più controversa del film.
"ma come -pensai vedendola- il tema principale di questo film è la ricerca della libertà. Perchè il regista ha interrotto la narrazione delle vicende principali per inserire questa lunga sequenza che sembra in contraddizione rispetto al film? Forse perchè non è nelle sue intenzioni trasmettere un messaggio assoluto, non ha la presunzione di adattare un'unica visione del mondo a tutti i personaggi del film. C'è quindi lo spettatore che si identificherà più con Andy che con Red e viceversa, e questo vale per tutti i personaggi."
Non so se questo sia il modo più corretto di interpretare questa sequenza, ma è indubbio che più i personaggi del film sono presi singolarmente, più vi si possono riscontrare caratteristiche uniche che li differenziano fra loro, e questo elemento di estremo realismo è uno dei punti di forza del film.
A questo punto sono sorte alcune domande: "allora cos'è la libertà? E' solo l'assenza di restrizioni o anche la completa espressione del proprio pensiero e della propria individualità?"
[...] In effetti durante alcuni momenti (la bevuta di birra sul tetto della prigione, le "nozze di Figaro" trasmessa agli altoparlanti) i carcerati si sono sentiti tutti liberi.
Dunque la libertà è qualcosa da condividere tutti assieme, che unisce malgrado le diversità.
[...]
la relazione poi continuava con commenti più personali sulla libertà ed altre riflessioni che non riguardano il film.
Voto: 3/5
Stephen Daldry
Eight (1998) - cortometraggio
Billy Elliot (2000)
The Hours (2002)
The Reader - A voce alta (2008) - 2/5
Daldry (1961), regista britannico, ha ottenuto per ognuno dei suoi primi tre lungometraggi una candidatura all'Oscar come miglior regia. Troppa grazia.
-The reader - A voce alta
(The reader) - di Stephen Daldry USA/Germania 2008 - drammatico - 124 min.
La pellicola, melodramma che ha assicurato l'oscar alla bella e brava Kate Winslet, è un polpettone melenso zeppo di roba già vista, che affronta temi delicati con tutta la buona volontà possibile, ma semplicemente risulta noioso e in alcuni momenti sgradevole.
Germania 1958. un quindicenne conosce per caso una donna molto più matura, bigliettaia sui mezzi pubblici, con cui intesse una focosa relazione (leggi: pretesto per diverse scene di nudo) basata su un reciproco scambio: lui le legge a voce alta i libri che studia (classici e non) e lei in cambio...avete capito. Un giorno lui la perde improvvisamente di vista.
1966, Michael (il ragazzo di prima) sta studiando legge all'università; assieme al suo professore e ad altri studenti partecipa come spettatore ad alcune procedure giudiziare, tra le quali una nei confronti di alcune kapò naziste responsabili della sorveglianza in alcuni campi di concentramento, accusate di aver negato aiuto a delle prigioniere intrappolate in una chiesa durante un bombardamento, delle quali solo una si è salvata. Guardacaso, una delle sorveglianti è proprio la donna con cui Michael aveva intessuto quella relazione anni prima...
Dopo una prima parte incentrata sulla love-story (o meglio sex-story) tra i due protagonisti, con evidenti rimandi ad Ultimo tango a Parigi, il film tenta di affrontare temi più seri nella seconda parte (ovvero: si può ritenere una persona colpevole di un determinato crimine solo perchè ha obbedito ad un ordine? Non è ipocrita la folla di persone di mezza età che grida "troia nazista" all'imputata, quando all'epoca tutti loro ne furono probabili sostenitori o simpatizzanti? Come Michael deve giudicare Hanna, che l'ha iniziato ai piaceri del'amore, ora che ha scoperto su di lei quest terribile verità? e così via) dando vita ad una parentesi giudiziaria con componente di scavo psicologico non particolarmente coinvolgente, per poi risolversi in un epilogo che definire patetico e strappalacrime è dir poco.
Le buone intenzioni non bastano a fare un bel film. La pellicola si trascina affannosamente per due ore tentando di farci entrare in empatia con i personaggi (solo la Winslet riesce nell'intento) con l'inserimento di scene che dovrebbero commuovere ed invece risultano tediose ed inutili (la visita di Michael ad un campo, la gita in campagna con le biciclette, l'incontro finale con la figlia della sopravvissuta che aveva testimoniato al processo, l'epilogo di Hanna in carcere).
In sostanza è un film che non fuziona, si salva solo la recitazione buona e la fotografia all'insegna di colori freddi con l'eccezione degli ambienti idilliaci immersi nella natura nella prima metà del film.
voto: 2/5
Billy Elliot (2000)
The Hours (2002)
The Reader - A voce alta (2008) - 2/5
Daldry (1961), regista britannico, ha ottenuto per ognuno dei suoi primi tre lungometraggi una candidatura all'Oscar come miglior regia. Troppa grazia.
-The reader - A voce alta
(The reader) - di Stephen Daldry USA/Germania 2008 - drammatico - 124 min.
La pellicola, melodramma che ha assicurato l'oscar alla bella e brava Kate Winslet, è un polpettone melenso zeppo di roba già vista, che affronta temi delicati con tutta la buona volontà possibile, ma semplicemente risulta noioso e in alcuni momenti sgradevole.
Germania 1958. un quindicenne conosce per caso una donna molto più matura, bigliettaia sui mezzi pubblici, con cui intesse una focosa relazione (leggi: pretesto per diverse scene di nudo) basata su un reciproco scambio: lui le legge a voce alta i libri che studia (classici e non) e lei in cambio...avete capito. Un giorno lui la perde improvvisamente di vista.
1966, Michael (il ragazzo di prima) sta studiando legge all'università; assieme al suo professore e ad altri studenti partecipa come spettatore ad alcune procedure giudiziare, tra le quali una nei confronti di alcune kapò naziste responsabili della sorveglianza in alcuni campi di concentramento, accusate di aver negato aiuto a delle prigioniere intrappolate in una chiesa durante un bombardamento, delle quali solo una si è salvata. Guardacaso, una delle sorveglianti è proprio la donna con cui Michael aveva intessuto quella relazione anni prima...
Dopo una prima parte incentrata sulla love-story (o meglio sex-story) tra i due protagonisti, con evidenti rimandi ad Ultimo tango a Parigi, il film tenta di affrontare temi più seri nella seconda parte (ovvero: si può ritenere una persona colpevole di un determinato crimine solo perchè ha obbedito ad un ordine? Non è ipocrita la folla di persone di mezza età che grida "troia nazista" all'imputata, quando all'epoca tutti loro ne furono probabili sostenitori o simpatizzanti? Come Michael deve giudicare Hanna, che l'ha iniziato ai piaceri del'amore, ora che ha scoperto su di lei quest terribile verità? e così via) dando vita ad una parentesi giudiziaria con componente di scavo psicologico non particolarmente coinvolgente, per poi risolversi in un epilogo che definire patetico e strappalacrime è dir poco.
Le buone intenzioni non bastano a fare un bel film. La pellicola si trascina affannosamente per due ore tentando di farci entrare in empatia con i personaggi (solo la Winslet riesce nell'intento) con l'inserimento di scene che dovrebbero commuovere ed invece risultano tediose ed inutili (la visita di Michael ad un campo, la gita in campagna con le biciclette, l'incontro finale con la figlia della sopravvissuta che aveva testimoniato al processo, l'epilogo di Hanna in carcere).
In sostanza è un film che non fuziona, si salva solo la recitazione buona e la fotografia all'insegna di colori freddi con l'eccezione degli ambienti idilliaci immersi nella natura nella prima metà del film.
voto: 2/5
Alessandro D'Alatri
Americano rosso (1991)
Senza pelle (1994)
Il prezzo dell'innocenza - documentario (1996)
Ritratti - documentario (1996)
Bravo Randy (1997)
I giardini dell'Eden (1998)
Casomai (2002) - 1,5/5
La febbre (2005)
Commediasexi (2006)
Sul mare (2010)
D'Alatri (1955), anche attore e sceneggiatore, è specializzato in commedie.
-Casomai
Italia 2002 di Alessandro D'Alatri - commedia - 110 min.
Questo sgangherato film, che gira e rigira su se stesso con innegabile brio, ma suscitando anche l'impressione di non saper come concludere la storia, è il mediocre risultato di un regista che viene dal mondo pubblicitario, descritto molto bene nella sua falsità, iposcrisia e lotta per la carriera.
Il film, che ruota attorno all'immaginaria previsione di un matrimonio, che si sta per l'appunto celebrando, da parte di un prete che è tutto fuorchè credibile (il che è grave per una pellicola che tenta di affrontare problemi della società odierna), è giocato sull'attesa da parte dello spettatore, incuriosito dall'evoluzione che prende il rapporto dapprima idilliaco, in seguito tragico, fra marito (Fabio Volo, il quale non se la cava nemmeno malaccio e pare quantomeno sincero e spontaneo nella recitazione) e moglie (Stefania Rocca, la cui parte, interessante ma che palesemente non sente sua, non le permettere di rendere al meglio).
L'intento (denuncia della crisi dei valori, false amicizie, difficoltà di conciliazione lavoro/famiglia nel mondo odierno, aborto, valore del matrimonio, finale consolatorio ma non lieto) è, come detto, nobile, ma la sceneggiatura debole non permettere di far brillare i buoni propositi di D'Alatri che, come scritto nel dizionario dei film Morandini, "è un regista migliore delle storie che racconta".
Superata la superficiale confezione di commediola sentimentale con cui viene presentata al pubblico una pellicola invero interessante, bisogna considerare che il punto di vista del regista non è del tutto chiaro: in ogni rapporto bisogna mettere in conto alti e bassi, ed il matrimonio è una scelta che bisogna fare solo previa lunga meditazione. D'Alatri sembra dire: se siete pienamente sicuri sposatevi, altrimenti lasciate perdere perchè si rischiano inutili complicazioni. Il regista dissimula il suo punto di vista con la figura del prete, ostinatamente a favore dell'unione in quanto non crede che le cose debbano per forza andare per il verso sbagliato. In realtà non si capisce bene dove il regista voglia andare a parare con questo film: difende o no il matrimonio (civile o religioso che sia)? Ritiene che ci sia ancora una speranza per la società o no? come detto, l'ambiguità del finale non consente una comprensione di quello che dovrebbe essere il messaggio del film, il che rende il suddetto film abbastanza inutile. L'impressione è che, pur di non offendere posizioni non favorevoli alla sua, D'Alatri si sia accomodato sul classico "ai posteri l'ardua sentenza". Se è così, la sentenza è la seguente: "Potevi evitare di fare questo film".
Voto: 1,5/5
Senza pelle (1994)
Il prezzo dell'innocenza - documentario (1996)
Ritratti - documentario (1996)
Bravo Randy (1997)
I giardini dell'Eden (1998)
Casomai (2002) - 1,5/5
La febbre (2005)
Commediasexi (2006)
Sul mare (2010)
D'Alatri (1955), anche attore e sceneggiatore, è specializzato in commedie.
-Casomai
Italia 2002 di Alessandro D'Alatri - commedia - 110 min.
Questo sgangherato film, che gira e rigira su se stesso con innegabile brio, ma suscitando anche l'impressione di non saper come concludere la storia, è il mediocre risultato di un regista che viene dal mondo pubblicitario, descritto molto bene nella sua falsità, iposcrisia e lotta per la carriera.
Il film, che ruota attorno all'immaginaria previsione di un matrimonio, che si sta per l'appunto celebrando, da parte di un prete che è tutto fuorchè credibile (il che è grave per una pellicola che tenta di affrontare problemi della società odierna), è giocato sull'attesa da parte dello spettatore, incuriosito dall'evoluzione che prende il rapporto dapprima idilliaco, in seguito tragico, fra marito (Fabio Volo, il quale non se la cava nemmeno malaccio e pare quantomeno sincero e spontaneo nella recitazione) e moglie (Stefania Rocca, la cui parte, interessante ma che palesemente non sente sua, non le permettere di rendere al meglio).
L'intento (denuncia della crisi dei valori, false amicizie, difficoltà di conciliazione lavoro/famiglia nel mondo odierno, aborto, valore del matrimonio, finale consolatorio ma non lieto) è, come detto, nobile, ma la sceneggiatura debole non permettere di far brillare i buoni propositi di D'Alatri che, come scritto nel dizionario dei film Morandini, "è un regista migliore delle storie che racconta".
Superata la superficiale confezione di commediola sentimentale con cui viene presentata al pubblico una pellicola invero interessante, bisogna considerare che il punto di vista del regista non è del tutto chiaro: in ogni rapporto bisogna mettere in conto alti e bassi, ed il matrimonio è una scelta che bisogna fare solo previa lunga meditazione. D'Alatri sembra dire: se siete pienamente sicuri sposatevi, altrimenti lasciate perdere perchè si rischiano inutili complicazioni. Il regista dissimula il suo punto di vista con la figura del prete, ostinatamente a favore dell'unione in quanto non crede che le cose debbano per forza andare per il verso sbagliato. In realtà non si capisce bene dove il regista voglia andare a parare con questo film: difende o no il matrimonio (civile o religioso che sia)? Ritiene che ci sia ancora una speranza per la società o no? come detto, l'ambiguità del finale non consente una comprensione di quello che dovrebbe essere il messaggio del film, il che rende il suddetto film abbastanza inutile. L'impressione è che, pur di non offendere posizioni non favorevoli alla sua, D'Alatri si sia accomodato sul classico "ai posteri l'ardua sentenza". Se è così, la sentenza è la seguente: "Potevi evitare di fare questo film".
Voto: 1,5/5
venerdì 1 luglio 2011
Alfonso Cuaròn
Uno per tutte (1991)
La piccola principessa (1995)
Paradiso perduto (1998)
Y tu mamá también (2001)
Harry Potter e il prigioniero di Azkaban (2003) - 2,5/5
Paris, je t'aime (2005) - Episodio Parc Monceau
I figli degli uomini (2006) - 3/5
Gravity (2013) - 4/5
Cuaròn (1957), messicano, è noto principalmente per due pellicole, l'adattamento del terzo libro della saga di Harry Potter e "I figli degli uomini", interessante esperimento di sci-fi apocalittica.
-Harry Potter e il prigioniero di Azkaban
GB/USA 2004 - fantastico - 136min.
Al terzo anno di scuola, Potter deve fronteggiare un pericoloso evaso dal carcere di massima sicurezza di Azkaban, Sirius Black. Le cose sono più complesse del previsto.
Il cambio di regia ha avuto brutte conseguenze: qualche incongruenza narrativa, mancanza di ritmo, 136 minuti che sembrano durare più degli oltre 150 dei film precedenti e che sono più noiosi, atmosfera cupa non adeguatamente bilanciata da parentesi più leggere, conclusione affrettata. Per il resto, dato che il cast tecnico ed artistico è sempre quello, il film è comunque salvabile, ma questo terzo film è l'esempio di come una regia sbagliata possa compromettere un buon film.
Voto: 2,5/5
-I figli degli uomini
(Children of Men) di Alfonso Cuaròn - GB/USA 2006 - thriller/avventura - 114min.
Il film è un riuscito "disaster movie" con la variante, una volta tanto, di un finale aperto sulla speranza.
Inghilterra 2027. Il mondo è in rovina a causa della sterilità (inspiegata) delle donne. Ovunque paura, crimine e distruzione dilagano. Theo (Clive Owen), ex attivista contro il governo, è incaricato da un gruppo di rivoluzionari di cui fa parte anche la sua ex Julian (Julianne Moore) di scortare una ragazzina immigrata (le immigrazioni in Gran bretagna sono proibite e i clandestini sono subito arrestati e rinchiusi in enormi gabbie collettive per poi essere trasferiti in centri di detenzione) fino alla costa, dove potrà prendere una nave che la condurrà al sicuro. Perchè correre tanti pericoli per una ragazzina? Perchè è la prima donna incinta da decenni, e molti, a cominciare dal governo, potrebbero essere interessati a lei e al bambino...
Sfruttando lunghi piani sequenza e adoperando una sola telecamera a spalla Cuaròn ottiene spesso risultati eccezionali per qualità e virtuosismo stilistico, soprattutto nella lunga sequenza della fuga in mezzo alla città in rovina nella parte finale del film. Owen regge dignitosamente il film sulle sue spalle (pur peccando di inespressività), supportato da una curiosa interpretazione di Michael Caine nei panni di un guru new age e spacciatore. Julianne Moore appare poco ma fa quel che deve. L'uso di luci ed ombre dà vita a composizioni ricercate e suggestive. La presenza di "In the Court of the Crimson King" dei King Crimson all'interno della colonna sonora pare fuori posto ma è tuttavia interessante. Dopo il 2001 i film catastrofici sono basati sulla paura dell'altro e del diverso; "I figli degli uomini" mostra le ipotetiche conseguenze di una xenofobia all'ennesima potenza e di un razzismo che sembra scivolare nell'arianesimo. Pur con qualche ridondanza è un robusto thriller fantapolitico che vale la pena di vedere.
Voto: 3/5
-Gravity
USA 2013 - drammatico/avventura/fantascienza - 90min.
Tre astronauti stanno lavorando ad alcune riparazioni del telescopio Hubble: si tratta del biomedico Ryan Stone (Sandra Bullock), il comandante Matt Kowalsky (George Clooney) ed un terzo astronauta. Mentre lavorano Huston segnala un problema: l'abbattimento di un satellite russo obsoleto ha generato una reazione a catena che ha prodotto una sciame di rifiuti spaziali che sta dirigendosi proprio verso di loro.
90 minuti epocali. Un prodigio tecnico. La compiutezza del 3D. Un grande spettacolo che non manca di un sottotesto metaforico-filosofico sulla solitudine dell'uomo nell'universo, la ricerca di un senso per cui vivere con conseguente rinascita di un individuo che aveva perso ragioni per continuare la propria esistenza (posizioni fetali, riemersioni acquatico-amniotiche a nuova vita, fughe lungo cavità uterino-navicellari). Più simile a Solaris che a 2001, perchè condivide con il primo un approccio più intimo alla fantascienza, mentre Kubrick ne fa un discorso più ampio sul futuro dell'umanità. Qui invece si affrontano problemi più contingenti: i rapporti umani, l'elaborazione del lutto, lo spirito di sacrificio. Poi non è nemmeno corretto parlare di fantascienza, dato che è uno space movie ambientato nelle stazioni spaziali attualmente orbitanti. Certo le caratteristiche da disaster movie con annessa eroina che se la cava da situazioni impossibili c'è eccome, ma il film è quantomai accurato, ed anche le poche critiche ricevute su alcune inverosimiglianze (che sono più che altro licenze poetiche, come ad esempio non far fluttuare disordinatamente i capelli della Bullock in giro come sarebbe effettivamente in condizione di assenza di gravità) non mancano di sottolineare la potenza e credibilità del quadro generale. La resa visiva è eccezionale, ancor più che Cuaròn non rinunica affatto ai suoi amati piani-sequenza, anzi ne realizza alcuni che fanno impallidire per perfezione formale e complessità.
Recitare in uno scafandro potrebbe risultare limitante ma i due interpreti hanno svolto un lavoro eccellente. Buon commento musicale, non troppo invasivo per non scontrarsi con la volontà registica di sottolineare l'assenza di suono nello spazio.
Probabilmente il più importante film dell'anno: passate sopra a qualche caduta nei dialoghi/monologhi (che non posso rinunciare a un po' di pathos hollywood-iano) e all'impossibile Hollywood Ending, e andate a vederlo. In 3D.
Voto: 4/5
La piccola principessa (1995)
Paradiso perduto (1998)
Y tu mamá también (2001)
Harry Potter e il prigioniero di Azkaban (2003) - 2,5/5
Paris, je t'aime (2005) - Episodio Parc Monceau
I figli degli uomini (2006) - 3/5
Gravity (2013) - 4/5
Cuaròn (1957), messicano, è noto principalmente per due pellicole, l'adattamento del terzo libro della saga di Harry Potter e "I figli degli uomini", interessante esperimento di sci-fi apocalittica.
-Harry Potter e il prigioniero di Azkaban
GB/USA 2004 - fantastico - 136min.
Al terzo anno di scuola, Potter deve fronteggiare un pericoloso evaso dal carcere di massima sicurezza di Azkaban, Sirius Black. Le cose sono più complesse del previsto.
Il cambio di regia ha avuto brutte conseguenze: qualche incongruenza narrativa, mancanza di ritmo, 136 minuti che sembrano durare più degli oltre 150 dei film precedenti e che sono più noiosi, atmosfera cupa non adeguatamente bilanciata da parentesi più leggere, conclusione affrettata. Per il resto, dato che il cast tecnico ed artistico è sempre quello, il film è comunque salvabile, ma questo terzo film è l'esempio di come una regia sbagliata possa compromettere un buon film.
Voto: 2,5/5
-I figli degli uomini
(Children of Men) di Alfonso Cuaròn - GB/USA 2006 - thriller/avventura - 114min.
Il film è un riuscito "disaster movie" con la variante, una volta tanto, di un finale aperto sulla speranza.
Inghilterra 2027. Il mondo è in rovina a causa della sterilità (inspiegata) delle donne. Ovunque paura, crimine e distruzione dilagano. Theo (Clive Owen), ex attivista contro il governo, è incaricato da un gruppo di rivoluzionari di cui fa parte anche la sua ex Julian (Julianne Moore) di scortare una ragazzina immigrata (le immigrazioni in Gran bretagna sono proibite e i clandestini sono subito arrestati e rinchiusi in enormi gabbie collettive per poi essere trasferiti in centri di detenzione) fino alla costa, dove potrà prendere una nave che la condurrà al sicuro. Perchè correre tanti pericoli per una ragazzina? Perchè è la prima donna incinta da decenni, e molti, a cominciare dal governo, potrebbero essere interessati a lei e al bambino...
Sfruttando lunghi piani sequenza e adoperando una sola telecamera a spalla Cuaròn ottiene spesso risultati eccezionali per qualità e virtuosismo stilistico, soprattutto nella lunga sequenza della fuga in mezzo alla città in rovina nella parte finale del film. Owen regge dignitosamente il film sulle sue spalle (pur peccando di inespressività), supportato da una curiosa interpretazione di Michael Caine nei panni di un guru new age e spacciatore. Julianne Moore appare poco ma fa quel che deve. L'uso di luci ed ombre dà vita a composizioni ricercate e suggestive. La presenza di "In the Court of the Crimson King" dei King Crimson all'interno della colonna sonora pare fuori posto ma è tuttavia interessante. Dopo il 2001 i film catastrofici sono basati sulla paura dell'altro e del diverso; "I figli degli uomini" mostra le ipotetiche conseguenze di una xenofobia all'ennesima potenza e di un razzismo che sembra scivolare nell'arianesimo. Pur con qualche ridondanza è un robusto thriller fantapolitico che vale la pena di vedere.
Voto: 3/5
-Gravity
USA 2013 - drammatico/avventura/fantascienza - 90min.
Tre astronauti stanno lavorando ad alcune riparazioni del telescopio Hubble: si tratta del biomedico Ryan Stone (Sandra Bullock), il comandante Matt Kowalsky (George Clooney) ed un terzo astronauta. Mentre lavorano Huston segnala un problema: l'abbattimento di un satellite russo obsoleto ha generato una reazione a catena che ha prodotto una sciame di rifiuti spaziali che sta dirigendosi proprio verso di loro.
90 minuti epocali. Un prodigio tecnico. La compiutezza del 3D. Un grande spettacolo che non manca di un sottotesto metaforico-filosofico sulla solitudine dell'uomo nell'universo, la ricerca di un senso per cui vivere con conseguente rinascita di un individuo che aveva perso ragioni per continuare la propria esistenza (posizioni fetali, riemersioni acquatico-amniotiche a nuova vita, fughe lungo cavità uterino-navicellari). Più simile a Solaris che a 2001, perchè condivide con il primo un approccio più intimo alla fantascienza, mentre Kubrick ne fa un discorso più ampio sul futuro dell'umanità. Qui invece si affrontano problemi più contingenti: i rapporti umani, l'elaborazione del lutto, lo spirito di sacrificio. Poi non è nemmeno corretto parlare di fantascienza, dato che è uno space movie ambientato nelle stazioni spaziali attualmente orbitanti. Certo le caratteristiche da disaster movie con annessa eroina che se la cava da situazioni impossibili c'è eccome, ma il film è quantomai accurato, ed anche le poche critiche ricevute su alcune inverosimiglianze (che sono più che altro licenze poetiche, come ad esempio non far fluttuare disordinatamente i capelli della Bullock in giro come sarebbe effettivamente in condizione di assenza di gravità) non mancano di sottolineare la potenza e credibilità del quadro generale. La resa visiva è eccezionale, ancor più che Cuaròn non rinunica affatto ai suoi amati piani-sequenza, anzi ne realizza alcuni che fanno impallidire per perfezione formale e complessità.
Recitare in uno scafandro potrebbe risultare limitante ma i due interpreti hanno svolto un lavoro eccellente. Buon commento musicale, non troppo invasivo per non scontrarsi con la volontà registica di sottolineare l'assenza di suono nello spazio.
Probabilmente il più importante film dell'anno: passate sopra a qualche caduta nei dialoghi/monologhi (che non posso rinunciare a un po' di pathos hollywood-iano) e all'impossibile Hollywood Ending, e andate a vederlo. In 3D.
Voto: 4/5
Cameron Crowe
Non per soldi... ma per amore (1989)
Singles - L'amore è un gioco (1992)
Jerry Maguire (1996)
Quasi famosi (2000) - 3/5
Vanilla Sky (2001)
Elizabethtown (2005)
Crowe (1957) è un regista e produttore americano, noto per alcune divertenti commedie ed altri film più avvicinabili al genere drammatico.
-Quasi famosi
(Almost Famous) di Cameron Crowe - USA 2000 - commedia - 122min.
1973. Un ragazzino quindicenne appassionato di musica e di scrittura riesce ad ottenere l'incarico da parte della rivista Rolling Stone di realizzare un articolo sugli Stillwater, gruppo rock emergente. Entratovi in contatto, seguirà il gruppo durante il suo tour, conoscendo i membri della band, le groupies, ed il decadente mondo on-the-road.
E' un film che trasuda rock da ogni fotogramma e per questo merita una visione da parte di tutti coloro che adorano questo genere. E' inoltre una commedia garbata, intelligente, non volgare, che malgrado qualche caduta e momento patetico funziona sia come racconto di formazione, sia come panoramica socio-antropologica dei tempi, sia come dichiarazione d'amore alla musica, sia come puro intrattenimento d'evasione. Ottima la galleria degli interpreti, tutti efficaci (divertente la particina di P.S.Hoffman), ed ovviamente la colonna sonora.
Senza pretese, ed è questo il suo punto di forza.
Voto: 3/5
Singles - L'amore è un gioco (1992)
Jerry Maguire (1996)
Quasi famosi (2000) - 3/5
Vanilla Sky (2001)
Elizabethtown (2005)
Crowe (1957) è un regista e produttore americano, noto per alcune divertenti commedie ed altri film più avvicinabili al genere drammatico.
-Quasi famosi
(Almost Famous) di Cameron Crowe - USA 2000 - commedia - 122min.
1973. Un ragazzino quindicenne appassionato di musica e di scrittura riesce ad ottenere l'incarico da parte della rivista Rolling Stone di realizzare un articolo sugli Stillwater, gruppo rock emergente. Entratovi in contatto, seguirà il gruppo durante il suo tour, conoscendo i membri della band, le groupies, ed il decadente mondo on-the-road.
E' un film che trasuda rock da ogni fotogramma e per questo merita una visione da parte di tutti coloro che adorano questo genere. E' inoltre una commedia garbata, intelligente, non volgare, che malgrado qualche caduta e momento patetico funziona sia come racconto di formazione, sia come panoramica socio-antropologica dei tempi, sia come dichiarazione d'amore alla musica, sia come puro intrattenimento d'evasione. Ottima la galleria degli interpreti, tutti efficaci (divertente la particina di P.S.Hoffman), ed ovviamente la colonna sonora.
Senza pretese, ed è questo il suo punto di forza.
Voto: 3/5
David Cronenberg
Stereo (1969) - 3/5
Crimes of the Future (1970)
Tourettes (1971) - Film TV
Il demone sotto la pelle (1975)
Rabid sete di sangue (1977) - 2,5/5
Veloci di mestiere (1979)
Brood - La covata malefica (1979) - 3/5
Scanners (1981)
Videodrome (1983) - 3,5/5
La zona morta (1983)
La mosca (1986) - 3/5
Inseparabili (1988)
Il pasto nudo (1991)
M. Butterfly (1993)
Crash (1996) - 4/5
eXistenZ (1999)
Spider (2002)
A History of Violence (2005)
La promessa dell'assassino (2007)
At the Suicide of the Last Jew in the World in the Last Cinema in the World, episodio di Chacun son cinéma (2007)
A Dangerous Method (2011) - 2,5/5
Cosmopolis (2012) - 4/5
Cronenberg (1943), canadese, è un regista molto personale, autore di alcune delle pellicole più interessanti del cinema moderno. Dopo una prima fase più spiccatamente horror (o fantahorror), ha realizzato diverse pellicole difficilmente ascrivibili ad un genere preciso. Temi consueti del suo cinema sono la mutazione del corpo ed il suo incontro/scontro con la tecnologia, incontro quasi sempre distruttivo (o mostruosamente costruttivo). Inventivo e visionario, Ha realizzato pellicole che mettono a dura prova gli stomaci degli spettatori, sia a livello visivo che psicologico.
-Stereo
Canada 1969 - sperimentale/fantascienza - 63min.
Ovvero un doppio canale separato: video da una parte, audio post-sincronizzato dall'altro. Nel video, completamente muto, vediamo strani personaggi aggirarsi tra i corridoi di un futuristico palazzo mezzo vuoto ed indugiare in interazioni più o meno erotiche. L'audio consiste invece in voices over maschili e femminili che offrono un'interpretazione di quanto vediamo: si tratta di un esperimento sceintifico di ricerca sulla telepatia, conclusosi tragicamente. Insomma l'eros conduce alla violenza, alla perdita di controllo, alla distruzione; temi anticipatori del futuro Crash. Così come ci sono elementi di quasi tutto il futuro cinema di Cronenebrg: l'impianto psicanalitico-ospedaliero, oltre ai di poco successivi Rabid e Brood, rimanda anche al ben più recente A Dangerous Method; la telepatia sarà oggetto prevalente della narrazione in Scanners; l'interesse per la tematica sessuale ed omosessuale sarà ripresa in M. Butterfly e in molti altri; l'approccio fantascientifico collegato all'interesse per l'invisibile interiorità umana è cifra poetica del suo intero cinema.Interessante osservare come ci sia qualche discrepanza tra audio e video, pur con la sincronizzazione: le voci atone a volte non sembrano curarsi delle immagini che passano a schermo, sembrano quasi schermarsi dietro un'impossibile tentativo di terziarietà rispetto a ciò che viene mostrato: eppure le voci dovrebbero appartenere all'equipe scientifica che ha condotto la ricerca. Cronenberg è già grande nell'opporre la fredda razionalità degli spazi (la messinscena è una perfetta dimostrazione di assimilazione della lezione di Antonioni) al caos interno degli individui, una dicotomia evidente anche nell'ultimo Cosmopolis. La breve durata ne rende sopportabile l'ellitticità, connaturata in un esperimento antinarrativo di questo tipo. Imperdibile per gli estimatori del regista interessati a scoprire come tutto è cominciato.
Voto: 3/5
-Rabid sete di sangue
Canada 1976 - horror - 87min.
Una giovane coppia sta facendo un giro in moto, ma è vittima di un incidente: lei è molto grave e necessita di innesti di pelle per sopravvivere. Un dottore di una clinica privata lì vicino la salva con una tecnica sperimentale di sua invenzione, che viene provata per la prima volta. La ragazza è salva, ma appena si riprende comincia ad avvertire un insaziabile sete di sangue umano...
Secondo lungometraggio di Cronenberg ad essere regolarmente distribuito, Questo film non ha la potenza del precedente "Il demone sotto la pelle" nè una particolare originalità. La vicenda appare troppo scontata e debitrice delle pellicole di Romero, soprattutto nella seconda metà con l'intervento dei militari. Incrociando vampirismo e zombi, il regista canadese riesce comunque ad ottenere scene quà e là di sicuro impatto. il difetto principale sta nell'assoluta scipitezza dei protagonisti, e nell'imbarazzante recitazione della pornostar canadese Marilyn Chambers (imposta dalla produzione) nel ruolo di protagonista. I fan del regista troveranno comunque le costanti del suo cinema, in primis l'ossessione per le mutazioni del corpo violentato dalla scienza.
Così così.
Voto: 2,5/5
-Brood - La covata malefica
(The Brood) di David Cronenberg - Canada 1979 - horror - 88min.
Toronto. Alla clinica Somafree il dottor Hal Raglan (Oliver Reed) sprona i suoi pazienti a liberarsi dell'odio che nutrono verso le persone, soprattutto loro famigliari, che hanno causato loro disturbi psichici. I suoi metodi però sono alquanto discutibili. Frank (Art Hindle) non può infatti vedere la moglie Nola (Samantha Eggar) perchè la terapia prevede un isolamento totale, esclusi dei brevi incontri con la figlia Candice (Cindy Hinds); quando Frak scopre dei segni sul corpo della piccola dopo una visita alla madre, accusa il dottor Raglan di praticare terapie illecite. Frattanto i genitori di Nola sono assassinati brutalmente da strani esserini deformi.
Terzo film di Cronenberg, uno dei suoi quattro prettamente horror (assieme a "Il demone sotto la pelle", Rabid sete di sangue, "La mosca") che sviluppa i temi dei suoi primi due film: il contagio e la mutazione del corpo. Stavolta il tema è affrontato in ambito psicanalitico, come riflessione sulle conseguenze distruttive (anche inconsce) della nostra rabbia. Se la soluzione del mistero può essere intuita anche prima dello svelamento conclusivo, è indubbio che Cronenberg sappia orchestrare un racconto basato sulla suspence che rende lo spettatore impaziente di sapere come si svilupperà la vicenda. Breve ma intenso. La recitazione, il difetto principale delle due precedenti pellicole, si assesta fortunatamente su buoni livelli. La colonna sonora è canonica ma funzionale. Finale agghiacciante, soprattutto dopo 70 minuti di pellicola che hanno concesso poco a violenza ed orrore.
Finale aperto, come i film precedenti, e come molti film successivi del regista canadese. Manca un pò di originalità, ma rappresenta il miglior risultato del regista fino a quel momento.
Voto: 3/5
-Videodrome
di David Cronenberg - Canada 1983 - thriller/horror/fantastico - 90min.
Max (James Woods) è il direttore di una rete televisiva di programmi violenti e film pornografici. Un giorno un suo tecnico capta un segnale pirata di una trasmissione televisiva detta "Videodrome", che mette in scena snuff movies. Desiderando saperne di più Max comincia a fare delle ricerche per scoprire da dove trasmettono il segnale, fiutando una grande affare per la sua tv. Non sa che "Videodrome" è un progetto distruttivo per mente e corpo, che gli interessi dei produttori del programma sono tutt'altro che rassicuranti, e che sta per precipitare in un baratro di visioni raccapriccianti in cui distinguere realtà ed allucinazione diventa sempre più difficile.
Dopo essersi fatto le ossa nell'horror e nella fantascienza, Cronenberg realizza un cyberpunk visionario e splatter, che ha al suo centro la potenza della visione che schiavizza l'uomo (Max che "entra" nel televisore, si innesta vhs nello stomaco eccetera) e lo modifica psicofisicamente (il segnale Videodrome produce un tumore al cervello, responsabile a sua volta delle allucinazioni). Film memorabile per gli incubi che mette in scena, e che vede un ottimo James Woods nel ruolo principale, supportato da bravi attori secondari.
Nei film precedenti il "contagio", grande tema del cinema cronenberghiano, avveniva fisicamente, per contatto con un corpo estraneo. In questo film, anticipatore dell'era di Internet, avviene invece via etere, ancor più difficile da controllare.
A volte può sembrare che la pellicola ecceda un pò gratuitamente negli effettacci orrorifici, ma molti effetti speciali sono straordinari per l'epoca.
Howard Shore, presenza abituale nei lavori del cineasta canadese, firma l'inquietante colonna sonora.
Disgustosamente avvincente.
Voto: 3,5/5
-La mosca
USA 1986 - horror - 92min.
E' uno dei più grandi successi commerciali di Cronenberg, che pur offrendo una storia classica dell'orrore fantascientifico, vi inserisce i suoi temi ricorrenti, in particolare l'ossessione per lo smembramento e la mutazione del corpo.
Ad un convegno lo scienziato Seth Brundle (Jeff Goldblum) propone ad una giornalista (Geena Davis) di andare al suo laboratorio per vedere l'invenzione che cambierà il mondo. Scettica, la ragazza lo segue e rimane attonita quando scopre che lo scienziato ha inventato un sistema di teletrasporto attraverso delle capsule controllate da un sistema computerizzato che cura il processo di smaterializzazione e materializzazione della materia da una all'altra. Per il momento la macchina è in grado solo teleportare solo oggetti inanimati, ma dopo mesi di lavoro lo scienziato riesce finalmente nel suo intento, teleportandosi da una capsula all'altra. Il trasporto sembra averlo reso più energico e forte di prima, ma ben presto inizia a constatare dei curiosi effetti collaterali.
Gli effetti speciali sono molto ben realizzati, anche se a volte non è difficile rendersi conto della loro artificialità. L'aspetto tecnico è comunque supportato dall'ottima interpretazione dei due interpreti principali. A contrario dei precedenti film di Cronenberg, generalmente freddi ed asettici, questo film è anche una sconvolgente storia d'amore, elemento solitamente assente in questo genere di film. Il ritmo impeccabile rendono "La mosca" una visione coinvolgente e divertente.
Voto: 3/5
-Crash
di David Cronenberg - Canada 1996 - drammatico - 100 min.
Si sta parlano del film di David Cronenberg, il cui titolo è omonimo di un'altro film che non centra nulla ma con cui si può confondere; il film qui recensito è vincitore di un premio speciale della giuria al festival di Cannes, ed è, ci tengo a dirlo da subito, un film non per tutti. A prima vista una specie di porno, necessita di una visione imparziale e assolutamente concentrata per non cadere nell'errore di un giudizio troppo affrettato e liquidarlo in poche battute. Inoltre, per chi non conosce il regista (autore di pellicole quali "La mosca", "A history of violence", "Il pasto nudo", "M.Butterfly", "Inseparabili" per citarne i più famosi), la decifrazione di alcuni simbolismi può risultare davvero ostica. Bisogna premettere che Crash non ha una vera e propria trama; i protagonisti sono una coppia sposata che tradisce il coniuge ad ogni possibile occasione e gode (in tutti i sensi) nel raccontare all'altro i propri tradimenti. Inoltre hanno entrambi la passione per le auto, le quali hanno su di loro un'effetto "afrodisiaco", conoscono un tipo che offre come performance di spettacolo la ricostruzione di famosi incidenti automobilistici in cui hanno perso la vita persone famose, e che vengono ricreati in modo fedele, tant'è che spesso molti rimangono feriti o anche uccisi, e questo suscita in loro un immenso piacere. Si crea una rete di conoscenze che, fra congressi carnali di ogni genere (etero ed omosessuale, sia fra uomini che fra donne) e folli inseguimenti automoblistici portano alla morte di moltissime persone, tranne i due protagonisti, che ancora sopravvivono (e non vorrebbero) alla fine del film.
La pellicola è la denuncia di un mondo che aliena la persona a tal punto che essa perde soddisfazione nel vivere, e cerca il piacere nel rischio, nell'aberrazione, e nella morte stessa, liberazione dagli affanni terreni. Il film contiene numerose scene di sesso esplicito che però non sono mai rapporti d'amore, ma di pura ricerca di una soddifazione momentanea, alla quale tutti si sono talmente assuefatti da non provarne ormai più piacere. E allora il senso della vita si cerca nell'inseguimento del suo opposto, nel tenativo di uccidersi e di godere nel farlo. Cronenberg denuncia la situazione paradossale di un mondo (quello "civilizzato") che è giunto a collassare su sé stesso a causa di una saturazione, dovuta alla continua ricerca dell'eccesso, del piacere spinto al parossismo, che ormai non produce più piacere, ma solo tristezza per il vuoto interiore che è la vera malattia del nuovo millennio.
Crash è la documentazione giornalistica (al modo di Cronenberg, da sempre regista dell'eccesso alla ricerca dell'analisi del male che contamina la nostra società, dell'aberrazione annidiata all'interno del corpo umano o all'esterno, nelle strutture sociali) della simbiosi uomo-macchina che contrassegna la nostra civiltà, un binomio potente ma autodistruttivo, che ricade su noi stessi e ci inghiotte, senza che ce ne rendiamo conto.
In conclusione è, didatticamente e moralmente, uno dei film più importanti che uno spettatore moderno possa visionare; d'altro canto, per la crudezza di molte scene non è consigliato a tutti, soprattutto in materia sessuale (nudi integrali, sodomia, amore saffico, masturbazione e quant'altro), unita ad una dose di violenza autoinferta che di certo può essere dura da digerire.
Voto: 4/5
-A Dangerous Method
Francia/UK/Canada/Svizzera/Germania 2011 - biografico/drammatico - 94min.
Incontro/scontro tra Freud (Viggo Mortensen) e Jung (Michael Fassbender), fondatori delle due correnti psicoanalitiche. Baricentrica la figura della paziente Sabrina Spielrein (Keira Knightley), paziente di entrambi ed amante di Jung, divenuta a sua volta stimata psicoanalista.
"Sex and death are the only subjects seriously interesting to an adult." (W.B. Yeats)
Cronenberg adatta una piece teatrale (The Talking Cure, di Christopher Hampton) dai temi sovracitati. Temi che sono abituali nella cinematografia del regista canadese: binomio amore-violenza, malattia e deformazione del corpo. Anche la morte ovviamente, sebbene non sia mostrata mai nel film, aleggia sulla vicenda, per poi presentarsi nelle didascalie finali. A Dangerous Method insiste sul rapporto fra Jung e la sua paziente/amante, più di quanto si sarebbe dovuto, sacrificando molto la diatriba teorica con Freud, che rimane molto fumosa per i non addetti ai lavori. La mancanza di approfondimento è dovuta anche alla breve durata del film, ed alle esigenze commerciali che non permettono più di qualche accenno. Come negli ultimi film Cronenberg preferisce lasciarsi guidare maggiormente dalle mire di incasso, così spinge sul rapporto sentimentale tra i due protagonisti, perverso come piace a lui (e a noi, certo). Nulla da eccepire sulla regia, al solito perfetta, né sulla notevolissima prova attoriale, soprattutto di Mortensen, ma è il concept a non funzionare perfettamente: ci voleva un Herzog per dirigere questa pellicola. Il risultato è un bel film (nessuno ne dubita) che avrebbe potuto essere un ottimo film. Il difetto di fondo è la sceneggiatura.
Voto: 2,5/5
-Cosmopolis
Francia/Portogallo/Canada/Italia 2012 - drammatico - 108min.
Eric Packer, giovane uomo d'affari multimilionario, deve attraversare in limo la città di New York per andare dal suo barbiere di fiducia. La città è in trambusto per la visita del presidente degli Stati Uniti e per manifestazioni di protesta contro il mondo dell'alta finanza, ma Eric è fermo nel suo proposito, il che causa preoccupazione nel suo servizio di sicurezza, che teme per un possibile attentato alla sua persona da parte di un losco individuo non meglio identificato. Durante il tragitto, che occupa l'intera giornata, Eric parla e incontra per strada amici, parenti, collaboratori. La sua incrollabile sicurezza in se stesso inizia a vacillare dopo che si rende conto di non riuscire a prevedere le fluttuazioni borsistiche dello Yuan (moneta cinese).
Tratto dal libro omonimo di Don DeLillo (dall'analisi del quale questa recensione prescinde totalmente), Cosmopolis segna il ritorno di Cronenberg in grande stile ai suoi temi prediletti: patologia, mutazione, anormalità. Questa volta l'ottica in cui tali argomenti sono declinati è quella dell'economia, con un risultato quantomai attuale (malgrado il libro sia del 2003). Robert Pattinson interpreta con granitica efficacia un personaggio sicuro di sé che scivola lentamente nel baratro dell'incertezza e della follia (ma forse non è mai stato molto normale). La sua nemesi/mimesi, il tipico uomo qualunque esasperato dalla "banalità del male finanziario" (istrionicamente impersonato da Paul Giamatti) ne è un doppio speculare (a qualcuno viene in mente Inseparabili?) e opposto allo stesso tempo: nella lunga sequenza dialogica finale (un esercizio di stile notevole sia per recitazione che per regia) l'uno non capisce le tesi dell'altro, sebbene entrambi siano accomunati dal medesimo difetto fisico; due facce della stessa medaglia, ovvero una società in cui "il topo è diventato l'unità monetaria" (citazione che apre il film); si specula direttamente sugli esseri umani, l'economia di carta è molto maggiore dell'economia reale, la distribuzione della ricchezza è sempre più iniqua ed il mondo degli affari è un altro pianeta rispetto a quello della quotidianità proletaria (come dimostra le scena in cui, nel pieno di un'agitazione di dimostranti, Eric ed una sua collega parlano tranquillamente all'interno della limo isolata acusticamente mentre fuori succede di tutto e di più).
Certo il discorso politico è evidente, nonché ben espresso dalla scritta di un'insegna luminosa che si scorge a un certo punto ("A phantom is haunting the world - The phantom of capitalism"), ma non è l'unico affrontato da Cronenberg in questo film, uno dei più densi che abbia fatto. Nei lunghi dialoghi che saturano la pellicola per tutta la sua durata si specula su una quantità di argomenti, i quali variano a seconda dell'interlocutore che Eric si trova davanti; il sesso è uno degli argomenti principali, che vede Eric come il principale sostenitore di un'attività sessuale frequente (un po' come fare della sana ginnastica), che però deve espletare con svariate donne in quanto non riesce ad avere rapporti con la moglie, con la quale finisce sempre e solo per mangiare e parlare della loro non-relazione. Anche il rapporto in apparenza amicale che Eric ha con la sua guardia del corpo è smentita dai fatti e si traduce in un puro interesse utilitaristico; così per tutti gli altri personaggi.
Buona parte del film si svolge nell'abitacolo della limo, e qui la regia di Cronenberg è magistrale nel riuscire a non annoiare ed a mantener sempre viva l'attenzione su dialoghi (molti) e avvenimenti (pochi) tramite un montaggio contrassegnato da frequenti cambi di inquadratura (che però non danno mai l'impressione di essere fini a se stessi). Si potrebbe anche interpretare l'uso degli spazi del film come metafora di spazi mentali: la limo diventerebbe quindi il "paesaggio mentale" (per usare un espressione Polanski-ana) di Eric, la stamberga del finale quello dell'assassino, i ristoranti e locali pubblici quelli della moglie (a rappresentare la non-inclusione della donna all'interno dell'universo di Eric, il quale infatti non riesce a capirla). La fotografia claustrofobica e spesso ombrosa di Peter Suschitzky (abituale collaboratore del regista dal 1988) resta appiccicata ai personaggi ricorrendo principalmente al primo piano (magari leggermente grandangolato) ma mantenendo la profondità di campo: tutto è nitido eppure ben poco appare chiaro e logico in questo film, rappresentazione di un corto circuito personale/sociale che ci riguarda tutti, specie in questo delicato momento storico.
Non si può concludere senza citare il pattern sonoro elettronico e minimalista di Howard Shore, che fa ben più di quanto sembri per la resa complessiva.
Voto: 4/5
Crimes of the Future (1970)
Tourettes (1971) - Film TV
Il demone sotto la pelle (1975)
Rabid sete di sangue (1977) - 2,5/5
Veloci di mestiere (1979)
Brood - La covata malefica (1979) - 3/5
Scanners (1981)
Videodrome (1983) - 3,5/5
La zona morta (1983)
La mosca (1986) - 3/5
Inseparabili (1988)
Il pasto nudo (1991)
M. Butterfly (1993)
Crash (1996) - 4/5
eXistenZ (1999)
Spider (2002)
A History of Violence (2005)
La promessa dell'assassino (2007)
At the Suicide of the Last Jew in the World in the Last Cinema in the World, episodio di Chacun son cinéma (2007)
A Dangerous Method (2011) - 2,5/5
Cosmopolis (2012) - 4/5
Cronenberg (1943), canadese, è un regista molto personale, autore di alcune delle pellicole più interessanti del cinema moderno. Dopo una prima fase più spiccatamente horror (o fantahorror), ha realizzato diverse pellicole difficilmente ascrivibili ad un genere preciso. Temi consueti del suo cinema sono la mutazione del corpo ed il suo incontro/scontro con la tecnologia, incontro quasi sempre distruttivo (o mostruosamente costruttivo). Inventivo e visionario, Ha realizzato pellicole che mettono a dura prova gli stomaci degli spettatori, sia a livello visivo che psicologico.
-Stereo
Canada 1969 - sperimentale/fantascienza - 63min.
Ovvero un doppio canale separato: video da una parte, audio post-sincronizzato dall'altro. Nel video, completamente muto, vediamo strani personaggi aggirarsi tra i corridoi di un futuristico palazzo mezzo vuoto ed indugiare in interazioni più o meno erotiche. L'audio consiste invece in voices over maschili e femminili che offrono un'interpretazione di quanto vediamo: si tratta di un esperimento sceintifico di ricerca sulla telepatia, conclusosi tragicamente. Insomma l'eros conduce alla violenza, alla perdita di controllo, alla distruzione; temi anticipatori del futuro Crash. Così come ci sono elementi di quasi tutto il futuro cinema di Cronenebrg: l'impianto psicanalitico-ospedaliero, oltre ai di poco successivi Rabid e Brood, rimanda anche al ben più recente A Dangerous Method; la telepatia sarà oggetto prevalente della narrazione in Scanners; l'interesse per la tematica sessuale ed omosessuale sarà ripresa in M. Butterfly e in molti altri; l'approccio fantascientifico collegato all'interesse per l'invisibile interiorità umana è cifra poetica del suo intero cinema.Interessante osservare come ci sia qualche discrepanza tra audio e video, pur con la sincronizzazione: le voci atone a volte non sembrano curarsi delle immagini che passano a schermo, sembrano quasi schermarsi dietro un'impossibile tentativo di terziarietà rispetto a ciò che viene mostrato: eppure le voci dovrebbero appartenere all'equipe scientifica che ha condotto la ricerca. Cronenberg è già grande nell'opporre la fredda razionalità degli spazi (la messinscena è una perfetta dimostrazione di assimilazione della lezione di Antonioni) al caos interno degli individui, una dicotomia evidente anche nell'ultimo Cosmopolis. La breve durata ne rende sopportabile l'ellitticità, connaturata in un esperimento antinarrativo di questo tipo. Imperdibile per gli estimatori del regista interessati a scoprire come tutto è cominciato.
Voto: 3/5
-Rabid sete di sangue
Canada 1976 - horror - 87min.
Una giovane coppia sta facendo un giro in moto, ma è vittima di un incidente: lei è molto grave e necessita di innesti di pelle per sopravvivere. Un dottore di una clinica privata lì vicino la salva con una tecnica sperimentale di sua invenzione, che viene provata per la prima volta. La ragazza è salva, ma appena si riprende comincia ad avvertire un insaziabile sete di sangue umano...
Secondo lungometraggio di Cronenberg ad essere regolarmente distribuito, Questo film non ha la potenza del precedente "Il demone sotto la pelle" nè una particolare originalità. La vicenda appare troppo scontata e debitrice delle pellicole di Romero, soprattutto nella seconda metà con l'intervento dei militari. Incrociando vampirismo e zombi, il regista canadese riesce comunque ad ottenere scene quà e là di sicuro impatto. il difetto principale sta nell'assoluta scipitezza dei protagonisti, e nell'imbarazzante recitazione della pornostar canadese Marilyn Chambers (imposta dalla produzione) nel ruolo di protagonista. I fan del regista troveranno comunque le costanti del suo cinema, in primis l'ossessione per le mutazioni del corpo violentato dalla scienza.
Così così.
Voto: 2,5/5
-Brood - La covata malefica
(The Brood) di David Cronenberg - Canada 1979 - horror - 88min.
Toronto. Alla clinica Somafree il dottor Hal Raglan (Oliver Reed) sprona i suoi pazienti a liberarsi dell'odio che nutrono verso le persone, soprattutto loro famigliari, che hanno causato loro disturbi psichici. I suoi metodi però sono alquanto discutibili. Frank (Art Hindle) non può infatti vedere la moglie Nola (Samantha Eggar) perchè la terapia prevede un isolamento totale, esclusi dei brevi incontri con la figlia Candice (Cindy Hinds); quando Frak scopre dei segni sul corpo della piccola dopo una visita alla madre, accusa il dottor Raglan di praticare terapie illecite. Frattanto i genitori di Nola sono assassinati brutalmente da strani esserini deformi.
Terzo film di Cronenberg, uno dei suoi quattro prettamente horror (assieme a "Il demone sotto la pelle", Rabid sete di sangue, "La mosca") che sviluppa i temi dei suoi primi due film: il contagio e la mutazione del corpo. Stavolta il tema è affrontato in ambito psicanalitico, come riflessione sulle conseguenze distruttive (anche inconsce) della nostra rabbia. Se la soluzione del mistero può essere intuita anche prima dello svelamento conclusivo, è indubbio che Cronenberg sappia orchestrare un racconto basato sulla suspence che rende lo spettatore impaziente di sapere come si svilupperà la vicenda. Breve ma intenso. La recitazione, il difetto principale delle due precedenti pellicole, si assesta fortunatamente su buoni livelli. La colonna sonora è canonica ma funzionale. Finale agghiacciante, soprattutto dopo 70 minuti di pellicola che hanno concesso poco a violenza ed orrore.
Finale aperto, come i film precedenti, e come molti film successivi del regista canadese. Manca un pò di originalità, ma rappresenta il miglior risultato del regista fino a quel momento.
Voto: 3/5
-Videodrome
di David Cronenberg - Canada 1983 - thriller/horror/fantastico - 90min.
Max (James Woods) è il direttore di una rete televisiva di programmi violenti e film pornografici. Un giorno un suo tecnico capta un segnale pirata di una trasmissione televisiva detta "Videodrome", che mette in scena snuff movies. Desiderando saperne di più Max comincia a fare delle ricerche per scoprire da dove trasmettono il segnale, fiutando una grande affare per la sua tv. Non sa che "Videodrome" è un progetto distruttivo per mente e corpo, che gli interessi dei produttori del programma sono tutt'altro che rassicuranti, e che sta per precipitare in un baratro di visioni raccapriccianti in cui distinguere realtà ed allucinazione diventa sempre più difficile.
Dopo essersi fatto le ossa nell'horror e nella fantascienza, Cronenberg realizza un cyberpunk visionario e splatter, che ha al suo centro la potenza della visione che schiavizza l'uomo (Max che "entra" nel televisore, si innesta vhs nello stomaco eccetera) e lo modifica psicofisicamente (il segnale Videodrome produce un tumore al cervello, responsabile a sua volta delle allucinazioni). Film memorabile per gli incubi che mette in scena, e che vede un ottimo James Woods nel ruolo principale, supportato da bravi attori secondari.
Nei film precedenti il "contagio", grande tema del cinema cronenberghiano, avveniva fisicamente, per contatto con un corpo estraneo. In questo film, anticipatore dell'era di Internet, avviene invece via etere, ancor più difficile da controllare.
A volte può sembrare che la pellicola ecceda un pò gratuitamente negli effettacci orrorifici, ma molti effetti speciali sono straordinari per l'epoca.
Howard Shore, presenza abituale nei lavori del cineasta canadese, firma l'inquietante colonna sonora.
Disgustosamente avvincente.
Voto: 3,5/5
-La mosca
USA 1986 - horror - 92min.
E' uno dei più grandi successi commerciali di Cronenberg, che pur offrendo una storia classica dell'orrore fantascientifico, vi inserisce i suoi temi ricorrenti, in particolare l'ossessione per lo smembramento e la mutazione del corpo.
Ad un convegno lo scienziato Seth Brundle (Jeff Goldblum) propone ad una giornalista (Geena Davis) di andare al suo laboratorio per vedere l'invenzione che cambierà il mondo. Scettica, la ragazza lo segue e rimane attonita quando scopre che lo scienziato ha inventato un sistema di teletrasporto attraverso delle capsule controllate da un sistema computerizzato che cura il processo di smaterializzazione e materializzazione della materia da una all'altra. Per il momento la macchina è in grado solo teleportare solo oggetti inanimati, ma dopo mesi di lavoro lo scienziato riesce finalmente nel suo intento, teleportandosi da una capsula all'altra. Il trasporto sembra averlo reso più energico e forte di prima, ma ben presto inizia a constatare dei curiosi effetti collaterali.
Gli effetti speciali sono molto ben realizzati, anche se a volte non è difficile rendersi conto della loro artificialità. L'aspetto tecnico è comunque supportato dall'ottima interpretazione dei due interpreti principali. A contrario dei precedenti film di Cronenberg, generalmente freddi ed asettici, questo film è anche una sconvolgente storia d'amore, elemento solitamente assente in questo genere di film. Il ritmo impeccabile rendono "La mosca" una visione coinvolgente e divertente.
Voto: 3/5
-Crash
di David Cronenberg - Canada 1996 - drammatico - 100 min.
Si sta parlano del film di David Cronenberg, il cui titolo è omonimo di un'altro film che non centra nulla ma con cui si può confondere; il film qui recensito è vincitore di un premio speciale della giuria al festival di Cannes, ed è, ci tengo a dirlo da subito, un film non per tutti. A prima vista una specie di porno, necessita di una visione imparziale e assolutamente concentrata per non cadere nell'errore di un giudizio troppo affrettato e liquidarlo in poche battute. Inoltre, per chi non conosce il regista (autore di pellicole quali "La mosca", "A history of violence", "Il pasto nudo", "M.Butterfly", "Inseparabili" per citarne i più famosi), la decifrazione di alcuni simbolismi può risultare davvero ostica. Bisogna premettere che Crash non ha una vera e propria trama; i protagonisti sono una coppia sposata che tradisce il coniuge ad ogni possibile occasione e gode (in tutti i sensi) nel raccontare all'altro i propri tradimenti. Inoltre hanno entrambi la passione per le auto, le quali hanno su di loro un'effetto "afrodisiaco", conoscono un tipo che offre come performance di spettacolo la ricostruzione di famosi incidenti automobilistici in cui hanno perso la vita persone famose, e che vengono ricreati in modo fedele, tant'è che spesso molti rimangono feriti o anche uccisi, e questo suscita in loro un immenso piacere. Si crea una rete di conoscenze che, fra congressi carnali di ogni genere (etero ed omosessuale, sia fra uomini che fra donne) e folli inseguimenti automoblistici portano alla morte di moltissime persone, tranne i due protagonisti, che ancora sopravvivono (e non vorrebbero) alla fine del film.
La pellicola è la denuncia di un mondo che aliena la persona a tal punto che essa perde soddisfazione nel vivere, e cerca il piacere nel rischio, nell'aberrazione, e nella morte stessa, liberazione dagli affanni terreni. Il film contiene numerose scene di sesso esplicito che però non sono mai rapporti d'amore, ma di pura ricerca di una soddifazione momentanea, alla quale tutti si sono talmente assuefatti da non provarne ormai più piacere. E allora il senso della vita si cerca nell'inseguimento del suo opposto, nel tenativo di uccidersi e di godere nel farlo. Cronenberg denuncia la situazione paradossale di un mondo (quello "civilizzato") che è giunto a collassare su sé stesso a causa di una saturazione, dovuta alla continua ricerca dell'eccesso, del piacere spinto al parossismo, che ormai non produce più piacere, ma solo tristezza per il vuoto interiore che è la vera malattia del nuovo millennio.
Crash è la documentazione giornalistica (al modo di Cronenberg, da sempre regista dell'eccesso alla ricerca dell'analisi del male che contamina la nostra società, dell'aberrazione annidiata all'interno del corpo umano o all'esterno, nelle strutture sociali) della simbiosi uomo-macchina che contrassegna la nostra civiltà, un binomio potente ma autodistruttivo, che ricade su noi stessi e ci inghiotte, senza che ce ne rendiamo conto.
In conclusione è, didatticamente e moralmente, uno dei film più importanti che uno spettatore moderno possa visionare; d'altro canto, per la crudezza di molte scene non è consigliato a tutti, soprattutto in materia sessuale (nudi integrali, sodomia, amore saffico, masturbazione e quant'altro), unita ad una dose di violenza autoinferta che di certo può essere dura da digerire.
Voto: 4/5
-A Dangerous Method
Francia/UK/Canada/Svizzera/Germania 2011 - biografico/drammatico - 94min.
Incontro/scontro tra Freud (Viggo Mortensen) e Jung (Michael Fassbender), fondatori delle due correnti psicoanalitiche. Baricentrica la figura della paziente Sabrina Spielrein (Keira Knightley), paziente di entrambi ed amante di Jung, divenuta a sua volta stimata psicoanalista.
"Sex and death are the only subjects seriously interesting to an adult." (W.B. Yeats)
Cronenberg adatta una piece teatrale (The Talking Cure, di Christopher Hampton) dai temi sovracitati. Temi che sono abituali nella cinematografia del regista canadese: binomio amore-violenza, malattia e deformazione del corpo. Anche la morte ovviamente, sebbene non sia mostrata mai nel film, aleggia sulla vicenda, per poi presentarsi nelle didascalie finali. A Dangerous Method insiste sul rapporto fra Jung e la sua paziente/amante, più di quanto si sarebbe dovuto, sacrificando molto la diatriba teorica con Freud, che rimane molto fumosa per i non addetti ai lavori. La mancanza di approfondimento è dovuta anche alla breve durata del film, ed alle esigenze commerciali che non permettono più di qualche accenno. Come negli ultimi film Cronenberg preferisce lasciarsi guidare maggiormente dalle mire di incasso, così spinge sul rapporto sentimentale tra i due protagonisti, perverso come piace a lui (e a noi, certo). Nulla da eccepire sulla regia, al solito perfetta, né sulla notevolissima prova attoriale, soprattutto di Mortensen, ma è il concept a non funzionare perfettamente: ci voleva un Herzog per dirigere questa pellicola. Il risultato è un bel film (nessuno ne dubita) che avrebbe potuto essere un ottimo film. Il difetto di fondo è la sceneggiatura.
Voto: 2,5/5
-Cosmopolis
Francia/Portogallo/Canada/Italia 2012 - drammatico - 108min.
Eric Packer, giovane uomo d'affari multimilionario, deve attraversare in limo la città di New York per andare dal suo barbiere di fiducia. La città è in trambusto per la visita del presidente degli Stati Uniti e per manifestazioni di protesta contro il mondo dell'alta finanza, ma Eric è fermo nel suo proposito, il che causa preoccupazione nel suo servizio di sicurezza, che teme per un possibile attentato alla sua persona da parte di un losco individuo non meglio identificato. Durante il tragitto, che occupa l'intera giornata, Eric parla e incontra per strada amici, parenti, collaboratori. La sua incrollabile sicurezza in se stesso inizia a vacillare dopo che si rende conto di non riuscire a prevedere le fluttuazioni borsistiche dello Yuan (moneta cinese).
Tratto dal libro omonimo di Don DeLillo (dall'analisi del quale questa recensione prescinde totalmente), Cosmopolis segna il ritorno di Cronenberg in grande stile ai suoi temi prediletti: patologia, mutazione, anormalità. Questa volta l'ottica in cui tali argomenti sono declinati è quella dell'economia, con un risultato quantomai attuale (malgrado il libro sia del 2003). Robert Pattinson interpreta con granitica efficacia un personaggio sicuro di sé che scivola lentamente nel baratro dell'incertezza e della follia (ma forse non è mai stato molto normale). La sua nemesi/mimesi, il tipico uomo qualunque esasperato dalla "banalità del male finanziario" (istrionicamente impersonato da Paul Giamatti) ne è un doppio speculare (a qualcuno viene in mente Inseparabili?) e opposto allo stesso tempo: nella lunga sequenza dialogica finale (un esercizio di stile notevole sia per recitazione che per regia) l'uno non capisce le tesi dell'altro, sebbene entrambi siano accomunati dal medesimo difetto fisico; due facce della stessa medaglia, ovvero una società in cui "il topo è diventato l'unità monetaria" (citazione che apre il film); si specula direttamente sugli esseri umani, l'economia di carta è molto maggiore dell'economia reale, la distribuzione della ricchezza è sempre più iniqua ed il mondo degli affari è un altro pianeta rispetto a quello della quotidianità proletaria (come dimostra le scena in cui, nel pieno di un'agitazione di dimostranti, Eric ed una sua collega parlano tranquillamente all'interno della limo isolata acusticamente mentre fuori succede di tutto e di più).
Certo il discorso politico è evidente, nonché ben espresso dalla scritta di un'insegna luminosa che si scorge a un certo punto ("A phantom is haunting the world - The phantom of capitalism"), ma non è l'unico affrontato da Cronenberg in questo film, uno dei più densi che abbia fatto. Nei lunghi dialoghi che saturano la pellicola per tutta la sua durata si specula su una quantità di argomenti, i quali variano a seconda dell'interlocutore che Eric si trova davanti; il sesso è uno degli argomenti principali, che vede Eric come il principale sostenitore di un'attività sessuale frequente (un po' come fare della sana ginnastica), che però deve espletare con svariate donne in quanto non riesce ad avere rapporti con la moglie, con la quale finisce sempre e solo per mangiare e parlare della loro non-relazione. Anche il rapporto in apparenza amicale che Eric ha con la sua guardia del corpo è smentita dai fatti e si traduce in un puro interesse utilitaristico; così per tutti gli altri personaggi.
Buona parte del film si svolge nell'abitacolo della limo, e qui la regia di Cronenberg è magistrale nel riuscire a non annoiare ed a mantener sempre viva l'attenzione su dialoghi (molti) e avvenimenti (pochi) tramite un montaggio contrassegnato da frequenti cambi di inquadratura (che però non danno mai l'impressione di essere fini a se stessi). Si potrebbe anche interpretare l'uso degli spazi del film come metafora di spazi mentali: la limo diventerebbe quindi il "paesaggio mentale" (per usare un espressione Polanski-ana) di Eric, la stamberga del finale quello dell'assassino, i ristoranti e locali pubblici quelli della moglie (a rappresentare la non-inclusione della donna all'interno dell'universo di Eric, il quale infatti non riesce a capirla). La fotografia claustrofobica e spesso ombrosa di Peter Suschitzky (abituale collaboratore del regista dal 1988) resta appiccicata ai personaggi ricorrendo principalmente al primo piano (magari leggermente grandangolato) ma mantenendo la profondità di campo: tutto è nitido eppure ben poco appare chiaro e logico in questo film, rappresentazione di un corto circuito personale/sociale che ci riguarda tutti, specie in questo delicato momento storico.
Non si può concludere senza citare il pattern sonoro elettronico e minimalista di Howard Shore, che fa ben più di quanto sembri per la resa complessiva.
Voto: 4/5
Wes Craven
L'ultima casa a sinistra (1972)
Le colline hanno gli occhi (1977)
Summer of Fear (1978) - Film TV
Civiltà del vizio (1978)
Benedizione mortale (1981)
Il mostro della palude (1982)
Invito all'inferno (1984)
Nightmare: dal profondo della notte (1984) - 2,5/5
Sonno di ghiaccio (1985)
Le colline hanno gli occhi II (1985)
Dovevi essere morta (1986)
Il serpente e l'arcobaleno (1988)
Sotto shock (1989)
Delitti in forma di stella (1990)
La casa nera (1991)
Nightmare nuovo incubo (1994) - 2,5/5
Vampiro a Brooklyn (1995)
Scream (1996)
Scream 2 (1997)
La musica del cuore (1999)
Scream 3 (2000)
Cursed - Il maleficio (2004) - 1,5/5
Red Eye (2005)
Paris, je t'aime (2006) - episodio XX arrondissement, Père Lachaise
My Soul to Take (2010)
Scream 4 (2011)
Craven (1939) è uno dei più noti registi americani di film horror. Ha dato vita ad un paio di saghe horror cult, "Nightmare" e "Scream". La sua fama può apparire ingiustificata (la qualità dei suoi lavori è altalenante) ma il suo grande merito è sempre stato di non prendersi molto sul serio, anzi di commistionare in modo accorto suspance ed umorismo.
-Nightmare - dal profondo della notte
(A Nightmare on Elm Street) di Wes Craven - USA 1984 - horror - 92min.
La saga di Nightmare (ben 7 film più lo spin-off "Freddy Vs. Jason") è una delle più longeve del moderno cinema horror. deve la sua fortuna al carismatico Freddy, divenuto negli anni una vera icona del teen horror, filone che ha come ideale precursore l'opera prima di Tobe Hooper, "Non aprite quella porta", e che si è poi sviluppato in gran parte grazie a questa saga. Col personaggio di Freddy Krueger e l'originale idea di fondo che anticipa di anni The Matrix (se muori nel sogno muori anche nella realtà), Craven porta l'orrore nella vita quotidiana dell'America di provincia, di cui sono criticate l'istituzione familiare e civile (la polizia incapace, i dottori ottusi eccetera) ed in generale l'incomunicabilità fra mondo adolescenziale e mondo degli adulti. Da saga horror vera e propria, col passare degli episodi si assiste ad una modificazione dell'idea originale di Craven, con la riduzione di Krueger ad intrattenitore del pubblico per mezzo di facili battute e linguaggio scurrile, il tutto condito da una buona dose di splatter e violenza.
Essendo il primo della serie, questo episodio è sicuramente il più originale, ed il meglio realizzato. Craven crea con abilità un cattivo memorabile, cui conferisce un look che lo rende facilmente identificabile ed inquietante. la storia, semplice ma ben costruita, ruota attorno a poche locations (scuola-casa-vialetti alberati) che descrivono efficacemente la vita americana di provincia.
Freddy (di cui non svelo la storia per chi non ha ancora visto il film) può entrare nei sogni dei ragazzi, trasformandoli in incubi raccapriccianti che possono finire con l'ucciderli anche nella realtà. Dopo la morte di alcuni suoi amici, la giovane Nancy scopre la verità e decide di affrontarlo.
Anche grazie ad una buona effettistica la pellicola è visivamente suggestiva, e l'ottima fotografia dà vita ad alcune memorabili scene (l'aggressione nella vasca da bagno, la morte del fidanzato di Nancy, alias Johnny Depp al suo esordio cinematografico). Ha inoltre il pregio di non prendersi troppo sul serio, e di avere come unico scopo l'intrattenimento violento. E' un film per teenagers che va visto a quell'età, in modo da raggiungere la massima empatia con i personaggi ed i loro problemi. Robert Englund perfetto per la parte: è nato per il ruolo di Freddy. Il celebre tema musicale, ripreso in tutti i film, è ormai un classico dell'horror.
Voto: 2,5/5
-Nightmare - Nuovo Incubo
(New Nightmare) di Wes Craven - USA 1994 - horror - 112min.
Interessante conclusione della saga di nuovo ad opera di Craven, è una meditazione metacinematografica sull'effetto catartico dell'horror.
Wes Craven si convince che se non si continua a girare film su Freddy, la sua essenza demoniaca potrà liberarsi approdando nel mondo reale, e quindi si appresta a scrivere una nuova sceneggiatura, che è la storia del film stesso, che ha come interpreti numerosi attori che hanno partecipato al primo episodio della saga nella parte di loro stessi e dei loro personaggi, in una divertende con-fusione dei piani di realtà e fantasia.
Forse 112 minuti sono troppi, eppure questo è il migliore episodio della serie assieme al capostipite, per l'inventitva di Craven ed il gradito ritorno di personaggi cari ai fans. Più spazio anche ad Englund, ripreso per diverso tempo anche senza make-up. Tra autocitazioni e qualche novità, ha il suo punto debole in un finale sbrigativo e poco appagante. Sicuramente il capitolo finale più originale di qualunque saga horror mai realizzata.
Voto: 2,5/5
-Cursed - Il maleficio
di Wes Craven - USA 2005 - horror - 97min.
Sulla scia dell'horror comedy dei suoi ultimi lavori, Craven ha tentato la carta della parodia del lupo mannaro, con il risultato di un film che non fa nè ridere nè paura, ma è semplicemente brutto.
Ellie (Christina Ricci) e suo fratello minore Jimmy (Jesse Eisenberg) hanno un incidente sulla Mulholland dr. con quello che sembra essere un grosso lupo. In effetti la bestia è un licantropo che ferisce i due, condannandoli a trasformarsi in mostri se non troveranno e uccideranno il lupo che ha trasmesso loro la maledizione. Chi è il colpevole?
Il film è stato oggetto di una produzione travagliata, con cambi di scene e sceneggiatura e tagli per ottenere dall'MPAA di poterlo proiettare senza divieti. Il risultato è un film che di horror ha davvero poco e che si regge tutto sul (poco) carisma della Ricci che è anche l'unica a recitare decentemente. La storia è talmente demenziale da essere noiosa, oltre che scontatissima. Gli effetti speciali sono per lo più poco efficaci, e solo la sequenza dell'incidente d'auto può definirsi soddisfacente. Da metà in poi, avendo esaurito la materia narrativa, Craven prova a divertire il pubblico con situazioni da sitcom adolescenziale e siparietti (molto poco) comici. Non è del tutto da buttare perchè la prima metà ha la sua dose di interesse, solo che poi il film non ha più nulla da dire.
Voto: 1,5/5
Le colline hanno gli occhi (1977)
Summer of Fear (1978) - Film TV
Civiltà del vizio (1978)
Benedizione mortale (1981)
Il mostro della palude (1982)
Invito all'inferno (1984)
Nightmare: dal profondo della notte (1984) - 2,5/5
Sonno di ghiaccio (1985)
Le colline hanno gli occhi II (1985)
Dovevi essere morta (1986)
Il serpente e l'arcobaleno (1988)
Sotto shock (1989)
Delitti in forma di stella (1990)
La casa nera (1991)
Nightmare nuovo incubo (1994) - 2,5/5
Vampiro a Brooklyn (1995)
Scream (1996)
Scream 2 (1997)
La musica del cuore (1999)
Scream 3 (2000)
Cursed - Il maleficio (2004) - 1,5/5
Red Eye (2005)
Paris, je t'aime (2006) - episodio XX arrondissement, Père Lachaise
My Soul to Take (2010)
Scream 4 (2011)
Craven (1939) è uno dei più noti registi americani di film horror. Ha dato vita ad un paio di saghe horror cult, "Nightmare" e "Scream". La sua fama può apparire ingiustificata (la qualità dei suoi lavori è altalenante) ma il suo grande merito è sempre stato di non prendersi molto sul serio, anzi di commistionare in modo accorto suspance ed umorismo.
-Nightmare - dal profondo della notte
(A Nightmare on Elm Street) di Wes Craven - USA 1984 - horror - 92min.
La saga di Nightmare (ben 7 film più lo spin-off "Freddy Vs. Jason") è una delle più longeve del moderno cinema horror. deve la sua fortuna al carismatico Freddy, divenuto negli anni una vera icona del teen horror, filone che ha come ideale precursore l'opera prima di Tobe Hooper, "Non aprite quella porta", e che si è poi sviluppato in gran parte grazie a questa saga. Col personaggio di Freddy Krueger e l'originale idea di fondo che anticipa di anni The Matrix (se muori nel sogno muori anche nella realtà), Craven porta l'orrore nella vita quotidiana dell'America di provincia, di cui sono criticate l'istituzione familiare e civile (la polizia incapace, i dottori ottusi eccetera) ed in generale l'incomunicabilità fra mondo adolescenziale e mondo degli adulti. Da saga horror vera e propria, col passare degli episodi si assiste ad una modificazione dell'idea originale di Craven, con la riduzione di Krueger ad intrattenitore del pubblico per mezzo di facili battute e linguaggio scurrile, il tutto condito da una buona dose di splatter e violenza.
Essendo il primo della serie, questo episodio è sicuramente il più originale, ed il meglio realizzato. Craven crea con abilità un cattivo memorabile, cui conferisce un look che lo rende facilmente identificabile ed inquietante. la storia, semplice ma ben costruita, ruota attorno a poche locations (scuola-casa-vialetti alberati) che descrivono efficacemente la vita americana di provincia.
Freddy (di cui non svelo la storia per chi non ha ancora visto il film) può entrare nei sogni dei ragazzi, trasformandoli in incubi raccapriccianti che possono finire con l'ucciderli anche nella realtà. Dopo la morte di alcuni suoi amici, la giovane Nancy scopre la verità e decide di affrontarlo.
Anche grazie ad una buona effettistica la pellicola è visivamente suggestiva, e l'ottima fotografia dà vita ad alcune memorabili scene (l'aggressione nella vasca da bagno, la morte del fidanzato di Nancy, alias Johnny Depp al suo esordio cinematografico). Ha inoltre il pregio di non prendersi troppo sul serio, e di avere come unico scopo l'intrattenimento violento. E' un film per teenagers che va visto a quell'età, in modo da raggiungere la massima empatia con i personaggi ed i loro problemi. Robert Englund perfetto per la parte: è nato per il ruolo di Freddy. Il celebre tema musicale, ripreso in tutti i film, è ormai un classico dell'horror.
Voto: 2,5/5
-Nightmare - Nuovo Incubo
(New Nightmare) di Wes Craven - USA 1994 - horror - 112min.
Interessante conclusione della saga di nuovo ad opera di Craven, è una meditazione metacinematografica sull'effetto catartico dell'horror.
Wes Craven si convince che se non si continua a girare film su Freddy, la sua essenza demoniaca potrà liberarsi approdando nel mondo reale, e quindi si appresta a scrivere una nuova sceneggiatura, che è la storia del film stesso, che ha come interpreti numerosi attori che hanno partecipato al primo episodio della saga nella parte di loro stessi e dei loro personaggi, in una divertende con-fusione dei piani di realtà e fantasia.
Forse 112 minuti sono troppi, eppure questo è il migliore episodio della serie assieme al capostipite, per l'inventitva di Craven ed il gradito ritorno di personaggi cari ai fans. Più spazio anche ad Englund, ripreso per diverso tempo anche senza make-up. Tra autocitazioni e qualche novità, ha il suo punto debole in un finale sbrigativo e poco appagante. Sicuramente il capitolo finale più originale di qualunque saga horror mai realizzata.
Voto: 2,5/5
-Cursed - Il maleficio
di Wes Craven - USA 2005 - horror - 97min.
Sulla scia dell'horror comedy dei suoi ultimi lavori, Craven ha tentato la carta della parodia del lupo mannaro, con il risultato di un film che non fa nè ridere nè paura, ma è semplicemente brutto.
Ellie (Christina Ricci) e suo fratello minore Jimmy (Jesse Eisenberg) hanno un incidente sulla Mulholland dr. con quello che sembra essere un grosso lupo. In effetti la bestia è un licantropo che ferisce i due, condannandoli a trasformarsi in mostri se non troveranno e uccideranno il lupo che ha trasmesso loro la maledizione. Chi è il colpevole?
Il film è stato oggetto di una produzione travagliata, con cambi di scene e sceneggiatura e tagli per ottenere dall'MPAA di poterlo proiettare senza divieti. Il risultato è un film che di horror ha davvero poco e che si regge tutto sul (poco) carisma della Ricci che è anche l'unica a recitare decentemente. La storia è talmente demenziale da essere noiosa, oltre che scontatissima. Gli effetti speciali sono per lo più poco efficaci, e solo la sequenza dell'incidente d'auto può definirsi soddisfacente. Da metà in poi, avendo esaurito la materia narrativa, Craven prova a divertire il pubblico con situazioni da sitcom adolescenziale e siparietti (molto poco) comici. Non è del tutto da buttare perchè la prima metà ha la sua dose di interesse, solo che poi il film non ha più nulla da dire.
Voto: 1,5/5
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